A Vanchiglia mi sento bene in molti posti. Quando attraverso via Santa Giulia mi sento quasi felice, mi ricorda la Spagna, mi piace che ci siano i locali, i negozi, i dehor, mi sento bene a sedermi sulla panchina della gelateria. Pedalare lì è un esercizio di felicità, finché non sbatto su Corso Regina, ma poi sbuco nel cortile del Campus Einaudi e sto di nuovo bene.
Mi piace camminare giù vicino al Po. Ci trovo gli inoperosi, i senzatetto che si fanno i fatti loro, la gente che fuma, i tizi che si baciano, i gruppi di vecchi che cantano. I cani che corrono e pisciano ovunque. A volte arriva l’odore del fiume, che in agosto sa di rottami e di nutrie. Una volta ho trovato un nido di passero fatto di rametti, peli di cane e fili di plastica.
A scuola sto bene, e anche all’Askatasuna, ci stavo bene, in via Balbo, nell’area pedonale quando stiamo tutti insieme, mangiamo, tiriamo la palla.
In Largo Montebello respiro perché c’è il verde, ma quando arrivo al ponte di Piazza Vittorio mi sento soffocare, il traffico lì va forte. Su quel ponte, anni fa, N. mi ha chiesto di sposarlo. Non l’ho sposato. Ho mandato tutto all’aria. Mi sembrava un brutto segno chiedere di sposarsi su un ponte dove hai paura di morire soffocata dallo smog.
Ma io alla città mi ci sono abituato, perché non abiti la città se sei insicuro, non sei un cittadino, non puoi abitare la città se hai paura, devi trovare dei margini di sicurezza per abitare, oppure rinunci e così io sono diventato uno di Vanchiglia, e sto bene dappertutto.

Quando sono arrivati i poliziotti hanno bloccato a scuola, mi sono spaventata. Il momento peggiore è stato il 20 dicembre, alla manifestazione e i fumogeni.
Quando vedo le camionette intorno alla scuola, mi vengono le antenne in testa. Divento attenta a ogni cosa, come durante un compito in classe.
I poliziotti non li guardo, ma intanto mi chiedo, che è successo?

Lo so benissimo cosa è successo, ma la testa mi fa questo scherzo di dimenticarsene finché non li vedo di nuovo, ogni mattina, e tutti i pomeriggi.
Io non so cosa succede dentro le camionette. So solo che sono chiuse con il motore acceso, mentre i poliziotti stanno fuori a guardarci fare merenda, giocare a pallone.
Sono sempre accese le camionette nere e blu, e sanno di smog, e io non respiro. Quando se ne andranno, avremo la sensazione che mancherà qualcosa, ci siamo abituati.
Quando passeremo di lì, ci diremo, dove sono finite le camionette?
Mi sento sicura solo nelle zone illuminate.

Di notte via Bava mi mette l’angoscia: una volta hanno aggredito una ragazza proprio sotto la finestra della mia stanza e io ero lì, sveglia, col cuore a mille. Ho preso il mio bambino in braccio e il mio respiro era come il suo, così sono riuscita a calmarmi.
Poi ci sono le cacche di cane. La gente non le raccoglie, io e il mio bambino giochiamo a “salta la cacca”. Lui ride, ma a me viene da piangere.

Mi sento minuscolo in Corso Regina, le macchine corrono, mi sento come un piccolo Daruma bianco e rosso tra i cento Daruma bianchi e rossi sugli scaffali di Full, che è un posto enorme e io mi perdo, è così grande che si è mangiato la cartoleria di E. in Via Vanchiglia e succederà anche al cortile dietro e a quello ancora più dietro, fino al negozio di belle arti dove c’è una signora anziana che fuma sempre e che sa tantissime cose di arte.
Lungo il Po mi sento piccolo perché la natura è enorme, mi sento piccolo quando il fiume è in piena e fa rumore. Ci passavo vicino, ed è silenzioso, puzza di alghe, più che in estate. Faccio sempre lo stesso sogno: una grande casa che va a fuoco, i bambini dentro. Io fuori e nessuno che mi crede.
Vanchiglia è un triangolo; un triangolo è fatto così: ha una forma di scaleno; ma Vanchiglia non è solo un triangolo è molto di più, è un trapezio, e io faccio fatica con le proporzioni, e Vanchiglia è questo grande triangolo in cui ti sembra di andare dritto ma in realtà vai storto, e tutte queste vie che sembrano dritte, in verità non lo sono. È questo che mi imbroglia.
Quindi Vanchiglia è un imbroglio.

Quando passo in via Vanchiglia mi ricordo l’incendio. La via era chiusa e non potevamo tornare a casa di L. perché il tetto in fiamme era di fronte a casa sua. facevamo la prima elementare. Ci siamo chiusi in un bar a guardare fuori. C’era questa bambina che faceva teatro con noi e viveva lì. Ho pensato, come farà? Vieni a dormire da me, volevo chiederle, ma non l’ho fatto.
Quando passo dal mercato ricordo che andavo con mia mamma a fare la spesa e mi faceva portare la borsa pesante fino a casa.
Ricordo lo spazio del Campus Einaudi, quando non era il Campus, era per metà parcheggio e per metà niente con piante e rovine. La sera portavo lì il mio cane a correre e insieme a me c’erano sempre altre persone con i cani.
Qualche volta guardo in su verso il giardino di S., una volta ci ho fatto la pipì in un angolo buio e poi ho ballato tutta la notte.

Quando passo davanti alla chiesa di via Giulia di Barolo, ricordo di quando la mia amica E. mi ha raccontato che suo papà ha avuto il funerale in Santa Giulia, lei vive in Sardegna e io l’ho conosciuta a Milano. In quella chiesa non ci sono mai entrata, ma ogni volta che viene a trovarmi mi dice: “Qui hanno fatto il funerale a mio padre”.
Vanchiglia è invisibile, è la pozzanghera sotto le magnolie dove L. vede il cielo e pensa di passarci attraverso e lo rompe saltandoci dentro. È quella coincidenza per cui affitto un locale e scopro che la proprietaria è l’amica di mia nonna che arriva dalle Valli dove adesso c’è la neve. L’Invisibile è il malessere che ho sentito giorni prima dello sgombero, come se l’aria fosse diventata elettrica perché qualcuno già pensava in male a questo posto. L’invisibile è il cortile di casa, sotto lo studio di Carol Rama. C’è una fontana con un pesce sbeccato in mezzo all’edera e agli abeti.
Vanchiglia è un imbroglio anche nel nome, di lui dicono un sacco di cose: i salici, la fanghiglia, la giunchiglia. Ma la verità è che Vanchiglia è un triangolo che non ha il coraggio di essere proprio un triangolo, forse è un trapezio scaleno con i bordi porosi tra Corso Regina, il Po e Corso San Maurizio, la Dora.
Io e G. Abbiamo scelto la nostra casa in Vanchiglia alzando la testa, perchè abbiamo la stessa idea, che se dobbiamo vivere in città, almeno prendiamoci il cielo. Ma su i vetri delle finestre ci sbattono le rondini quando migrano.
Ricordo Lo spazio che adesso è occupato dall’università e dalla piazza con tutti i locali in via Sant’Ottavio angolo via Verdi, un tempo era abbandonato. Era occupato metà da un parcheggio e per metà da niente con piante e rovine. La sera portavo lì il mio cane a correre e insieme a me c’erano sempre altri amici.
Ricordo le scuole, Fontana e Rodari e quindi l’infanzia delle mie figlie.
Vanchiglia è un portale luminoso che ci porta in su verso Altrove. Sotto ci sono solo le rotaie del tram, le sirene dell’ambulanza. È lì, guardando in su, che io divento spazio. Senza il rumore intorno.
Questo testo è una cucitura di voci di abitanti bambine, bambini, adulte, adulti, anziane e anziani. Abitanti di Vanchiglia. Ci sono le voci di Tommaso, Tecla, Rosanna, Nadia, Marta, Linda, Leonardo, Gianluca, Francesca, Antonia.
Fotografie di Matteo Secci e Luca Swanz Andriolo
Marta Pastorino è nata nata a Genova nel 1978. Scrittrice e formatrice, dopo la laurea in Scienze della Comunicazione e il Diploma alla Scuola Holden, la sua ricerca negli anni si è divisa tra scrittura narrativa, arti performative e pratiche di cura e consapevolezza personale. In Academy di Scuola Holden ha una cattedra della disciplina Intensità. Come autrice, ha pubblicato i romanzi Effetti collaretali (Meridiano Zero, 2006) e Il primo gesto (Mondadori, 2013). Cura su substack la newsletter Corpo a corpo.
Francesca Cola è autrice transdisciplinare, danzatrice e performer. Laureata in Teatro di Ricerca, sceglie una formazione non accademica nell’ambito delle arti performative e della danza contemporanea studiando in Italia e all’estero. Focalizza la sua ricerca nello studio di una semiotica interspecie e intergenerazionale indagando il rapporto tra corpo, linguaggi visivi, sonori e ritualità. Vincitrice della X edizione del premio per le arti sceniche Dante Cappelletti, collabora stabilmente con l’Università di Torino (Dipartimento di Studi Umanistici e Neuropsicologia), Lavanderia a Vapore di Collegno, Nòva Hub di Innovazione Sociale, Hangar.
