Il circolo vizioso | Alessandro Maria Flavio

Il problema è che viene normalizzata, dissi.
Il viso della Oikonomou si rilassò. Indossava degli occhiali troppo grandi, da gallerista. Sul collo del suo maglione era aggrappato un minuscolo apparecchio, simile a un ragno d’appartamento. L’apparecchio serviva a misurare i decibel della sua voce. Era inoltre dotato di un microfono che si attivava solo quando la sua laringite minacciava di ridurla al silenzio, rendendole la voce improvvisamente metallica.
Euxaristò, disse, senza accorgersi di essere passata dall’inglese al greco.
Un rivolo di sudore si fece strada tra le mie costole. Il mio compito era assolto; per le restanti tre ore, avrei potuto non aprire più bocca. Le lezioni della Oikonomou duravano quattro ore, ce n’era una ogni venerdì. Le frequentava per lo più gente mediterranea, expat in fuga dal riscaldamento globale e dalla crisi del debito pubblico che minacciavano di inghiottire l’Europa del sud. Per questo capitava che le scappasse qualche parola nella sua lingua: i lineamenti di molti dei presenti avevano un che di familiare. Per quanto le loro facce fossero sbattute quanto la mia e il loro livello d’inglese imparagonabile a quello dei nordici a cui di solito sedevo di fianco, riuscivo a malapena a seguire i loro discorsi.
Cosa cazzo vuol dire lay off?
Il corso aveva un titolo magniloquente, che mi ricordava il motto del grande Buzz Lightyear: Crisis and alternative languages in Literature and Art. Greece, the Mediterranean and Beyond. Il punto era speculare intorno alla narrazione neoliberale. Vedere come questa colonizzava il discorso pubblico e le menti degli individui, modellandoli a sua immagine e somiglianza. Non c’è niente di meglio che giocare a fare i rivoltosi in un’aula progettata da un designer minimalista – licenziare! Ecco cosa vuol dire. Fuck, I knew it. L’austerità dello spazio invita il pensiero a farsi essenziale, scordandosi delle sue preoccupazioni quotidiane, dei suoi capricci. Trascorrevamo ore a decostruire concetti, ad analizzare oggetti culturali. Poi abbandonavamo l’edificio e ci gettavamo in strada, l’espressione studiata per essere penetrante, terroristica. Naturalmente nessun terrorista batterebbe le strade a quel modo; quelli che si fanno saltare davvero vogliono confondersi tra la folla. Noi invece no. Noi sfidavamo i passanti a sostenere i nostri sguardi. Volevamo ci riconoscessero, volevamo intimorirli, I mean – com’è che si dice, frighten, scare? Forse sarebbe meglio usare intimidate.

Volevamo dirgli: la pagherete tutti. Quando sarà il momento non esisterà luogo sulla faccia della terra dove potrete nascondervi.


Sebbene mi capitasse di soffermarmi sul significato di qualche parola, perdendo il filo del discorso, i visi dei miei compagni, la loro gestualità, non mi sfuggivano. Non mi sfuggiva la scarpa scolorita che batteva sulla gamba della sedia; non mi sfuggiva la mano sudata che disegnava mostri ai margini del block-notes; non mi sfuggiva il braccio rasato che si affannava a tirare su la spallina del vestito oversize.
Cosa cazzo vuol dire lean over backward?
Cercavo di dire un paio di frasi sensate per lezione, e bene o male ci riuscivo. Per il resto ascoltavo. L’unica a cui era difficile stare dietro era una ragazza col mullet che esemplificava i concetti di cui parlava riferendosi a videogiochi o spazi virtuali come il metaverso. La stessa ragazza che un giorno, al termine della lezione, mi aveva detto di aver letto la mia recensione di Boy Eating the Bird’s Food. Mi era costata una notte insonne e un abbonamento trimestrale a un’AI, con cui ne avevo perfezionato lo stile. Da dietro lo schermo del mio laptop, riuscivo ancora ad avere una presa sul mondo, a tradurlo. Era la spietatezza dell’oralità, l’ingiunzione ad adeguarmi a un ritmo insostenibile che mi fregava.
La recensione, ci tenne a dirmi, le era piaciuta molto. Il film era un resoconto degli effetti delle misure che l’UE impose alla Grecia a seguito della crisi finanziaria del duemilanove. Un momento storico che gran parte delle persone che partecipavano al corso, lei compresa – era greca –, avevano vissuto sulla propria pelle. Una delle tante crisi a cui la nostra generazione aveva assistito. Il protagonista era un ragazzo ridotto in miseria, la storia il suo lento discendere i gradini dell’abiezione. Come al solito, registrai le parole della ragazza con lentezza – make a fuss over è un’espressione che non mi entrerà mai in testa.
Non ho avuto tempo di leggere il tuo, risposi, rendendomi subito conto di come la frase suonasse ambigua. Così aggiunsi un I’m sorry, per scagionarmi da eventuali accuse di supponenza. Mi guardai intorno. In classe era rimasta solo la Oikonomou, il ragnetto appeso al maglione. I nostri compagni, divisi a gruppetti, ci scrutavano attraverso le vetrate.
Mentre scendevamo le scale in fila indiana e io mi arrovellavo in cerca di un argomento che frantumasse quel silenzio colmo di tensione, la ragazza mi propose di mangiare un boccone insieme. Essendo il capofila, non potevo studiarne l’espressione in alcun modo. Il tono non tradiva nessuna urgenza, era disteso.
Of course, dissi, pentendomene un istante dopo.

La povertà ti segue ovunque tu vada, figuriamoci se ti sposti verso nord. Aprii l’app della banca, la schiena curva sullo schermo del telefono. Cinque euro e diciassette centesimi.

Poco più del costo di un cappuccino in uno di quei bar fintamente libertari con la corte interna, i tavolini in formica e le tazze esagonali. Le proposi di andare nel mio dormitorio, alludendo scherzosamente alla miseria in cui quelli del sud, pur lavorando, si trovano inevitabilmente. Quando accettò, non ero per niente sollevato. La desolazione della mensola che mi spettava nel frigo comune era pressoché assoluta: una confezione di pollo aperta da tre giorni e un casco di banane verdi. Certo, avrei potuto elemosinare della pasta e qualche pomodorino, ma in quella struttura nessuno parlava con nessuno e io mi vergognavo da morire. Lo schermo del telefono, stretto nel mio pugno, s’illuminò. Era il manager del ristorante giapponese in cui lavoravo, Aarnout, con uno dei suoi ricatti infarciti di diplomazia: May you take Brenda’s shift tonight? As we’ll be forced to provide you less hours next month, it could be a good solution for everybody. Reach me out as soon as possible.
Senza pensare, digitai in fretta: I’d really like, but I’m not in the city, sorry 😦

Copiai e incollai il messaggio sul traduttore, accertandomi della sua correttezza. Premetti “invio”.
Sapevo benissimo che Aarnout si sarebbe liberato di me non appena non gli fossi più servito, cioè in estate. Essere accomodante, con quelli come lui, non porta a niente. Allo stesso modo, se c’è una cosa che odiano sono quelli che si ricordano di avere il diritto di dire no. Farlo servendomi dell’ossequiosità di cui lui andava matto era un piacere a cui non potevo proprio rinunciare. Lo avrebbe irritato, non lasciandogli altra soluzione che comportarsi da despota, cosa che tuttavia non si sarebbe mai permesso di fare: il dispotismo fa male agli affari.
Ci avviammo verso il mio alloggio, assediati dalla pioggia battente. Le unghie amaranto della ragazza stringevano il colletto del piumino, l’ombrello troppo piccolo inclinato a quarantacinque gradi, come uno scudo oplitico. Le raccontai della tossicità che trasudava dal mio posto di lavoro e ne ridemmo amaramente. Mi disse che avevo degli occhi dolci. In caso sentissi la necessità di avvicinarmi ulteriormente alla cultura asiatica, stava organizzando una rassegna di film in un cinema gestito da studenti. Avrebbe potuto farmi entrare gratis, così da sdebitarsi per l’ottimo pranzo che le avrei senz’altro cucinato. Dopotutto, ero italiano.
Che c’è, non ti piace il cinema, chiese vedendomi cupo.
Mi hai ricordato che devo fare la spesa, dissi, scuotendo la testa.
Perché hai usato il generico buy some food, quando potevi dire do the grocery shopping?
Con la scusa della pioggia la abbandonai nel dormitorio, avviandomi a passo svelto verso il supermercato, un sacco di plastica azzurra incastrato sotto l’ascella. Finalmente avrei potuto sfruttare la mia laurea in filosofia. Il fondamento di questa disciplina, ritenuta dai più un’accozzaglia di seghe mentali, è la logica. La logica è l’arte del ragionamento.
Scelsi il supermercato più grande della zona. Anche se non ne avevo alcun bisogno, per effetto scenico, controllai l’ora: le sei e tre quarti. Sono uno di quelli che portano l’orologio solo per darsi un tono. Le corsie del supermercato, proprio come supponevo, pullulavano di gente appena uscita dall’ufficio. Rush hour, sia benedetta. Riempii il cestello con i prodotti più costosi che trovai: avocado, olio, salmone, caffè, frullati, vino, e poi uova, pizza, dentifricio, bagnoschiuma. Alla fine del primo giro d’ispezione era stracolmo, proprio come il supermercato; le porte d’ingresso non riuscivano nemmeno a chiudersi che già si faceva avanti un nuovo cliente. Mi avviai verso le casse automatiche. Le varie opzioni tra cui un ladro si ritrova a dover scegliere, in questo paese, sono le seguenti:


1) Rubare solo i prodotti in offerta due per uno o comunque doppi, dichiarando, in caso di controlli, di essersi scordato di scannerizzarli due volte.
2) Fare due buste separate così da dichiarare, nel caso sopracitato, di star facendo la spesa anche per un amico. In tal modo è possibile giustificare la non scannerizzazione di una parte consistente della spesa.
3) Temporeggiare finché la sicurezza non è occupata con altri clienti, pagare il prodotto meno costoso e fuggire con tutto il malloppo.

Nel mio caso, l’unica strada percorribile era quella indicata dall’opzione numero tre. Non mi era mai capitato di rubare così tanta roba. Ma non mi era mai capitato nemmeno, da quando ero fuggito al nord, di avere come ospite a cena una ragazza interessata a me. Mi misi in coda alle casse automatiche. Incontrai lo sguardo di un tizio della sicurezza. Non era uno di quelli che controlla i clienti prima che paghino, quelli di solito sono sedicenni o vecchiette. Era uno di quelli che ti blocca a terra mentre aspetti la polizia, un energumeno con le scarpe cerate e la giacca troppo stretta per i suoi muscoli prorompenti. Il mio battito cardiaco accelerò.
Presi posto in una cassa libera vicino al tornello e cominciai a scannerizzare i prodotti lentamente. Di tanto in tanto, mi guardavo intorno. Il supermercato si era affollato più del previsto, la coda per le casse faceva due giri intorno al reparto surgelati. L’energumeno mi stava ancora fissando. Era come se tutta la sua muscolatura mi stesse schiacciando il petto. Avevo bisogno di ossigeno, tempo, visione. Scannerizzai una bottiglia di Bourgogne da trentadue euro, bloccando il sistema; un operatore sarebbe venuto ad accertarsi che fossi maggiorenne. Restituii lo sguardo all’energumeno, incrociando le braccia per fargli intendere che ero in attesa di qualcuno o qualcosa. Quando si è braccati, non bisogna attaccare né fuggire. Bisogna semplicemente fingere di non essere una preda. Una signora anziana mi si fece incontro, stanca e pacifica, come se fossimo in una sala da tè o in una spa. L’energumeno era concentrato totalmente su di noi, voleva capire quale fosse il problema. Dalla distanza, riconobbe la schermata di blocco del monitor e finalmente si dedicò ad altro. Controllai il resto: parte della sicurezza non era occupata. Mostrai la mia carta d’identità all’anziana, lei se la passò sotto le lenti spesse degli occhiali. Sbloccò la schermata.
You can go ahead, Filippo, disse.
Fu in quel momento che ebbi l’impulso. Non appena mi voltò le spalle, cancellai dal sistema il Bourgogne e gli altri prodotti, lasciando solo i datterini. Premetti rapacemente il tasto “pay”. In caso il sistema mi avesse selezionato per un controllo, avrei potuto dire che la schermata si era bloccata e risbloccata di nuovo mentre io, nel tentativo di arrangiarmi da solo, avevo fatto casino. Mi avrebbero creduto. Tutti i prodotti che avevo nel cestello meno uno non erano scannerizzati. Un ladro del genere non era immaginabile, troppo audace. Cancellare tutti i prodotti dal sistema subito dopo un controllo e tentare di pagare. Assurdo.

Non bisogna né attaccare né fuggire. L’importante è non essere una preda. Mi voltai sconsolato verso l’energumeno, fingendo che il sistema si fosse bloccato di nuovo. Non mi stava guardando nessuno. Il pos emise un trillo. Potevo pagare.


Sistemando la spesa in frigo, invasi le mensole di un paio di coinquilini. Poi mi diressi nella mia stanza. Mi sentivo adrenalinico. Ogni cellula del mio corpo era presente a sé stessa, pronta a rispondere ai miei comandi. La ragazza sedeva alla mia scrivania, gli occhi fissi sul laptop.
Ci sono delle cose che non capisco, disse.
Le feci segno di aspettare.
Babaganoush, bruschette aglio e pomodoro, sandwich salmone e avocado, dissi, anything against it?
Puntò il dito contro di me.
Mandami una richiesta di pagamento con quello che ti devo, disse.
Puntai il dito contro di lei.
In quanto maschio mediterraneo ti proibisco di parlarmi in questo modo, dissi.
Ridemmo di nuovo, questa volta sguaiatamente.
Parlami dei tuoi dubbi, dissi.
I want her to fill my emptiness, to be consumed until I burst.
Lei si voltò di nuovo verso il monitor. Batté un paio di tasti a casaccio, accendendolo.
Stavo rileggendo gli appunti, disse, quelli sul concetto di crisi.
Sì.
In che senso è abusato?
Presi posto su una poltrona in finta pelle, che avevo recuperato dalla strada.
You need to stay calm. Try to break it down, conceptualize it.
Un tempo il termine veniva usato per parlare di una situazione eccezionale, dissi.
Allungò le gambe sulla spalliera della poltrona, passandosi un dito sul naso lentigginoso.
Beh, anche oggi, no?
Non proprio.
Le sorrisi, le palpebre tirate da una stanchezza che non percepivo più.
Hai proprio degli occhi dolci, disse.
Tornò a fissare lo schermo.
In una situazione di crisi si possono giustificare misure straordinarie, che altrimenti non verrebbero accettate, disse.
Già.
Chiuse il laptop di scatto, sbuffando.
Ma allora questa crisi esiste o no, chiese.
Ricorda la definizione del concetto. Il punto non è se esista o no, il punto è che si ripete costantemente, come in un loop.
Ero seduto sopra a qualcosa: il sacchetto del supermercato. Lo lanciai dall’altra parte della stanza.
Don’t think about that. Just say it.
Il problema è che viene normalizzata, dissi.

Illustrazione di John Holcroft

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