Sacro Chimico | Come un fungo può reincantare il corso della Storia

“Do you think Bach knew he was doing that?”
– Groucho Marx sotto effetto di LSD

“Non mi sono interessato io ai funghi, sono stato richiamato, dai funghi.”

Aspetto sulla strada, alla fine di un viale alberato che diventa proprietà privata all’ultima curva. In un pomeriggio di prima estate, mi trovo ai margini di un gruppo di villette costruite una sull’altra, affacciate sui boschi umidi. Non ricordo esattamente quale sia l’ingresso, quindi dopo una breve perlustrazione del perimetro mi siedo su un muretto. I rami di un albero a ridosso delle mura coprono quello che sembrerebbe il citofono. Non risponde ai messaggi,  né alle chiamate. Quasi penso che si sia dimenticato dell’appuntamento o abbia avuto un imprevisto. Poi, dopo una decina di minuti sento il motore arrivare dal fondo della collina. Sbuca tra le fronde un Transit bianco, lui mi vede distrattamente e mi sorride dal finestrino. Sul sedile del passeggero il suo pastore tedesco ritto in posa. Scende, è vestito da lavoro e sporco di segatura. Mi porge la mano rapidamente, senza parole. Apre il retro della vettura, piena di attrezzi e piccoli oggetti. Per cortesia gli chiedo “Posso darti una mano?” Risponde sicuro, “sì.”. La sua aura di pace risoluta incarna la fusione tra la quotidianità della vita lavorativa e la straordinarietà della sua missione. Una dualità che è centrale nella narrazione che emergerà durante la nostra conversazione. Così mi ritrovo a trasportare una sdraio verso un ingresso nascosto dalle fronde di un cespuglio di una casa che non conosco. Arriviamo in un grande giardino, il prato pare pieno di vita. Entra in cucina, con le pentole di rame appese alle pareti e alcune spezie lasciate a seccare, che sa di campagna e di altri tempi. Si toglie gli scarponi al volo, stappa una birra e inizia a tagliare pane e formaggio. “Scusa”, mi dice “ho dimenticato il cestino del cibo a casa, da qualche parte”. Me ne offre, ma ho già pranzato e ringrazio declinando l’offerta. Dopo qualche minuto di battute di circostanza, ci mettiamo a nostro agio e ci sediamo sul tavolo di legno in giardino. “Allora, di cosa mi vuoi parlare?”

L’avevo visto mesi prima, durante una festa nella villa accanto. Qualcuno, nel corso della serata, aveva nominato il vicino di casa, questo curioso personaggio, come una presenza mistica nelle vicinanze. Dicevano che coltivasse funghi psichedelici da tutto il mondo con una cura unica (non quelle robette con i kit che ordini online) e li facesse arrivare a chiunque, ovunque. La casa, della quale noi scorgevamo più o meno indiscretamente il primo piano arredato a regola d’arte, aveva acceso la nostra curiosità. Ma non avevamo avuto modo di approfondire. Anzi, l’irruzione in casa di me e alcuni amici a tarda serata sembrava averlo abbastanza messo a disagio e quindi avevamo subito tolto il disturbo, ma avevo colto l’occasione per prendere il suo numero di telefono, sentendo che sarebbe arrivato il giorno per approfondire la conoscenza. Ora che stavo iniziando la mia ricerca, sapevo che doveva partire proprio da lui. 

In precedenza, avevo anticipato i temi che mi sarebbe piaciuto approfondire, ma nella chat sembrava disorientato, rispondeva a stento; ora invece è quasi sollevato dalla presenza, iniziamo a scambiare qualche parola sul cibo, poi giunge un silenzio carico di tensione. “Come sei entrato in questo mondo? Come ti sei interessato ai funghi?” è la prima domanda, spontanea. Risponde sicuro con un sorriso e sembra essere la domanda giusta, l’invito a condividere la sua conoscenza. “Non mi sono interessato io ai funghi, sono stato richiamato, dai funghi. È stato tutto molto facile, quasi naturale.” Morde un po’ di pane, mi versa della birra. Mi accorgerò presto di come questo sia un elemento chiave della narrativa psichedelica contemporanea: l’idea di una chiamata, di un richiamo per un entanglement mistico e ancestrale con le piante maestre, discorso che va da McKenna a Stamets. “Ho iniziato qualche anno fa.” Si ferma subito, come temesse di essere frainteso. “L’interesse era per i funghi, in generale. Sono un regno incredibile, un mondo a sé stante, a cui non pensiamo mai, ma che ci circonda con il suo fascino indecifrabile. Poi quei funghi sono arrivati dopo, quasi in modo logico, che senso aveva escluderli?” La sfida della coltivazione diventa un percorso di apprendimento e di connessione con il mondo naturale. “Sono partito da zero, dalle spore, e all’inizio c’è voluto un anno di tentativi. Non sono partito dal kit, ho usato spore saprofite. Stacco il gambo, con i guanti, lo poggio sull’alluminio, distendo il cappello al contrario, per una notte in atmosfera protetta e dopo ti ritrovi tutte le spore che ti servono.” La sfida iniziale era quella di riuscire a coltivarli. Più sono difficili, più grande è la sfida ed è così che la sua passione si è accesa. “Ho iniziato ad assillare ogni mio amico, tutti sapevano e nel frattempo ho iniziato a studiare, a documentarmi. Al mio compleanno gli amici hanno fatto una colletta per regalarmi un microscopio elettronico, ma alla fine ho acquistato una cappa a flusso laminale per rendere sterili gli ambienti. Anche quello sarà comunque uno degli acquisti futuri.”. Federico (così lo chiamerò per rispetto della sua privacy) descrive il suo percorso di apprendimento come un approccio “artigianale” alla farmaco-politica emergente e per me ne rappresenta il tratto più interessante.  Questo gesto porta a corollario un atto di autonomia e resistenza alla commercializzazione e all’istantaneità che caratterizzano molte ricerche considerate hobby. Per Federico, questa passione è un atto più profondo. La decisione di coltivare i propri funghi psilocibinici, partendo da zero, dalle spore, è contemporaneamente un atto di riappropriazione di un capitale conoscitivo erboristico antico e resistenza contro il monopolio statale e farmaceutico sulla produzione e distribuzione di sostanze psicoattive. Pura politica della vita stessa. Partita dalla curiosità per il regno dei funghi, divenuta poi a tutti gli effetti una forma di cittadinanza biologica nella gestione della propria biochimica e dei propri stati di coscienza, così come nel propagandare la sua importanza agli altri. Federico infatti non si limita a seguire istruzioni preconfezionate, ma si impegna in un processo di apprendimento e sperimentazione che richiede dedizione, pazienza e che copre diversi aspetti interdisciplinari: legge articoli, libri, newsletter, partecipa attivamente a conferenze, si appassiona a podcast sul tema, utilizza queste esperienze per terapia e autoterapia, ma anche per la contemplazione dell’arte. Ma come finisce un falegname qualsiasi a diventare agli occhi dello Stato al pari di uno spacciatore di eroina? Perchè mentre sono seduto al suo tavolo e ci parlo, quello che vedo è più un amichevole appassionato del regno dei funghi e della natura, che un criminale o un “guru” spirituale in senso stretto. Eppure, il racconto della sua prima esperienza è la prima risposta alla mia domanda.

“Era una domenica, una giornata partita male, avevo una carogna addosso. Senza pensarci minimamente ho fatto un assaggio a colazione. Li avevo coltivati per curiosità e lasciati seccare (Golden Teacher, non perfetti, mi dice). Ho buttato giù 2 grammi. Sono andato in veranda e nel momento in cui è salito l’effetto, di colpo si è aperta la nebbia che avevo sui miei sensi, si è pulito il cielo e tutto è tornato colorato e pieno di benessere. Non ho avuto in nessun momento alcuna paura. Era un’esperienza in fondo senza aspettative.” Quella che fino a quel momento era stata la sfida personale della coltivazione, un semplice hobby, diventa in una mattina qualsiasi una visione mistica trasformativa. Un fulmine sulla via della psilocibina. Uno strumento di auto-trasformazione, anche senza controllo o lavoro a priori: risveglio o pulizia percettiva ed emotiva praticamente naturale e istantanea. È interessante notare come questa esperienza trasformativa sia avvenuta in un contesto domestico e quotidiano, lontano dai setting clinici o ritualistici tradizionali e che, nonostante questo, abbia avuto comunque per Federico un valore terapeutico forte e duraturo. Poi aggiunge, “La cosa che colpisce di più è l’afterglow, per cui hai la sensazione di un nuovo inizio, di un ‘passaggio’ verso un altro stadio. Ti ritrovi permanentemente in un nuovo mondo perché cambi te, ed è una sensazione solida. Lì capisci che inizia la potenza.” In questa frase c’è tutta la filosofia di Federico e il motivo della sua conversione. L’inclusione logica di una dimensione dell’esistenza che la modernità ha arbitrariamente escluso. È lo stesso spirito che animava gli antichi Misteri Eleusini, dove la sacralità non era separata dalla vita quotidiana, ma ne costituiva il cuore pulsante.

Federico parla a lungo dell’uso dei funghi non per avere visioni, non per divertirsi, ma per integrarli e cambiare come persona. Va oltre la mera ricerca di esperienze straordinarie e mira invece a una trasformazione personale profonda e permanente.

Sono molti gli studi che parlano dei benefici duraturi e a lungo termine sull’umore e la qualità della vita dell’uso di psilocibina (Schmid e Liechti, 2018; Gasser et al., 2015), ma al di là degli studi in laboratorio, trovo ancora più interessante le dimensioni che questo fenomeno può prendere in maniera spontanea e domestica. Federico sottolinea l’importanza di un “giusto rituale” nell’uso dei funghi, pur ammettendo che la sua prima esperienza significativa sia avvenuta senza preparazione o aspettative; il processo di avvicinamento alle sostanze psichedeliche è una negoziazione tra tradizioni ritualistiche e un approccio più individualizzato e sperimentale. “È sempre molto importante verbalizzare dopo l’esperienza, per ricordare i concetti e le visioni e in qualche modo fissarli.” Una volta provati gli effetti della psilocibina ed essersi informato a fondo su quanto aveva appena vissuto, si convince a continuare la ricerca e missione. “Una volta, con una dose alta, sul divano, ho avuto un’esperienza assurda. Parlavo con il faggio in giardino – io, falegname. Non rispondevo a parole e ho pianto e riso come un bambino, un’esperienza di un’intensità emozionale assurda.” Dopo queste esperienze, inizia ad avvicinare gli amici, prima i più intimi, fino ad allargare poi le cerchie. La prima volta, però, non è andata come previsto: “All’improvviso, mi sono sentito fortemente a disagio.” Fa una pausa, cercando le parole giuste. “Mi sono reso conto di quanto fossero superficiali le persone con cui ero, di quanto poco condividessi con loro. È stato veramente fastidioso.” Il set di Federico – le sue aspettative, il suo stato d’animo – si è scontrato con il setting sociale (Zinberg, 1984), creando una dissonanza che ha colorato negativamente l’esperienza, un fenomeno che Goffman (1959) definirebbe come un breakdown della presentazione del sé. Gli psichedelici agiscono come potenti catalizzatori per la decostruzione delle norme sociali interiorizzate e dei ruoli assunti quotidianamente. Come osservato da Watts et al. (2017) nel suo studio sugli effetti della psilocibina, il fungo induce uno stato di iper-autenticità, in cui le convenzioni sociali e le interazioni superficiali diventano dolorosamente evidenti. Una forma di deautomatizzazione (Deikman, 1966) percettiva: si sospendono temporaneamente i filtri cognitivi abituali, permettendo una percezione più diretta e meno mediata della realtà sociale. Questo processo può portare a intuizioni profonde, ma anche a un disagio acuto quando le relazioni vengono percepite come inautentiche o superficiali. In quest’ottica, il paradigma dell’interazionismo simbolico (Blumer, 1969) offre una chiave di lettura stimolante: il fungo può innescare un processo fondamentale e totalizzante di negoziazione e risignificazione dei simboli. Da quella volta, “Ho sviluppato dei rituali personali”, mi spiega, “faccio sempre meditazione prima, inizio il viaggio da sdraiato, e ho dei codici specifici che seguo.” Il creare un ”contenitore sacro” per l’esperienza in assenza di strutture tradizionali si riflette anche nel contenuto dell’esperienza stessa. “Ho iniziato ad effettuare delle specie di esperimenti mentali su di me” mi confida nel vivo della conversazione “ad esempio durante un trip ho provato a immaginare la mia vita senza sigarette” fa una breve pausa per creare tensione “Ebbene, ho smesso di fumare per tre mesi. Oppure, un’altra volta, per caso ho pensato di buttare tutta la spazzatura, tutte le cose inutili e superflue, in un buco nero. A viaggio finito mi sono reso conto che alcune cose negative del mio passato non mi facevano più male.” Questi esperimenti mentali di Federico rivelano direttamente il potenziale autotrasformativo delle esperienze psichedeliche, allineandosi con la ricerca emergente sulla plasticità neurale indotta da queste sostanze (Ly et al., 2018). L’immaginazione vivida di una vita senza sigarette, seguita da un periodo di astinenza, è un’altra prova di come il fungo può facilitare cambiamenti comportamentali attraverso la riconfigurazione delle associazioni mentali e dei pattern abituali (Johnson et al., 2017). Questo fenomeno richiama il concetto di finestra di plasticità proposto da Carhart-Harris e Friston (2019), durante la quale le strutture cognitive rigide possono essere più facilmente modificate, il principale spettro all’interno del quale il lavoro terapeutico potrebbe essere maggiormente effettivo. L’esperienza del “buco nero” che assorbe pensieri e sentimenti negativi evoca il potenziale degli psichedelici nel promuovere l’elaborazione emotiva e la risoluzione di traumi (Mithoefer et al., 2018). E tutto questo nasce spontaneo in un falegname che non aveva alcuna conoscenza sul tema se non da autodidatta. 

Per Federico l’uso di queste sostanze non è una fuga dalla realtà, ma un’immersione più profonda in essa. Non è escapismo, ma una sacralizzazione del quotidiano. Il fenomeno che sta incarnando non è isolato. In tutta Italia, nelle periferie delle città come nelle campagne, sta emergendo una rete sotterranea di coltivatori, terapeuti informali, cercatori spirituali che stanno riscrivendo il rapporto con la coscienza e con il sacro al di là delle classiche comunità spirituali e New Age. Non aspettano che la ricerca ufficiale faccia il suo corso, non si accontentano delle promesse della psichiatria psichedelica. Stanno costruendo, specie per specie, esperienza per esperienza, una farmaco-politica dal basso. Non è un caso che tutto questo stia accadendo anche in Italia. Ci si sta riappropriando di un rimosso culturale troppo a lungo ignorato. Come ha dimostrato Giorgio Colli, tutta la sapienza greca deriva da quella che lui definisce “la reale sapienza originaria” – non la filosofia aristotelica, ma i Misteri, gli Orfici, i culti dionisiaci. Che l’estasi mistica fosse parte della nostra cultura in modo inscindibile, era evidente. Che le sue radici fossero nella psichedelica, è stato a lungo pura speculazione teorica. Solo pochi anni fa, la conferma archeologica è arrivata: in un tempio a Girona, in Spagna, legato alle dee eleusine Demetra e Persefone, sono stati ritrovati frammenti di segale cornuta (la fonte dell’LSD naturale) sia in una coppa per libagioni che nel calcolo dentale di un officiante del culto. Sofocle dichiarava di questi riti: “Tre volte felici sono quei mortali che partono per l’Ade dopo aver contemplato questi riti; perché solo loro hanno la certezza di condurre lì una vera vita.” Federico, seduto nel suo giardino con il pane e il formaggio, non sa di essere l’erede contemporaneo di una tradizione millenaria. O forse, in qualche modo, lo sa. Quando dice di essere stato “richiamato” dai funghi, usa lo stesso linguaggio che attraversa i secoli, da Pitagora a McKenna, da Eleusi ai laboratori di John Hopkins. Questo perché la civiltà occidentale contemporanea (ma come accade spesso) sta attraversando una fase di profonda trasformazione; una trasformazione caratterizzata da una riconsiderazione critica dei paradigmi fondamentali che hanno definito la modernità. Un processo di riesame che coinvolge le dicotomie fondamentali su cui si è costruita l’epistemologia moderna: la separazione tra uomo, società e natura; la scissione tra corpo e mente; e l’emarginazione della dimensione del sacro e della morte dalla sfera pubblica e scientifica. Federico struttura l’esperienza: non la subisce. La tratta come un atto sacro, ma senza dogma. Questo approccio riflette un nuovo tipo di spiritualità contemporanea, spesso definita come spiritual but not religious. L’esperienza psichedelica diventa un rito domestico. Un sacramento laico di reincantamento del corso della Storia.

Di fronte alla violenza del mercato e all’incertezza crescente, vasti segmenti della popolazione mondiale stanno riscoprendo la necessità di protezione sociale e di dimensioni collettive che trascendano l’individualismo atomizzato. Un movimento che non si limita alla sfera economica e politica, ma si estende profondamente nel campo della conoscenza, della cultura e della spiritualità, dove emergono nuovi paradigmi che sfidano la visione meccanicistica e riduzionista. Il processo di reincantamento si manifesta attraverso il crescente interesse per le “ontologie alternative” che superano il dualismo cartesiano, l’apertura verso tradizioni filosofiche e spirituali non-occidentali e soprattutto attraverso quello che è stato definito il “Rinascimento psichedelico”. Quest’ultimo fenomeno, caratterizzato dal rinnovato interesse scientifico e culturale verso gli stati non ordinari di coscienza, rappresenta forse l’espressione più significativa di questo cambiamento di paradigma. Ma è ora di andare oltre, o meglio, più a fondo e con più struttura. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, come già detto, questo reincantamento non costituisce un’importazione di pratiche esotiche, ma piuttosto il riemergere di correnti sotterranee della stessa tradizione occidentale. Dai Misteri Eleusini alle pratiche sciamaniche del Sud Italia, l’Occidente possiede una ricca eredità di esperienze estatiche e visionarie che erano state marginalizzate dall’affermarsi del razionalismo moderno. Il reincantamento contemporaneo è il recupero e la reintegrazione di dimensioni del sacro e del mistero che non erano mai completamente scomparse e che oggi tornano a emergere con nuova forza di fronte alle sfide esistenziali del nostro tempo. Nelle accademie si discute della psilocibina e dell’acido lisergico come strumenti terapeutici (potentissimi) per ansia, stress, depressione farmaco resistente e come terapia compassionevole di fine vita, tuttavia, la dimensione politica del fenomeno rimane centrale. Come suggeriva già Timothy Leary negli anni Sessanta con il suo provocatorio “Turn on, Tune in, Drop out!”, l’esperienza psichedelica porta con sé un potenziale sovversivo che sfida le strutture di autorità sociale. L’LSD, nelle parole di Michael Pollan, rappresenta “l’ingovernabile forza dionisiaca” che dissolve i confini apollinei della civiltà occidentale dalle gerarchie mentali alle strutture sociali, dalle distinzioni tra soggetto e oggetto a quelle tra spirituale e materiale. Questa capacità di dissolvere i confini costituisce al contempo il potenziale terapeutico e la minaccia politica delle sostanze psichedeliche. Come notava David Solomon già nel 1964, esse possono rappresentare una minaccia per le strutture di potere che si basano sull’accettazione controllata del “mito della Posizione Sociale”, ma solo le società più statiche e repressive devono preoccuparsi della sovversione psichedelica. Marco Mattei, nel suo Invito al Reincantamento (Tlon, 2024), individua nel disincanto un problema anzitutto materiale: la trasformazione della conoscenza e dell’esistenza umana in mere risorse economiche da parte delle grandi aziende tecnologiche. La sua proposta non è un ritorno escapista al “magico”, ma un reincantamento basato sulla ragione e la tecnologia riorientate verso il bene comune, attraverso la democratizzazione della conoscenza e una rinnovata consapevolezza del valore intrinseco dell’esistenza. In questa visione, l’esperienza psichedelica diventa “un assaggio” della coscienza reincantata, un ponte verso nuove forme di consapevolezza che integrano dimensione scientifica, spirituale e politica in una sintesi inedita per il nostro tempo. Citando letteralmente l’autore:

“Quasi tutto il linguaggio magico del reincantamento è in realtà una grandissima metafora psichedelica. Arriverei a dire che per me il passo psichedelico è un passo fondamentale se si vuole fare filosofia.  Non c’è filosofia senza psichedelia. Gli psichedelici giocano un ruolo fondativo nello sviluppo di una razionalità empatica ed ecologica, e il gradiente di consapevolezza che inducono non è raggiungibile altrimenti. Non si può fare davvero filosofia senza aver prima provato in prima persona alcune certezze. Per usare un’espressione più metafisica, è grazie alla psichedelia che si inizia davvero a credere nel mondo. E solo da questa credenza si può costruire un reincantamento. L’unico altro fenomeno assimilabile alla psichedelia che dà gli stessi risultati negli individui in termini di relazioni fra idee è il complottismo. […] dovremmo pensare una farmaco-politica. La nostra società è già totalmente alterata. Bisogna ritrovare dunque una nostra medicina, un uso di sostanze per sciogliere l’inevitabilità del mondo. Credo sia questo il motivo per cui Fisher utilizza il comunismo acido come antitesi del realismo capitalista. Il potere psichedelico è quello di mostrare la contingenza. L’esperienza psichedelica è un’esperienza di profonda realizzazione della contingenza del mondo, e per questo allora anche del loro grande valore. Il discorso potrà sembrare naif, ma thaumázein, la meraviglia psichedelica, è la semplice meraviglia delle cose che esistono. Questo è il valore ineffabile dell’esistenza, al di là di facili retoriche che si sono costruite su queste premesse.”

– Marco Mattei, Invito al reincantamento, affrontare e superare il disincanto, TLON, Roma, 2024

Né i cibi e le droghe né la controversia sono nuovi. Per migliaia di anni medici-stregoni, indovini, preti-filosofi e confraternite mistiche hanno fatto uso di piante allucinogene come il cactus peyote, i funghi divini del Messico, la soma degli antichi filosofi vedici anteriori all’induismo. Oggi la nostra tecnologia ci fornisce delle sostanze chimiche ottenute per sintesi dagli ingredienti attivi di queste antiche e venerabili misture: la dietilamide dell’acido lisergico (LSD-25), la mescalina, la psilocibina e una quantità di sostanze dilatatrici della coscienza meno note. Questi alimenti e queste droghe sono sempre stati avvolti nel mistero e circondati dall’incomprensione e dalla polemica perché provocano le piú desiderabili e insieme piú temibili esperienze che l’uomo conosca. Essi producono 1’estasi: ékstasis, termine che significa letteralmente uscita da una condizione fissa, statica. Proiettano la consapevolezza al di là dei normali stati di coscienza. Vengono quindi chiamati psichedelici, cioè sostanze che aprono la mente. Il processo dell’estasi, o della dilatazione mentale, non è né nuovo né limitato agli psichedelici. Molti filosofi  tra gli altri Heard, Teilhard de Chardin e Heidegger hanno posto in rilievo che l’evoluzione umana sembra essere caratterizzata da alterazioni della coscienza.”

– Timothy Leary, Introduzione, LSD, la droga che dilata la coscienza, PGreco Edizioni, Milano, 2019

Lo stadio successivo per Federico, quasi logico, è stata sicuramente la diffusione della conoscenza come missione. Federico si è autodefinito “curandero” durante feste domestiche o grigliate domenicali:

”Chiedo a tutti le loro aspettative, e metto ognuno in un lato diverso della casa, dove penso che possano sperimentare qualcosa di più adatto a loro. C’è chi in casa ha pianto a dirotto, chi in giardino ha riso tantissimo. In ogni caso, è fondamentale una buona integrazione, verbalizzare e razionalizzare il più possibile.” La cura per la personalizzazione dell’esperienza e per le aspettative, fino alle necessità individuali dei partecipanti dimostra una comprensione sofisticata dei fattori che influenzano l’esperienza psichedelica, nonché un senso di responsabilità verso coloro che guida in queste esperienze. Il rievocare di Federico la figura del curandero riflette un fenomeno che Michael Harner (1980) ha definito “neosciamanesimo”, l’adozione e l’adattamento di pratiche sciamaniche tradizionali in contesti occidentali contemporanei. Sono molti gli esempi più o meno diretti di questa commistione in Italia. Ad esempio, le cerimonie di ayahuasca diffuse in tutto il paese, presentano una complessa intersezione tra pratiche tradizionali sudamericane e contesto culturale europeo. Come osservato da Loizaga-Velder & Verres (2014) nel loro studio sull’uso terapeutico di ayahuasca, questi rituali spesso fondono elementi spirituali con obiettivi terapeutici, creando un fenomeno culturale ibrido unico. Federico, pur non avendo una formazione tradizionale, assume un ruolo di guida spirituale e facilitatore di esperienze trascendenti, incarnando una forma di neosciamanesimo fai-da-te. Proprio come lo sciamanesimo tradizionale descritto da Mircea Eliade, Federico utilizza tecniche che inducono stati alterati di coscienza per lavorare su dimensioni altre. Restano gli incensi, la musica propedeutica e una complessa ritualità affidata all’officiante. Questi rituali improvvisati durante le grigliate per ricercare benefici per la comunità. non sono l’appropriazione delladinamica di un’altra cultura quanto la rivitalizzazione e la riappropriazione di una tendenza repressa dello scibile occidentale. Nella nuova edizione riveduta de Il filo e le tracce. Vero falso finto (2023),  ad esempio, Carlo Ginzburg include saggi come Gli europei scoprono (riscoprono) gli sciamani e Streghe e sciamani, nei quali l’autore collega le caratteristiche degli sciamani siberiani ai benandanti friulani del Cinquecento, individui designati come professionisti dell’estasi e coinvolti in esperienze rischiose per il benessere della comunità. L’estasi era accompagnata dall’uscita dello spirito, spesso in forma animale e tali esperienze erano cruciali per la salute e il benessere della comunità. Nel libro Storia notturna, Ginzburg analizza vari culti estatici sciamanici documentati in buona parte d’Europa, inclusi i benandanti friulani, i kresniki della penisola balcanica, i burkuzauta del Caucaso, i taltos ungheresi e i noajdi della Lapponia. Questi culti, che esistevano fino all’Inquisizione cattolica e forse anche oltre in forma sotterranea, rappresentavano modi di rapportarsi al sacro non riconducibili alla coscienza ordinaria. Inoltre, gli studi sui benandanti di Ginzburg sono influenzati dalle ricerche di Ernesto De Martino sulla taranta e sulla magia come elemento che definisce l’essere umano. De Martino stesso aveva sperimentato stati di coscienza non ordinari e l’esperienza di morte e rinascita soffrendo di epilessia da giovane: 

“L’aura [epilettica] comincia così: il mondo va diventando sordidamente estraneo, diabolicamente tedioso, si spoglia di affetti. È il segno che la presenza comincia ad attenuarsi. Quindi si produce l’assenza, improvvisa, momentanea, completa… Poi, dopo pochi istanti, la presenza riemerge dal naufragio, e con essa il mondo, restaurato nelle forme e negli affetti”. 

–  Giordana Charuty, Ernesto De Martino. Le precedenti vite di un antropologo, Franco Angeli, Milano, 2010

Esistono ancora oggi tracce significative di tradizioni sciamaniche e stati di coscienza non ordinari, considerati non patologici ma risorse per le comunità, che contraddicono spesso la nostra visione dell’Occidente. Queste tradizioni erano presenti nella Marca friulana fino al XVII secolo e in Puglia e altre parti del Sud Italia fino all’avvento del neocapitalismo industriale, nonché nel bacino del Mediterraneo. L’approccio di Federico si inserisce nel contesto più ampio della rinascita dello sciamanesimo nella spiritualità contemporanea. Mentre esistono scuole e associazioni che offrono corsi strutturati di pratiche sciamaniche, Federico rappresenta una dialettica più spontanea e meno istituzionalizzata. Il suo metodo non si allinea precisamente con nessuna delle tre correnti principali dello sciamanesimo in Italia (neopagano, nativo-americano o core shamanism), ma piuttosto rappresenta una forma ibrida e personalizzata, secondo la classificazione fornita da Palmisano e Pannofino (2021). Lo scambio di conoscenza avviene tra pari e non c’è alcun ruolo superiore se non quello di aver già spalancato le porte della percezione. Gli altri iniziati alla pratica potranno diventare a loro volta predicatori in maniera completamente orizzontale e capillare. Una sorta di “farmaco-politica” (derivata dal pensiero di Michel Foucault sulla biopolitica e sviluppata da studiosi come Paul B. Preciado (2013)) che si diffonde attraverso dinamiche che riprendono le cornici dello sciamanesimo. Questo perché la coltivazione e l’uso di funghi psichedelici al di fuori dei contesti medici o legali rappresenta una forma di resistenza alle strutture di potere che regolano l’uso di sostanze psicoattive, costituendo una micro-politica del corpo, della coscienza e della spiritualità. Citando McKenna:

“L’utilizzo religioso delle piante psichedeliche è una questione di diritti civili, e tale restrizione significa reprimere una legittima sensibilità religiosa. In realtà, non è una sensibilità religiosa ad esser repressa, ma la sensibilità religiosa in sé – l’esperienza di religione fondata sulla relazione uomo/pianta, che era in atto molto prima dell’avvento della storia.”

– Terence McKenna, Il cibo degli dei, Piano B, Prato, 2019

La pratica di Federico incarna quello che Deleuze e Guattari (1980) chiamerebbero una micropolitica, una forma di resistenza che opera a livello delle esperienze corporee e degli stati di coscienza individuali. Se il desiderio è una forza produttiva che crea relazioni e strutture sociali, il desiderio di trascendere il reale capitalista, la micropolitica psichedelica modula e canalizza questo desiderio verso forme di coscienza altre. Questa segmentarietà flessibile inizia inevitabilmente a influenzare quelle più rigide. L’uso di funghi psilocibinici in contesti informali e domestici sfida il controllo biopolitico sugli stati alterati di coscienza, creando spazi di autonomia e sperimentazione al di fuori delle strutture istituzionali, nelle quali deterritorializzare la coscienza e riterritorializzarla conscia che questo non sia “l’unico mondo possibile”. Il reincantamento psichedelico avvicina ad una rinnegata sacralità della vita, ma serve una fuga dalla dimensione molecolare. La questione è quindi come riarticolare le connessioni tra questi due livelli. Le tecnologie digitali permettono una riarticolazione, ma solo al di fuori del modello della data economy, che oggi è il modello dominante. Questo pensiero mito-poietico transcapitalista,  non è più  contrapposto al pensiero scientifico. Tuttalpiù si inserisce nelle sue categorie di senso e le scardina. Una forma di bricolage (Lévi-Strauss, 1962) che riutilizza e riassembla risorse storicamente e materialmente a portata di mano per comporre nuove forme di cura. Non si tratta di una mera pratica, ma anche di una strategia di senso del mondo. Gli oggetti e i materiali usati nel bricolage spesso acquisiscono nuovi significati simbolici attraverso il loro riutilizzo. È già reincantamento. Non è un caso che Lévi-Strauss contrapponga all’ingegnere la figura del bricoleur, così come Mattei vi contrappone una mente reincantata

“Così, la scienza è diventata tecnica. La tecnica viene quindi associata a una visione del mondo come un insieme di risorse da sfruttare, di obiettivi da raggiungere, misure da operare. Prima di essere, il monde deve funzionare. La scienza come tecnica ci svela dunque il mondo come un insieme di cose riducibili al loro valore strumentale: valore che verrà deciso dal suo ruolo all’interno di uno specifico apparato produttivo, che a sua volta è ridotto alle sue capacità di espansione, alla sua possibilità di crescere all’infinito; le cose esistono perché servono. Possono essere dunque sfruttate, utilizzate, ma per che cosa? Per sostenere un ciclo economico: la ricerca va valutata in termini monetari e la conoscenza deve servire. In un certo senso, è la nascita della cosiddetta “mentalità ingegneristica”: la concettualizzazione del mondo – della materia, nel senso più profondo ed esteso possibile – come risorsa. E la perdita di valori, è la vittoria del cinismo. E qui che, secondo Weber, avviene il disincantamento.” 

– Marco Mattei, Invito al reincantamento, affrontare e superare il disincanto, TLON, Roma, 2024

Le generazioni passate avevano fiducia nel valore della scienza e nella sua vocazione, oggi vi ci si abbandona (come si è visto ampiamente nelle narrazioni durante la crisi pandemica del 2020) e questo rende la scienza un’attività pratica, uno strumento per raggiungere scopi utilitaristici e controllare la natura, senza riconoscerle un ruolo nel nostro sviluppo spirituale o nel miglioramento della nostra percezione della realtà. “Ma sono veramente cambiamenti del comportamento quelli che accadono dopo l’esperienza psichedelica? O semplicemente integrazioni  emotive e stimoli?”


Mentre il sole tramonta dietro le colline che circondano il giardino di Federico e il faggio con cui ha “conversato” si staglia contro il cielo che si colora di arancio, mi rendo conto di aver assistito a qualcosa di più profondo di una semplice testimonianza personale. Ho incontrato un frammento vivente di una rivoluzione silenziosa che si sta diffondendo nelle periferie dell’Occidente disincantato. Federico ripone gli strumenti nel Transit. Non c’è nulla di messianico nei suoi gesti, nulla di millenaristico nelle sue parole. C’è invece la quieta determinazione di chi ha trovato una porta verso dimensioni dell’esistenza che credevamo perdute per sempre. Una porta che non conduce altrove, ma più profondamente qui, in questo mondo che pensavamo di conoscere. Mentre mi allontano dal viale alberato, una certezza mi accompagna: quello che ho documentato non è un caso isolato. È una storia che attraversa generazioni, comunità, tradizioni spirituali. Una storia che sta riscrivendo i confini tra scienza e mistero, tra terapia e sacramento, tra ribellione e ricerca di senso. Il regno dei funghi, invisibile ma onnipresente, continua il suo lavoro sotterraneo di connessione e trasformazione. E mentre l’establishment politico si interroga cautamente sul futuro della medicina psichedelica, nelle cucine di campagna e nei giardini di periferia, la rivoluzione è già iniziata. Federico e migliaia come lui non stanno aspettando permessi. Stanno reincantando il mondo, un fungo alla volta.


Mirko Vercelli (Torino, 2000) è laureato in antropologia all’Università di Torino. Si occupa di cultura pop, politica e media. Ha pubblicato il romanzo Linea Retta (bookabook, 2021) e il saggio Memenichilismo (Novalogos, 2024). Vincitore, con il Maltempo Collettivo, della quinta edizione del Premio Roberto Sanesi, con cui ha prodotto l’album spoken word music Gli strumenti della solitudine. Ha scritto, tra gli altri, per «Neutopia», «Not» e «Lucy».

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