Mi piaceva quando mio fratello mi faceva l’uovo sbattuto in testa. Di solito era pattuito. Sedevo dritta, appoggiata allo schienale della sedia o del divano, la manina di lui si avvicinava con le dita raccolte verso il centro del cranio, un brivido mi correva lungo la spina dorsale fino al punto-bersaglio, le dita incontravano prima i capelli poi la pelle che sbucava pallida tra un filo nero e l’altro. Impatto. L’uovo si spaccava, le dita si allargavano e irradiavano fino a scendere lungo i lati della testa, come tuorlo e albume ancora plasmatici viscidi, pesanti.
Solo una volta al supermercato ho rotto un’intera confezione da sei di uova. Non avevo preso il carrello all’ingresso perché non c’era e non avevo voglia di chiedere a qualcuno, avrei ridotto gli acquisti, capienza mani e braccia, sarei andata velocemente in cassa.
La materia viscida plasmatica grondava dalle mie mani, aveva intaccato le altre quattro cinque cose che avevo collezionato dagli scaffali, mi aveva sporcato i pantaloni di cotone, era finita per terra.
La prima cosa a cui pensai fu: e se me le fanno pagare comunque? Il commesso che riempiva il reparto insalate a fianco invece non fece una piega, scomparve, ricomparve con un’enorme scopa grigia in mano, fece sparire tutto, me compresa.
A ventidue anni a Vienna, dove mi trovavo per completare uno dei tanti percorsi di studio avviati e mai portati a compimento, avevo scoperto che la Pasqua è una cosa seria e si festeggia e se non hai nessuno con cui festeggiare di default, tipo la famiglia, che stava in Italia, allora è bene formare un piccolo gruppo di amici e cucinare cose, uova, e inventarsi qualche attività ricreativa che vi faccia divertire e realizzare che non vi era ancora mai capitato di sentirvi soli per non aver preso parte a festeggiamenti pasquali di famiglia, con attività e senza attività, e che questa leggerezza è perduta per sempre, perché ora sapete che non è okay.
Un’attività che era stata prevista per la festa di Pasqua di Vienna tra amici senza famiglie era dipingere le uova. Le uova dovevano essere colorate e belle e star lì, nei paraggi, a deliziare la vista degli invitati e a scaldargli il cuore, poi dovevano essere mangiate.
Provai una grande ingiustificata tristezza quando Francesca proclamò l’attività della pittura delle uova e ancor più triste mi risultò la sua necessità di specificare che quelle uova potevano venire successivamente consumate. Come se la mia prima preoccupazione e quella degli altri fosse la più o meno spiccata impronta sostenibile dell’evento o peggio ancora l’eventualità di non riempirci abbastanza la pancia, qualora alcune uova fossero state destinate ad uso esclusivamente decorativo.
Una volta avevo avuto un Tinder date e il tipo mi aveva invitata a casa sua, situazione cui di norma non mi ero mai prestata perché non si sa mai, ma quella volta non avevo un euro e un po’ anche per ribellarmi ai dettami patriarcali del sei una donna non andare a casa di uomini sconosciuti che vogliono solo fare sesso e chissà che altro e quindi per sancire la mia autonomia e capacità di autodifesa e anche un po’ per uno slancio di bonaria fiducia nel genere maschile avevo accettato. Il tipo abitava in un appartamento in via Pagano, faceva l’artista, diceva lui, tutto mi portava a pensare che fosse solo accidentalmente pieno di soldi, o meglio i suoi genitori, e aveva un giradischi, una chitarra elettrica, un tavolo di design in cristallo, un superbo sistema di illuminazione a faretti, due balconi con svariati profumi nei vasetti di ceramica pure quelli di design, una libreria molto fornita, trattati di filosofia, classici, narrativa postmoderna, poesia francese, fumetti, avevo scorto un Milo Manara goffamente nascosto da una statuetta di Dragon Ball, l’angolo del potere macho, tazzine di porcellana giapponese, un aggeggio di bambù per la cottura a vapore, ovviamente un corner dedicato ad amari e liquori. Tutto sembrava voler distogliere l’attenzione di eventuali ospiti e ragazze Tinder dalla fenomenale nullità esistenziale del padrone di casa, un mucchio di merda nascosto sotto il tappeto, persiano, finissimo. Avevo scelto il divano per fingere il mio agio, per mostrarmi arrendevole e a portata di mano. Lui armeggiava nell’angolo bar, voleva farmi assaggiare un cocktail con l’albume, l’aveva imparato a fare al corso di bar tender che aveva seguito perché da sempre affascinato dall’universo dei cocktail che secondo me sono l’apoteosi del piacere dei sensi oltre che una declinazione godereccia della chimica. Sfoggiava un sorriso vincente, mentre me lo diceva, si era grattato il mento irsuto e, immaginai, aveva eiaculato un pochino. Su queste premesse non me l’ero sentita di dirgli che i cocktail mi facevano schifo, qualsiasi tipo di cocktail, che bevevo solo vino rosso e birra, che comunque mi davano acidità, gonfiavano la pancia e facevano ubriacare alla velocità della luce pur in quantità modestissime.
Per la preparazione del cocktail il tipo di Tinder aveva usato: 1 albume d’uovo, 1 Sanbittèr rosso, 3 cl di succo di pompelmo fresco, 3 cl di gin, 1,5 cl di vermouth infuso ai fiori di sambuco, 1 splash di sciroppo al bergamotto, 1 cucchiaino di marmellata di amarena. Io avevo vomitato nel suo bagno in marmo, non avevo sporcato in giro, avevo preso un Maalox, mi ero messa il cappotto ed ero tornata a casa in bici.
Sempre Tinder, un uomo sulla quarantina che come presentazione aveva scritto che girava il mondo, arrampicava, aveva un cane e faceva musica techno a tempo perso. Quando mi aveva scritto mi aveva detto che non sarebbe mai riuscito a rimanere fisso nello stesso posto, che secondo lui la vita non era vita se non la si passava esplorando nuovi orizzonti, che gli piaceva svegliarsi al mattino e non sapere dove sarebbe stato di lì a poche settimane o mesi, che le persone più interessanti le aveva conosciute negli ostelli, che si considerava un backpacker, non aveva bisogno di grandi comfort, quindi ostelli e campeggi erano più che sufficienti, che comunque si spendono fin troppe ore a dormire nell’arco di una vita che dura solo poche decine di anni. Il suo cane mangiava crocchette vegane. Ne avevo parlato con la psicologa perché avevo pensato che la mia ricerca disperata di routine e bar-sotto-casa facesse di me una persona vuota e poco interessante. Lei aveva scosso la testa e mi aveva chiesto di parlarle della mia relazione con i soldi.
Il backpacker di Tinder beveva un uovo crudo ogni mattina a stomaco vuoto e usava creme alla bava di lumaca.
A quattordici anni mi era capitato sottomano un libro di George Bataille intitolato Storia dell’occhio che aveva una copertina molto accattivante e pensavo trattasse di una storia d’amore in spirito squisitamente dolcestilnovista: occhi azzurri, occhi belli, occhi pieni d’amore. Ero nello studio del papà della mia amica Lara, che mi aveva invitata a trascorrere il weekend nella loro seconda casa, quella in Toscana. I genitori mi avevano sistemata nello studio perché credo sperassero avrei raccontato ai miei dei numerosi riconoscimenti ufficiali di cui era stato insignito il padre, psichiatra, appesi su tutte e quattro le pareti, della foto dove stringeva la mano al Dalai Lama, dei trentacinque volumi di Treccani che gravavano su uno degli scaffali incastonati in una nicchia sormontata da un fregio floreale, delle lenzuola di lino-seta che mi avevano magnanimamente messo a disposizione per dormire. Alcuni libri erano sparpagliati con finta noncuranza sulle varie superfici di legno massello della stanza, scrivania, comodini ecc…potevo quasi vedere l’uomo piroettare nel suo regno come una fatina dei boschi, spargendo saggi di antropologia, edizioni rare, libri in lingua originale (a giudicare da quelli il papà di Lara doveva padroneggiare almeno tre o quattro lingue asiatiche) che dopo averli trangugiati con avidità si scordava poi di rimettere a posto, lasciandoli alla meraviglia e mercé di ragazzine quattordicenni non completamente alfabetizzate.
Tra questi libri dimenticati c’era appunto Storia dell’occhio, che in virtù proprio delle mie capacità di analisi letteraria dell’epoca, avevo candidamente identificato come una lettura leggera, del primo mattino. Dovetti leggere pochissime pagine prima di iniziare a sudare freddo e temere a ogni istante che qualcuno irrompesse nella stanza e mi cogliesse in flagrante, ragazzina viziosa, ad esplorare una palette di sensazioni fisiche e suggestioni su cui fino a quel momento mi ero solo confrontata in contesto di branco adolescenziale, fingendo di sapere il fatto mio.
Nella Storia dell’occhio le uova venivano utilizzate in modo strano. Nel capitolo intitolato L’Armadio normanno Simona rompeva le uova con il culo, e questo costituiva il trigger di un gioco erotico tra lei e il protagonista, che forse, andando avanti con la lettura, era tra i più puliti. Mi sorpresi ad accogliere con assoluta naturalezza l’associazione uova-masturbazione e sentii bacchettonamente per questo di avere per sempre compromesso il mio rapporto con lo specchio.
La madre di Lara doveva aver bussato, ma io non sentii ed ebbi un mancamento dalla vergogna, sebbene da un lato mi fossi aspettata tutto il tempo che sarebbe successo. Non voleva spaventarmi: scusami. Le uova le prendevo sbattute o all’occhio di bue?
Immagine di Claudio Amadei
Alice Castegnaro è nata a Milano nel 1993. Ha studiato Beni Culturali presso l’Università Statale di Milano, studio che ha poi proseguito e concluso presso l’Università di Vienna, specializzandosi in teatro, film e media. Ad oggi alterna la scrittura a lavori nel mondo della moda. Ha contribuito come autrice per le riviste Neutopia, Nabu e Wertheimer.
