“Bisogna emanciparsi e passare ad una forma di welfare cooperativo,
superare lo Stato sociale attuale con uno che realizzi un aiuto reciproco.”
– Enric Duran
Quando incontrai Enric Duran per la prima volta, era l’autunno del 2017. L’appuntamento era in Cavallerizza Irreale, in un locale dall’aria retrò che sembrava quasi fuori dal tempo. Enric indossava un maglione nero, semplice ma distinto, che lo faceva sembrare un uomo qualsiasi, ma c’era qualcosa nel suo sguardo, un’inquietudine latente, che lo rendeva difficile da ignorare. Continuava a guardarsi intorno, come se stesse aspettando qualcuno o temesse di essere seguito.
Del resto, era ricercato dall’Interpol e aveva fatto un’azione politica contro il sistema.
Quella settimana, la città era avvolta in una strana tensione. Torino si preparava ad ospitare il G7, e l’atmosfera era elettrica, carica di aspettative e di preoccupazioni. Io ero lì per un altro motivo: documentare, con la mia videocamera, l’attività di Enric, l’uomo che aveva sfidato le banche e che ora era deciso a creare un nuovo sistema economico basato su Faircoin, una criptovaluta che stava cercando di diffondere attraverso la creazione di nodi locali.
Enric Duran è un attivista catalano e negli ultimi 20 anni ha compiuto numerose azioni di resistenza civile a Barcellona, dove con la Robin Bank[1] ha sottratto 492.000 Euro alle banche spagnole, tentando di costruire un sistema economico accessibile e alternativo a quello capitalista e finanziario.
Faircoin e l’utopia di un altro sistema culturale
In quell’occasione, gli feci alcune domande: parlammo di quale fosse la condizione economica dell’artista nella società. Secondo Enric, la produzione culturale è in una situazione difficile, tra la dipendenza dei finanziamenti pubblici istituzionali, che sono anche più difficili e più controllati, rispetto all’arrivo dei finanziamenti privati o dei finanziamenti basati sul mercato, che coinvolgono l’artista nel mondo del capitalismo. “Un progetto che voglia essere fuori da queste logiche dev’essere autogestito, per creare una nuova economia che si basi sui luoghi comuni, proteggendolo a livello economico e finanziario, anche grazie alla creazione di una nuova valuta.”

Oggi che le criptovalute sono una realtà, mi colpisce ancora di più quella prima conversazione. Enric mi parlò dei suoi piani con la passione di chi crede fermamente in ciò che fa. Voleva aprire nodi locali per diffondere Faircoins, coinvolgendo comunità alternative e anticapitaliste, come quelle di Cavallerizza. Mi affascinò subito la sua determinazione e il suo desiderio di creare un sistema che permettesse alle persone di vivere al di fuori delle regole del capitalismo tradizionale.
Sei mesi dopo, durante l’estate, ci incontrammo di nuovo. Questa volta gli consegnai un sacco di monete che avevo raccolto grazie a vari eventi culturali che avevamo organizzato insieme. Enric le convertì tutte in Faircoins, e per un po’ il sistema sembrava funzionare alla perfezione. I miei risparmi iniziarono a crescere, e i profitti raddoppiarono grazie a un sistema basato sulla fiducia reciproca e sulla promessa di un’economia più equa.
“La produzione culturale deve essere libera dalle catene del capitalismo”, afferma Duran. “Questo è un esperimento per dimostrare che un’altra economia è possibile.”
Gli parlo del suo passato, di come ha usato i fondi sottratti alle banche per finanziare movimenti e progetti. Mi aspetto una reazione difensiva, ma lui rimane impassibile. “Lo rifarei”, dice senza alcuna esitazione. “Era necessario dimostrare che possiamo costruire qualcosa di diverso. Non ho mai usato quei soldi per me stesso; tutto è andato verso la creazione di una rete che possa sostenere chi vuole vivere fuori dalla logica del capitalismo.”
Dal 2008 è attiva la Cooperativa Integrale Catalana (CIC), una progetto a cui ha dedicato attenzioni crescenti e che negli anni ha messo in relazione molti soggetti dell’altermondialismo e del successivo movimento degli Indignados – 15M. Il passaggio successivo, il più importante e ambizioso, è stato creare una rete mondiale, la Faircoop: a ottobre 2014 ne facevano parte 80 realtà, cne si scambiavano beni e servizi tramite Faircoin.
Ascesa e caduta di un’utopia
Il progetto Faircoop era semplice, ma efficace: passare dal controllo bancario delle risorse finanziarie ad uno scambio deregolamentato di beni e servizi, incrementando il lavoro tra le comunità grazie alla criptovaluta. Tra gli altri progetti finanziati in Faircoins, c’è stata anche una televisione pirata, Tele.cat, e un centro educativo, Aurea Social. Con il tempo, però, con l’aumento delle denunce da parte delle banche che reclamavano i fondi indietro e il conseguente pignoramento dei beni, l’esperimento non è riuscito a durare a lungo.
Dopo altri sei mesi, leggendo notizie negative, ho pensato di volere i miei soldi indietro, così ho iniziato a chiederli: mi è stato detto che c’era un problema a livello di nodo generale e quindi non era possibile. Alcuni della comunità di Faircoop hanno iniziato a spedirmi hard disk e schede SD, per mostrarmi il loro supporto alla causa.
Circa un anno dopo, in una calda serata d’autunno, incontrai di nuovo Enric in Piazza Vittorio, il cuore pulsante della vita notturna torinese. Enric era accompagnato da S., e insieme mi proposero un nuovo progetto ambizioso: aprire una scuola alternativa di cinema e fotografia a massa Carrara. C’era una giovane ragazza, una figura tormentata, che spesso aggrediva le persone, specialmente le donne, e volevano aiutarla a canalizzare la sua energia in qualcosa di creativo. Non capivo quale fosse il tipo ti relazione fra di loro, così dopo circa sei ore di viaggio Enric era venuto a prendermi in bici e mi aveva portata in una casa con un enorme maneggio. Fuori era rosa ed era circondata dalla ferrovia e dall’autostrada, oltre a un sacco di pini marittimi. Dopo quel lungo viaggio, dovevo andare in bagno, ma allo stesso tempo avevo una paura tremenda che la ragazza che accompagnava Enric potesse aggredirmi, così ho trattenuto la pipì per un’ora, fino a che non mi è venuto mal di pancia. Era una follia. Faircoin non poteva nemmeno coprire le spese di affitto, figuriamoci finanziare un’istituzione di quel tipo. Amalia, la promessa del progetto, scomparve poco dopo. Nessuno seppe più nulla di lei. Forse aveva capito prima di tutti noi che quell’utopia era destinata a fallire.

La fine del sogno
Poi, il novembre del 2019 arrivò come un colpo di scure. Le autorità decisero di sgomberare Cavallerizza, mettendo fine a quel sogno di rivoluzione. Gli spazi che avevano ospitato eventi, mostre, mille discussioni sul futuro dell’umanità tornarono a essere vuoti e silenziosi. Fu un colpo mortale per il progetto. Faircoin, già in crisi, divenne definitivamente inutile. Gli investitori, quelli che avevano creduto in Duran e nel suo sogno, iniziarono a chiedere indietro i loro soldi. Ma non c’era più nulla da restituire.
L’ultima volta che vidi Enric Duran fu in Piazza Vittorio, circa un anno dopo lo sgombero. Non era più lo stesso. La sua figura, un tempo carismatica, sembrava piegata dal peso del fallimento. Parlammo brevemente, lui cercò di giustificare quel che era successo, ma era evidente che non ci credeva più neanche lui.
“Ci abbiamo provato”, ha detto con un sorriso che non è mai arrivato ai suoi occhi, “ma forse le utopie non sono destinate a durare”.
Le ultime notizie di Enric Duran mi arrivarono qualche mese fa. Qualcuno mi disse che stava cercando di ottenere un passaporto in Ecuador, per poter viaggiare senza più nascondersi. Da allora, è scomparso. Nessuna risposta alle mail, nessuna traccia sui social. Gli altri, quelli che avevano investito in Faircoin e che ora vedevano i loro soldi svanire nel nulla, iniziarono a mandare minacce, ma anche queste rimasero senza risposta. Così, tutto si concluse come spesso accade: con un nulla di fatto. Cavallerizza, un tempo baluardo di un sogno impossibile, è tornata ad essere un monumento alla disillusione. Faircoin, la moneta che doveva cambiare il mondo, si è dissolta nell’aria come la nebbia. E noi, che avevamo creduto in quel sogno, siamo rimasti lì, con l’amaro in bocca e la sensazione di essere stati ingannati, ma senza nessuno a cui dare la colpa, se non a noi stessi.
Forse, alla fine, non sono le utopie a fallire: sono gli uomini che non sono mai all’altezza dei loro sogni. E il mondo, con la sua brutalità e indifferenza, resta sempre uguale, immutabile, mentre i sognatori si consumano, uno dopo l’altro, cercando di cambiare ciò che non può essere cambiato.
In copertina, foto di Irene Dorigotti. Immagini di repertorio
[1] Per avere più informazioni su Robin Bank: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/09/30/robin-bank-la-vera-storia-di-enric-duran-che-rubava-alle-banche-per-dare-ai-poveri-dieci-anni-prima-della-casa-di-carta/6821820/
