oppure sul tuo capo la Torre
capovolge; e con un salto dal basso
ti drizza: ma sei in un balzo (ma appena)
o nella capriola prima che t’agganciò
di passi
– Claudia Ruggeri, Inferno minore
Mi preparo all’intervista prendendo dalla libreria di casa le Poesie di Claudia Ruggeri, tratte da Inferno minore e pagine del travaso. Fumo una delle ultime sigarette della mia vita e vi presento Vipera, all’anagrafe Caterina Dufi, che non si è portata il vento dal Salento.

Se Caterina Dufi non fosse una cantante, sarebbe una poeta. E lo dimostra la sua folgorazione, non sulla via di Damasco, ma sulla via per Lecce leggendo le poesie di Claudia Ruggeri. Perché scegliere i versi di una poesia, farli propri e riversarli nei brani? E perché quelli di Claudia Ruggeri?
Il Matto è il primo brano che ho scritto con un legame esplicito ad una particolare poesia. La presenza di versi integrali presi dalla poesia è inconsueta nella mia scrittura, di solito faccio un uso diverso della citazione. Utilizzo da sempre parole prese dal di fuori, intendendo in maniera abbastanza orizzontale la loro provenienza: cose sentite o lette, per strada, in radio, sui libri, frasi di persone amiche che appunto.. l’elenco potrebbe andare molto in là. Di solito ne maschero la provenienza, sposto – inverto – confondo. Con la poesia Il Matto I, del buco in figura ho avuto un incontro potente con un’anima affine. Quell’ascolto è tutt’ora una scheggia per me e con Il Matto ho voluto avvicinare alla mia dimensione tutto questo, per come potevo.
Acerbo e divorato è il titolo dell’album, e penso alla fretta nel non far maturare i sentimenti e di sbranarli. Penso a una mela, a un peccato, a due persone seminude che la mangiano non ancora matura, e penso a un amore morto di fretta. Tu cosa pensi?
Ho scelto questo titolo come un’immagine dell’intemperanza, non ristretta al solo piano vegetale ma aperta, potenziale. Nella mia fantasia si tratta di un’azione che si svolge nel giardino di casa, che non è un eden ma un posto dove fare colazione con quello che si trova al mattino in agosto, prima che venga caldo.
Mi immagino Vipera nella sua stanza a scrivere, perché la parola è più forte del suono, perché in essa il suono è già contenuto. La potenza del dire come incontra la musica, come le fai sposare, come si accoppiano per diventare una canzone?
Più che la scrittura nella mia stanza accade che si assemblino parole appuntate a parole appuntate e così succede con i suoni. Il dire trova la sua potenza nella musica, non ho mai pensato ai testi del disco detti nel silenzio. Si tratta di un lavoro di intenti e di cesello da fare all’incontro tra musica e parola, che se non sono la stessa cosa si assomigliano. Non sono sicura di avere scritto per ora canzoni, forse brani – parola in cui è contenuto un senso di strappo/taglio e che trovo corrispondente allo stile del disco.
Cosa significa per un’artista vivere a Bologna nel 2024? Quali sono i luoghi che generano musica, quali la scrittura e come gli incontri con altre anime addette ai lavori, si incastrano con te e su di te, mentre passeggi per la città?
Bologna 2024 è un binomio che non ho ancora realizzato, restano alcune certezze dell’anno precedente. Puoi trovare, per esempio, al bar di giovedì improvvisazioni elettroacustiche o laboratori e incontri con poeti esatti. Sono sintonizzata, salvo perdite di segnale, a questo anno che inizia e cammino spesso, conto i secondi ai semafori.
Sei salentina, ma nel disco questo riverbero di terra natia non affiora a bordo di nessuna canzone, non è toccabile la tua appartenenza a un luogo così fortemente connotato da un imprinting territoriale, quasi fosse una nazione con il proprio inno da suonare. È custodire il proprio io o il lasciar andare la radice?
Forse in questo caso la trasparenza del segno salentino testimonia che qualcosa lì si è perso o in me non c’è stato mai – o si nasconde. Non sento un legame ai costumi di quel luogo, probabilmente perché non li ho mai vissuti per davvero. Sono piuttosto le rocce, le campagne sprante e certe case lasciate alla rovina che mi rapiscono per davvero. Nell’ intermezzo uno, Trasparente, c’è una frase che menziona una formula fisica capace di far diventare le cose trasparenti. Messa lì, detta tra suoni concreti e una chitarra la cui melodia è stata digitalmente sfasciata. Forse è questo il colore della mia radice.
Nella copertina dell’album ci sei tu a bordo di un oggetto scenografico, sei ferma e in movimento, sei in aria e a terra, fusa con lo scheletro dell’opera. Cosa rappresenta, chi c’è dietro l’ideazione e la costruzione di essa?
La struttura nella foto di copertina è stata realizzata in ferro e ferro battuto da mio padre, su mio disegno. Abbiamo utilizzato la mia statura come modulo per il progetto della struttura, che nasce perché potessi assumere quella posa semisospesa. Questo lavoro trova un precedente nella macchina per il volo che ha disegnato e realizzato Federico Rizzo, artista e amico con cui ho scritto e girato il cortometraggio dell’EP “Tentativo di volo”. Questa volta la separazione dal terreno ha preso una piega statica, di scultura. Il mio corpo traccia con gli arti una sorta di segno solare, in una corsa senza movimento. È un’immagine ferma, le cui linee muovono invece una ritmica incalzante che io associo – ora che c’è – alla doppia presenza di ambient e percussività all’interno del disco.
Sei vestita di blu, e all’ascolto per me, il tuo lavoro è di un turchese scarichissimo, come un colore arrivato a fine giornata, non più utilizzabile, ma ti ostini a voler colorare, non un disegno, un sentimento impenetrabile, impalpabile e presente. Cosa ci colora Vipera?
Penso alle temperature diverse di grana e di colore che assumono le superfici metalliche quando si ossidano.
Nei testi, parte fondamento della tua poetica musicale, l’incontro tra l’italiano e l’inglese è consuetudine. Quale condizione ti porta a scegliere una lingua straniera al posto di un’altra?
Ho scritto in italiano e in inglese, non ho mai frequentato altre lingue nella misura dello scrivere. Nell’inglese mi risulta più facile allontanarmi dal significato e avere l’impressione che siano altre persone a parlare. L’idea è quella di riferire il detto, e l’alternanza linguistica favorisce questo tipo di resa.
Ognuno di noi ha uno spirito guida, un guru, un mentore, un santino stropicciato nel portafoglio, un appiglio, una cometa e qualsiasi altro essere in grado di indicarci una direzione. Nella tua proiezione artistica a quali concerti vai e a quali vorresti andare?
Amo molto essere in una sala da concerto. Ascolto veramente di tutto ma soprattutto osservo la scena, per me è una fonte di studio – cablaggi, uso del microfono, gestualità implicate dai vari strumenti… Per questo mi piacciono i concerti piccoli, dove si può vedere quasi tutto e sempre per questo non amo i grandi festival. Non li amo per questo piccolo motivo, ma anche perché spesso si svolgono in contesti sottoposti a forme di controllo opprimenti, esagerate.
Caterina dov’è in questo momento e dove si sta dirigendo? Quanto album non è più in lei, quanto le questioni personali non sono cambiate? Dove vorrebbe arrivare e dove non vorrebbe andare? Cosa vorrebbe mangiare e cosa vorrebbe divorare?
Caterina cercherà di fare ordine tra le cose che ci sono già! Sicuramente voglio ampliare e mettere a posto le mie librerie di samples per produrre nuove tracce: ho in mente alcuni luoghi dove andare a registrare dei suoni e altri in cui passeggiare solamente. Vorrei passare del tempo tra i boschi, o vicino al mare.
Il matto
Avresti ripetuto le parole, era scontato.
Non sentivo, non sentivo.
“Inesauribile è il materiale e scaturisce il sacro.”
Domani mi risveglio e tiro su le braccia al cielo
e dimentico di adesso, che non vedo
neanche a un metro.
Ti spaventi di Ninive o di ricino
ma cosa temi coi capelli che ancora crescono?
Averti a ripetizione in sogno e mai davvero.
Diceva:
Il matto cammina, cammina, sceglie
voce da voce. Non la cosa è mutata
ma il suo chiarore.
“Vidi la donna che pria m’appariò
velata, sotto l’angelica testa.”
