Il cielo su Torino | Intervista a Max Casacci

Un’intervista nasce dalle domande, un viaggio dalle risposte. Insieme a Max Casacci, in veste di Cicerone 2.0, siamo andati con la sua musica alla scoperta della città più liminale del Nord Italia: Torino. Lo abbiamo fatto attraversando la sua vita personale e la sua carriera artistica, le abbiamo fuse per una visione grandangolare e per una esperienza irripetibile: raccontare Torino attraverso le parole e i suoni di chi ogni giorno alza gli occhi al cielo e cerca un nuovo modo di ascoltarla.

Sono nato a Torino e mi sento irrimediabile torinese. Quello che non viene mai raccontato di Torino è che questa è una città di sognatori, che funziona pienamente quando è una qualche visione a ispirarne il funzionamento. Altrimenti si spegne, come se non fosse in grado di stabilire un corretto rapporto con le dinamiche ordinarie, con il quotidiano. Ho una percentuale di DNA emiliano per via paterna e questo mi rende insofferente nei confronti del cosiddetto “mal di Torino”: una sorta di patologia cronica che viralizza percentuali di fatalismo, rassegnazione e scetticismo in grado di affondare periodicamente il frutto di tutte le grandi intuizioni e invenzioni che questa città è capace di produrre. Torino perde sistematicamente per strada il frutto di tutte le visioni che riesce, con grande sforzo, generosità e capacità, a materializzare. Questo, per quanto mi riguarda, è il sostanziale “irrisolto”.

Io nasco musicalmente nei primi anni ‘80, come un ventenne ispirato tanto dal palco, quanto dal lavoro dietro le quinte in studio. La mia stella polare è stata da subito Brian Eno: l’agente patogeno dietro operazioni come “No New York”. Quello dell’Ambient Music, delle produzioni di Ultravox, Devo, Talking Heads, quello di “My life in a Bush of ghost”, insieme a David Byrne, non dei successivi con U2 o Coldplay.

Mio padre per me è stato molte cose, tranne forse un padre. Non sono cresciuto con lui in casa, perché si era separato da mia madre quando avevo due anni. Però ho iniziato a lavorare dopo i diciannove anni, in quella che è stata una sua creazione: uno studio cinematografico “fai da te” che aveva messo insieme con alcuni amici matti e talentuosi quanto lui, senza l’ombra di una lira in tasca. Era un ragazzo di umili origini interessato al teatro e alla musica, che per lavoro, già minorenne, faceva l’elettrotecnico e il garzone presso un fotografo. Durante la naja, trasferito come pompiere a Roma, visita Cinecittà e capisce che quel mondo, il cinema, è la somma di tutte le cose che lo hanno sempre appassionato. Tornato a Torino, dopo pochi anni, si licenzia dal lavoro come operaio presso la Stipel (azienda dei telefoni) e acquistando “a peso” presso un magazzino di rottami tutte le apparecchiature rotte che la RAI dismetteva, riparandole una ad una, crea in Piazza Vittorio i suoi “studios”, in grado di gestire tutta la filiera di lavorazione di un intero film. Compresi riprese, montaggio, doppiaggio e sonorizzazione. Quello studio, dopo innumerevoli peripezie che comprendono documentari, pubblicità, un lungometraggio con la sua regia e doppiaggio di film porno, diventerà negli anni ’90 lo studio dove nascono i Subsonica. Nel frattempo dalla saletta di sonorizzazione doppiaggio io creo, negli anni,  un mio spazio parallelo.

Mio padre mi ha insegnato che tutto è possibile, dipende solo da quanto sei disposto a mettere in gioco di te stesso per costruire la tua libertà.

A riguardare oggi il video di “Andare” degli Africa Unite, (di cui avevo curato riprese e montaggio) che testimonia il nostro viaggio/concerto all’Arena di Babilonia in Iraq nel ‘93, torna in mente il  tentativo di testimoniare quanto Bagdad fosse una città normale piena di persone comuni, ospitali e gentili, non di alieni radicalizzati da bombardare. Il nostro live, all’interno del festival, fu interrotto a causa delle nostre dichiarazioni a favore della libertà di espressione e contro le oppressioni di qualsiasi regime. Tra l’altro riprese in diretta dalla televisione. Un casino inenarrabile. Dei due live in Palestina, qualche anno dopo, uno fu interrotto dai fondamentalisti che allora iniziavano a prendere piede. Non tolleravano il fatto che le persone, tra cui alcune donne, ballassero. Insomma, che dire? Già allora era chiaro che stare dalla parte giusta significa necessariamente accettare di essere preso tra (almeno) due fuochi. Consapevolezza che non mi ha mai abbandonato e che oggi percepisco sempre più nettamente.  

Torino negli anni ‘80 non era una città a misura di ventenne, tutt’altro. Gli orari erano quelli della fabbrica, alle 11 di sera strade deserte, gli spazi scarseggiavano e girava un sacco di eroina. Se indossavi i panni delle contro-culture di quegli anni potevi esser preso a botte in pieno giorno. Però, anche per questo, le cantine pullulavano di band e i due o tre locali di riferimento erano una pentola a pressione. C’erano anche un paio di radio molto attive. Se ascoltavi quelle e se frequentavi qualche club underground orientato sulle nuove tendenze, avevi la percezione che esistesse una bolla, ma che in quella bolla ci stessero gli altri, i normaloidi, mentre tu ti trovavi dalla parte giusta del mondo, quella  che si stava culturalmente trasformando, presso città come Londra, Berlino, Parigi o New York. 

Il progetto Deproducers, che a conti fatti ho accompagnato per 10 anni, mi ha permesso di ritornare a  sperimentare al di fuori della forma canzone, riportandomi in qualche modo alle mie radici. Devo inoltre a quell’esperienza, ai suoi tre album e relativi tour e quindi  a Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo e a Riccardo Sinigallia, che ancora oggi amo come fratelli, la consapevolezza delle infinite ragioni di contatto tra musica e scienza. Questo pezzo di vita con loro, ha aperto molte prospettive per il mio successivo progetto Earthphonia.

Eh, talvolta mi rendo conto che l’operatore ecologico, il muratore, l’operaio che aziona il martello pneumatico in strada, devono guardare con occhio sospetto l’invasato sorridente e spiritato che solleva verso di loro il pollice, sottolineando il suo entusiasmo con il movimento assertivo della testa,  che con cuffiette e registratore digitale alla mano, ma a volte anche solo con un i-Phone, registra le loro “performance”. Però sì, è così, oramai, dopo due album e un EP realizzato esclusivamente con “rumori”, sento musica ovunque. Sento una potenziale bass line nello spurgo dei canali di Venezia, e degli accordi nel rovescio dei cassonetti della monnezza.

Alcuni cluster prodotti da due o più clacson stradali mi esaltano neanche fossi un futurista schizzato della prima ora. Non so che farci.   

Fossimo tutti più saggi e più risolti, forse potremmo semplicemente accogliere lo straordinario, di ogni momento, vivendolo per quello che è: unico e irripetibile. Mi ha sempre colpito una frase di John Cage, che ora riporto male e a memoria: “non esistono due bottiglie di Coca Cola uguali”, ognuna di essa rifletterà la luce in modi e in momenti differenti. Ecco, il senso di suonare in un  live come quello di “Earthphonia Groovescapes”, il “rumore” di un tubo innocenti e stimolare all’ascolto di un suono meraviglioso ed evocativo che tutti abbiamo nelle orecchie da quando siamo bambini e che in qualche modo fa parte della nostra identità, ha a che fare proprio con questo. Provare innanzitutto ad accogliere quello che abbiamo intorno, se necessario ad immaginarlo differente, per poi poterlo trasformare, come dovremmo poter riuscire a trasformare le nostre città in qualche cosa di più umanamente e ambientalmente sostenibile. 

Non credo necessariamente nel ruolo sociale dell’arte. Nel senso che non mi permetterei mai di classificare o discriminare gli artisti tra utili a una qualche causa o meno, anzi tutto il contrario. Tuttavia la mia storia, la mia formazione, la concatenazione delle mie esperienze, mi portano a tradurre la realtà in musica e attraverso la ricerca di un “senso” che vada al di là dell’esperienza estetico-sonora a provare a concretizzare un gesto artistico. Ma questa è la mia esperienza e non la considero un parametro per misurare quella degli altri. 

Il silenzio, nell’esperienza umana, non esiste. Infatti quando in un album musicale di canzoni, lo si vuole rappresentare, si utilizzano i rumori. Il silenzio prolungato di uno spazio anecoico, per esempio, produce disagio, addirittura convulsioni. La musica “ambient”, che è quella più immediatamente associata al silenzio, nasce per accogliere il suono degli ambienti nei quali viene riprodotta, già dai primi esperimenti di Eric Satie. Al momento sto lavorando ad un brano con i suoni di Dakar, la capitale del Senegal, nella quale ho registrato rumori per una settimana, e nella quale ho anche suonato live in due occasioni “Earthphonia Groovescapes”. È stato particolarmente emozionante suonare davanti a un migliaio di persone, che non sapevano nulla di questa musica realizzata senza strumenti, solo con suoni e rumori di natura e spazi urbani, che al Trames hanno ballato come matti.  E che ad un certo punto facendo circolare il microfono in sala hanno rappato improvvisando su un brano realizzato esclusivamente con suoni di una bicicletta. Un’esperienza incredibile.

Foto di Paolo Ranzani


Max Casacci (Torino, 1963) è un musicista, produttore, autore di musica e testi, ingegnere del suono, e sperimentatore. Chitarrista e fondatore dei Subsonica, si occupa di trasformare la materia in musica, partendo da rumori e ambienti sonori, con o senza utilizzo di strumenti musicali.

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