Le città invivibili | Le Megalopoli del futuro

Viaggiando ci s’accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma, ordine, distanze, un pulviscolo informe invade i continenti.

— Italo Calvino, Le città invisibili

Secondo una statistica recente, entro il 2050 la maggioranza dell’umanità vivrà nelle città (circa il 68% della popolazione mondiale). Un’enormità, se consideriamo che attualmente le aree urbane sono popolate dal 55% degli abitanti, mentre il restante vive negli spazi limitrofi.

Tale rapida osservazione impone un ripensamento radicale della nostra maniera di vivere lo spazio urbano, che fino ad ora ha avuto – da Hong Kong a Bali, da New York a San Paolo – uno sviluppo soprattutto in verticale, con grattacieli in acciaio e vetro o in orizzontale, come nel caso della periferia di Los Angeles.

Metropolis oggi non è più un monito per il futuro, ma descrive il nostro presente.

Metropolis di Fritz Lang (1927)

Si può assecondare questa deriva distopica o provare a immaginare delle alternative. Ad esempio, negli ultimi tempi, si sta iniziando a parlare di architettura empatica e altre soluzioni che potrebbero contrastare l’alienazione dell’urbe così come la conosciamo.

Affidarsi a un demiurgo, che sia un politico che promette il ritorno a passati rosei e inattuabili – oppure un architetto geniale ma lontano dai bisogni reali della popolazione, come nel caso di Cesar in Megalopolis di Francis Ford Coppola, sembrano entrambi orizzonti fallaci.

Megalopolis di Francis Ford Coppola (2024)

Al contrario, una soluzione collettiva può essere più urgente, in un orizzonte di utopia concreta, a partire da una narrazione comune, che mescoli racconto e suggestione, no fiction e poesia, suoni urbani e bit elettronici, a partire da un dato di realtà.

Si tratta, adesso, di riprendere la critica al modello neoliberista iniziata dai Situazionisti negli anni ‘50, che peraltro oggi mostra i suoi limiti più evidenti, con una grande quantità di appartamenti vuoti e l’accattonaggio che prolifera nelle strade, pensando alle cause che hanno determinato la crisi abitativa attuale e una sua possibile soluzione.

Non a caso Guy Debord descriveva, nel suo fondamentale Ecologia, psicogeografia e trasformazione dell’ambiente urbano perché i cittadini di ogni parte del mondo siano influenzati dall’ambiente cittadino che vivono ogni giorno e perché sia necessario recuperare l’aspetto ludico per scardinare percorsi abitudinari dal proprio domicilio al posto di lavoro.

Ripensare lo spazio urbano

Le T.A.Z., i centri sociali, le psicogeografie sono stati i luoghi fisici e i mezzi grazie ai quali si è sperimentata un’idea di controcultura accessibile a tutti e tutte, sia per chi li attraversava da militante che per quanti ne sfruttavano l’aspetto ludico; nella città neoliberista invece la loro esistenza non è contemplata: tutto deve essere messo a profitto, le città invivibili non hanno più luoghi di aggregazione libera e le loro vetrine devono essere ad uso e consumo dello spettro del nostro tempo, il turista.

Nella città darwiniana, l’uomo aziendalizzato si reca a lavoro, poi fa ritorno con mezzi di aziende private per cui paga un biglietto al suo domicilio, dove vive da solo, non prima di aver fatto un aperitivo in un bar alla moda, condividendo la sua solitudine con altri sconosciuti incontrati sulle applicazioni di dating. Anche il tempo libero è aziendalizzato dai privati. Lo spazio pubblico è appaltato da insegne pubblicitarie, luci al neon sfrigolanti, ologrammi sempre più realistici.

Illustrazione di Julien Cachki


L’architettura, come sapevano bene i Lettristi, è da sempre un gioco di potere. Il grande gioco avvenire sarà allora riappropriarsi del diritto di immaginare la city secondo canoni che non esistono: decorare le case secondo l’umore del giorno, destrutturare i monumenti imposti di uomini a cavallo, riscoprire civiltà sepolte, cambiare i nomi delle vie senza santi né eroi, evitando di rimuovere, come stanno facendo in certi quartieri a noi cari, ogni traccia di spontaneità e intelligenza.

L’occhio di Maps segnala i luoghi di consumo, ma si perde tutto il resto. La New Babylon di Constant risulta oggi totalizzante: praticare la poesia tra i suoi vicoli è impossibile. Non rimane che la via dell’ urbanismo unitario come critica radicale a questo tipo di sviluppo.

In contrasto a tutto questo e contro il funzionalismo delle vostre città, scegliete una regione, una città più o meno popolata, una strada più o meno animata e andate a viverci per un po’. Affittate una topaia. Ammobiliatela secondo il vostro gusto. Riunite le persone più idonee, la musica e gli alcolici adatti. E immaginate insieme una città inesistente, come quelle di Calvino.

Orientati al futuro ma guardando al presente, partendo da una pratica di messa in discussione dell’urbanismo così come lo conosciamo, immaginare una città che non c’è significa innanzitutto conoscerne i segni, a partire dalla sua storia, che potrà nascere dalle ceneri di una città del passato o da parti di città diverse.

Collage di Cristian Katarn

Quando avrete finito, inviate il vostro contributo entro la mezzanotte del 15 febbraio 2026, rispondendo al nostro questionario:


I contributi più originali entreranno nel volume XX di Neutopia Magazine.

Lascia un commento