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Niente addosso
Mi infilo le mutande, le sento appiccicarsi ai peli. Non sono un frocio, non sono un culo; lo ripeto ad alta voce, come se ci fosse qualcuno in grado di sentirmi, ma sono solo. Quello che ho appena fatto riguarda un processo di distacco dalla mia dimensione materiale; il distacco dalla dimensione materiale e l’avvicinamento a una nuova fase, a una rivelazione, a qualcosa che potrebbe anche concludersi con un’epifania o più semplicemente con la morte, come tutto sommato si concludono tutte le storie. Ma adesso devo concentrarmi e pensare a quello che mi aspetta, e per farlo ho bisogno di tornare indietro fino a tuffarmi in un buco scurissimo e dilatato almeno quanto gli ani degli attori che poco fa si producevano sul mio schermo in atti che avrebbero potuto funzionare davvero da trigger per raggiungere un nuovo stato di coscienza, se solo fossi una persona abbastanza evoluta da slegare l’atto dal suo significato, come quel tizio riusciva a fare guardando Roger Federer e il suo rovescio a una mano, e se fossi quel tipo di persona forse riuscirei davvero a ricordare cosa è successo quando mi ero convinto che qualcuno mi avesse rapito, qualcuno che diceva di essere mio padre ma non gli somigliava poi così tanto; potrei ricordarmelo, fidarmi della mia memoria e dei miei sensi, invece di continuare a farmi domande e a formulare ipotesi su cui, se qualcuno me lo chiedesse, non sarei affatto pronto a scommettere; ritorno spesso a quella storia, anche se razionalmente, per quanto possa essere razionale un uomo senza orizzonte, malato, problematico o semplicemente una merda d’uomo, per elencare alcuni dei modi in cui sono stato o mi sono io stesso definito recentemente, non credo che sia successo davvero.
Sono ragionevolmente sicuro che sia stata soltanto un’invenzione di quel me stesso post-adolescente pre-depresso, un modo per proteggermi come direbbe lo psicoanalista che oggi potrei anche permettermi con quello che ho messo da parte prima di licenziarmi; ne sono ragionevolmente sicuro, ma so anche che si tratta di una conclusione congetturale.
Ricordare quell’avvenimento, che anni fa ho messo su carta sotto forma di un racconto e che adesso – come mi succede di tanto in tanto, per quello che definirei un sentimento penosamente nostalgico ma anche la voglia di rimanere in contatto con un me stesso che è esistito, anche se oggi faccio fatica a ricordarmi esattamente com’era, e che forse in fondo non era poi neanche tanto diverso da quello che sono oggi, e se lo era si trattava comunque di una questione ormonale, che riguarda forse il sistema endocrino più che un concetto di identità che tenderei a lasciar sbiadire sullo sfondo di tutto il resto – ho voglia di rileggere ma non lo faccio, non mi fa bene: mi rende nervoso, e subito avverto un principio di vertigine che potrebbe essere un aneurisma ma più probabilmente un attacco di panico, perché se fosse un aneurisma ne avrei già avuti a decine, e in un certo senso questo pensiero mi tranquillizza, perché quando avrò davvero un aneurisma – e succederà, che sia davvero un aneurisma o qualsiasi altra patologia in grado di provocare la morte nel giro di qualche ora, poco importa – penserò che si tratti di un attacco di panico e non me ne preoccuperò più di quanto non stia facendo adesso e la morte arriverà dolce, con il sapore rassicurante se non di una ciambella industriale almeno di una gelatina.
Accarezzato da questi piccoli pensieri di morte finalmente inizio a rilassarmi, fino al punto in cui mi sento nello stato d’animo giusto per provare quell’applicazione, come si chiama, Lumen-U, che ho installata ormai da qualche giorno sul telefono, e che dovrebbe aiutarmi a meditare, a connettermi con le zone più profonde del mio pensiero, dove la mente è vuota e leggera.
Sblocco lo schermo dello smartphone e apro l’applicazione, poi clicco su Esperienza: Lumen-U suggerisce di cercare uno spazio buio e di usare delle cuffie, così spengo la luce e indosso gli auricolari, e la schermata successiva mi informa che nel caso in cui abbia bevuto alcol, questo potrebbe avere un impatto molto negativo sull’esperienza; non ho bevuto, non oggi – non che lo faccia spesso, e non che abbia evitato di bere in previsione di questa esperienza gratuita con la e maiuscola, così come è scritto nel menu dell’applicazione, così come sono scritte tutte le parole nel menu dell’applicazione, ma non l’ho fatto, è questo che conta – quindi clicco su Non ho bevuto e procedo, seguo le istruzioni, chiudo gli occhi e avvicino il telefono al viso dal lato della torcia.
La voce chiede di respirare profondamente, di inspirare dal naso ed espirare dalla bocca e la musica è quella dei massaggi tailandesi e la voce informa che l’esperienza più intensa si può raggiungere posizionando il telefono a una distanza compresa tra cinque e dieci centimetri rispetto agli occhi; le palpebre potrebbero vibrare, dice la voce, ma è normale non c’è motivo di preoccuparsi.
Seguo le indicazioni – sono sempre stato bravo a seguire pedissequamente qualsiasi sequenza di istruzioni, probabilmente è la cosa in cui riesco meglio se esiste qualcosa in cui sia corretto dire che riesca bene o meglio rispetto ad altro – e posiziono la torcia del telefono a una distanza che mi sembra ragionevolmente vicina ai sette centimetri e mezzo; chiudo gli occhi, la luce lampeggia e io inizio a lampeggiare con lei. La sensazione mi ricorda quella provata con le Dream Machine, installazioni di rottami e luci, provviste di una sorta di casco, che si trovavano nei capannoni abbandonati dove si organizzavano rave party all’Osmannoro, davanti alle quali ragazzi e ragazze facevano la fila aspettando il proprio turno, e su cui mi sono seduto spesso, ma mi fa pensare anche all’epilessia che una luce lampeggiante del genere può causare in soggetti predisposti; non penso di essere un soggetto a rischio, ma mi domando se l’epilessia non si possa manifestare in età adulta dopo essere rimasta latente per anni, senza segnali di allarme che mettano in guardia, come succede con alcune allergie e con chissà quante altre cose. La voce spiega che, attraverso la luce, Lumen-U accompagnerà il cervello verso uno stato meditativo semi-psichedelico, e a me viene da chiedermi cosa significhi semi-psichedelico, in particolare cosa si intenda per “semi”, ma poi mi pacifico pensando che io stesso sono un individuo in fondo semi-cosciente o “semi” in qualsiasi mia manifestazione – non sono mai stato bravo ad andare fino in fondo alle cose, me lo ripeteva spesso mio padre, qualsiasi cosa significhi – e mi lascio andare o come si dice in questi casi, mi abbandono.
In questo stato, dice Lumen-U, il corpo e la mente saranno in grado di concentrarsi sul presente e di trasportarmi altrove, se sarò capace di rilassarmi abbastanza da farmi trasportare: i neuroni e i loro impulsi si sincronizzeranno con lo stimolo esterno della luce, e il pensiero, o la sua assenza, si costruirà attorno a questa sincronia, a questo scambio velocissimo di informazioni.
Apro gli occhi per una frazione di secondo e la luce lampeggiante mi acceca, così li richiudo subito. Il lampeggiare guiderà il cervello verso un nuovo ritmo, dice la voce, ma io sono così concentrato sull’ascoltarla che faccio fatica a distendermi nell’esperienza, l’unico ritmo che riesco a seguire è quello della voce, e percepisco la luce quasi come una distrazione quando, probabilmente, dovrebbe essere esattamente l’opposto, dovrebbe accompagnarmi, aiutarmi a uscire da me. Poi la voce finalmente tace; nel silenzio che segue avverto un leggero formicolio sui polpastrelli che attribuisco immediatamente a una certa quantità di energia che si sta accumulando nelle mie estremità – ho letto da qualche parte che è lì che è possibile caricarsi di energia e che è da lì che è possibile sprigionarla in modalità e forme perfino impossibili da un punto di vista scientifico e allora provo a concentrarmi per diventare io stesso energia o per fare qualsiasi altra cosa si possa immaginare di fare nel momento in cui, mettiamola così, l’energia di un fulmine ti attraversa fino a rendere i polpastrelli incandescenti – ma il formicolio, proprio come il silenzio, dura appena qualche decina di secondi, poi la voce mi informa che questa prima sessione demo sta finendo. Chiudo Lumen-U indeciso se considerarlo un giocattolo, qualcosa di progettato in modo da non essere in grado di regalarmi l’esperienza spirituale che sto cercando; forse sono solo io a non essere ancora pronto, a essermi fermato troppo presto, e nonostante questo sento comunque di essermi mosso ancora di un passo nella giusta direzione, di essere adesso in uno stato d’animo favorevole, e vorrei articolare, prolungare l’esperienza appena accennata con Lumen-U. Apro l’applicazione di YouTube, cerco Dream House di La Monte Young e inizio ad ascoltare. Le composizioni di La Monte Young si sviluppano in modo che ogni frequenza venga percepita nella corteccia cerebrale in un punto diverso per permettere al suono di produrre uno stato psicologico estremamente profondo e intenso, o questo almeno è quello che sostiene La Monte Young in qualche documentario, così mi sembra di ricordare. Forse se abbassassi il volume di Lumen-U completamente e se lasciassi che i miei occhi vengano stimolati dalla sua luce lampeggiante mentre ascolto La Monte Young, allora la combinazione potrebbe davvero indurre un nuovo stato di coscienza; sarebbe necessario far durare l’esperienza a lungo, molto più a lungo dei cinque miserabili minuti concessi dalla demo di Lumen-U, e forse molto di più di quanto la versione a pagamento dell’applicazione, la batteria del mio telefono e il numero massimo dei suoi cicli di ricarica permetterebbero. Il concetto legato a una durata estremamente estesa come condizione necessaria per attivare un nuovo stato del sé lo teorizzava anche Young, ed è per questo che aveva deciso di realizzare delle Dream House nelle quali riflettere su un’idea di non inizio e di non fine, spazi permanenti, un Teatro di Musica Eterna che riducesse, espandendolo, il discorso musicale a uno concettuale. Ho letto articoli in cui si parlava di pezzi di cinque ore per esempio, ma neanche cinque ore sarebbero sufficienti. Quando la traccia Dream House su YouTube termina, passo ad ascoltare The Tortoise, His Dreams and Journeys che consiste in un singolo accordo tenuto per quindici minuti, prodotto grazie a un certo numero di oscillatori elettronici, un brano che secondo Wikipedia segna la nascita del minimalismo ed è qui che capisco quale sia il significato di minimo: qualcosa che forse non è musica, ma che è certamente suono, un deltoide di Ronnie Coleman. Lascio che la frequenza mi attraversi e, mentre gli oscillatori elettronici vibrano, sento di non riuscire a vibrare con loro. Sono bloccato, chiuso. Devo partire, allontanarmi, ascoltare tutto il giorno La Monte Young, farmi accecare da una luce intermittente, magari suonare un Ukulele sulla riva di un lago – devo imparare, ma che ci vuole? – e guardare le pietre lisce sul fondo deformarsi per un gioco della rifrazione. E poi continuare il viaggio per chissà dove, un ecovillaggio, una comune, in direzione dell’altro me, se ne esiste uno, qualcuno che abbia un orizzonte e che sia in grado di oltrepassarlo, di evolversi, di modificare la chimica del cervello soltanto concentrandosi abbastanza, capace di tenere a freno gli istinti, gli impulsi, quella voglia di spaccare la testa ai grassoni in stato di ipnosi davanti al frigorifero del burro al supermercato, come in attesa di una rivelazione che non sia l’infarto che meritano.
