A volte ricordano | Jonida Prifti

due mari
due lingue
“era una questione di radici”
una questione trasversale.

– Patrizia Vicinelli, Non sempre ricordano, Parte sesta

Il 22 novembre 2024 ero nella sede di artQ13 a Roma, per l’evento “Bit in versi”, all’interno della rassegna Romapoesia reloaded con la direzione artistica di Luigi Cinque e Tommaso Ottonieri. Una serie di poeti invitati a leggere i propri testi, accompagnati dall’apparato critico realizzato con l’utilizzo del bot LitCrit AI, a cura di Carlo Caloro, Britta Lenk e Daniel Raffini. Durante la processione poetica, arriva una ragazza con una radiolina, si avvicina al microfono e inizia a sonorizzare le sue parole. Mi fermo. Vengo completamente rapita, attorno a lei una energia innaturale la circonda, costruisce un nuovo pianeta. Ve la presento, lei è Jonida Prifti.

La mia ricerca pone le radici nella mia infanzia. Mio nonno mi portava ai matrimoni dove era spesso invitato a tenere banco con i suoi canti e danze. Inconsapevolmente immagazzinavo dentro di me quelle vocalità che mio nonno con tanta maestria e naturalezza – da autodidatta, di fatto era pastore – padroneggiava ed esprimeva trascinando tutti gli altri a seguirlo in coro. Mi sono lasciata andare al corso degli eventi fino all’età di 14 anni, da quando ho effettivamente iniziato a scrivere in albanese perché mi trovavo ancora in Albania. Dopo aver scoperto che la scrittura mi era necessaria ho cominciato a rendermi conto che la voce era connessa a essa. Mi è stato chiaro subito. Ho cominciato quindi a dire le mie poesie a voce alta, in solitaria, perché in quella fase della mia vita ero sola. Oltre la voce e la poesia, un’altra grande necessità era la musica. Sovra-registravo sulle cassette, direttamente dalla radio, spezzoni di musica, estratti di trasmissioni radiofoniche, quel che capitava, con mie interferenze vocali nei quali esprimevo pareri, o cantavo, o leggevo, quel che mi veniva al momento. Avevo raggruppato un bel mucchio di cassette che conservavo con cura. Tutto questo nel mio privato.  Una volta in Italia, all’età di 19 anni, la prima cosa che feci è stato il gesto di buttare tutte le cassette nel cassonetto della spazzatura. Mi chiedo anche adesso se qualcuno le avesse mai trovate quelle cassette di cui tanto ero affezionata.

Di base prediligo lavorare da sola, ma essendo anche molto curiosa spesso mi è capitato e tutt’ora mi capita di unirmi al mondo degli altri artisti, di comporre insieme agli altri. Se devo fare una stima, per la maggior parte delle volte mi hanno proposto gli altri di unirmi a loro e ovviamente non sempre ha funzionato, ma non mi pento mai di aver accettato perché le considero importanti per la mia ricerca personale.

Performance dalla release di Shesh (Filibusta Records, 2015)

Quando mi capita di dire cosa faccio, dico sempre “poetessa”, poi se il discorso si approfondisce mi dilungo e chiarisco meglio. Più che cifra poetica, direi urgenza, sarebbe quella dell’esplosione nell’improvvisazione, mi è necessaria. Mi contraddistingue la capacità d’improvvisazione, non temo mai di sbagliare su un palco. Direi come combustibile mi porto la rakija (hahaha).

Jonida Prifti al festival Passages di Metz, Francia

So che sto iniziando nel momento in cui le mie voci interiori mi dicono di fare caso al ritmo nei versi, poi la poesia può assumere varie forme, dipende da quello che voglio dire. Il suono è connesso alla parola, non esiste per me un momento chiaro in cui dico che questa poesia suona così perché so che quel suono cambierà nel momento stesso in cui lo dirò durante una performance dal vivo. Le mie poesie in realtà sono aperte a ogni trasformazione possibile, le chiudo nel momento in cui devo pubblicarle. Se potessi scegliere uno strumento, se non fosse per la sua dimensione e peso, direi il pianoforte.

Direi più una lingua che appartiene alla Prifti.

Per quanto mi riguarda, io in realtà non credo di rientrare nella spoken word music, mi sento più vicina alla poesia sonora. I tre tratti salienti possono essere la voce prorompente e frammentata, la contaminazione della parola quindi la mescolanza delle lingue che porta spesso o l’errore o la mutazione sia della parola che della voce quindi come terzo tratto direi l’errore e la mutazione.

L’album è stato realizzato con la musicista Andrea Noce alias Eva Geist e con le musiche di Donato Dozzy. I brani sono poesie tratte dal mio libro Sorelle di confine (Marco Saya ed., dicembre 2024) con prefazione di Andrea Cortellessa e la postfazione del poeta e paroliere Pasquale Panella. Lo dedico al mio caro zio Llukan, scomparso di recente dopo una lunga malattia. Dopo una lunga attesa, dovuta alla burocrazia americana (viveva lì da anni) di quasi due settimane, finalmente si terrà il funerale il 14 febbraio nel mio paese natìo Berat (Al). Mirupafshim oh daje dhe udhe te mbare! 

Performance e voce Jonida Prifti, Acchiappashprit
Musica Stefano Di Trapani, Donato Dozzy
Fotografia Dino Ignani

Jonida Prifti è poeta/vocalist, artista poliedrica, performer e interprete dall’albanese all’italiano e viceversa. Nata a Berat (Albania) nel 1982, è emigrata in Italia nel 2001. La sua ricerca spazia tra la poesia sonora, la musica e le arti visive.  Si è laureata nel 2010 con una tesi magistrale sulla poetessa italiana Patrizia Vicinelli all’Università “La Sapienza” di Roma. La sua tesi è stata poi pubblicata in e-book dalla casa editrice accademica Onyx nel 2014. Il suo lavoro si concentra sulla commistione linguistica tra la lingua madre (albanese) e la lingua italiana. Infatti, nelle sue opere è presente la differenza sonora, lessicale e grafico-visuale delle due lingue. Il suo audio-libro bilingue Ajenk è un chiaro esempio di due modi di vedere la lingua dove le due culture, albanese e italiano, si incontrano integrandosi a vicenda attraverso la ricerca linguistico/poetica. Nel 2008, ha fondato il duo di poesia sonora ‘Acchiappashpirt’ con il musicista Stefano Di Trapani. Questo progetto “miscela” musica contemporanea e poesia d’avanguardia. Insieme, dal 2010, organizzano annualmente a Roma il minifestival internazionale di poesia sonora “Poesia Carnosa”. Inoltre, nutre altri tre progetti musicali/poetici/dadaisti tra cui Jona; ‘J A’ (con la musicista Andrea Noce); ‘Alfabeti Barbarici’ (con l’esperta di culture arabe Donatella Della Ratta alias Lulu Shamiyya). Dal 2012 al 2015 è stata voce solista nella band Shesh. Nel 2015 hanno pubblicato l’album Halo (Filibusta Records).  Dal 2016 al 2019 ha fatto parte del duo ‘Opa Opa (Invasioni Balcaniche)’ insieme alla musicista serba Iva Stanisic. Oltre a molteplici live, comparse e interviste in vari canali sia virtuali che televisivi hanno realizzato l’album Buongiorno Italia (Filibusta Records, 2018). Fa parte del film-documentario Linfa (2018) di Carlotta Cerquetti, incentrato sulla scena underground femminile di Roma Est. Nel dicembre 2021 nasce il suo primo progetto solista poetico/musicale, Nido. Ha pubblicato il suo album di debutto, Carnica, il 15 febbraio 2022, frutto di una performance registrata durante l’evento ‘Wet Pain_t’ il 20/12/2021 al Fanfulla (Roma) con l’etichetta My Private Own Records. Nel 2024 ha pubblicato la raccolta Sorelle di confine per Marco Saya Edizioni.

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