Rosa di macchia | Silvia Lenzini
Non sapevo se stessi facendo bene, tanto prima o poi sarebbe venuta a sapere la verità. Ma non in quel momento, non per bocca mia. Non sarei stata io il messaggero di un dolore inaccettabile.
Non sapevo se stessi facendo bene, tanto prima o poi sarebbe venuta a sapere la verità. Ma non in quel momento, non per bocca mia. Non sarei stata io il messaggero di un dolore inaccettabile.
Una poltrona dentro a una stanza ospita un corpo
che non può o non vuole stare disteso.
Prima di arrivare a cena, avevo letto la notizia di un giovane iraniano che si è suicidato gettandosi nel Rodano a Lione per far sentire la sua voce al mondo occidentale contro un regime dittatoriale. Il ragazzo ha registrato le sue ultime parole sui social in due lingue: in persiano e in francese.
Mentre cammino ho una visione di me fuori dal mio corpo, mi vedo avanzare attraversata da una corrente che muove le mie gambe.
Il pullman si accende, la città nuova comincia a scorrere dietro di loro, una scia in frantumi che li riporta solo a pezzi, capelli, sudore, unghia, sputo; non è in grado di trattenere niente al loro passaggio, non è fatta di materia, quando si attraversa non si modifica, non si formano le crepe, non si scortica per risanarsi attorno ai loro corpi, non si addensa, evapora nel freddo secco.