Danilo Paris | Minneapolis o dei non mutamenti

Lo ha detto tutto il tempo, e fino ieri, lo ripete quando
scende dalle barche Àṣẹ, Ifá, Olódùmarè e li traveste ai primi
al suo cospetto Opia, Zemi e Huracàn
che non devo dire il nome, non potremo dire il nome
di abbrivi e focolai, nyochaa tirati su quel nastro arrotolato
fino ai loro contrassegni, biometrica, mobile fortify
puntati come spilli sulle nostre spalle di coyote
immerse fino anche al collo
nel mondo tutto d’acqua per riportare il fango al dio dei mutamenti
per rifare superfici ancora tutte uguali a prima e dopo delle cacce
dei sintagmi lineari delle alci e da un inconscio retroattivo, ogni volta
risvegliato dal decreto di primogenitura nei germogli.

E quando scendo non lo dico, insieme agli altri non lo vedo
tra le file che ci tira alle ginocchia, allora canto,
per vedere se anche in fondo a quelle tratte, lui mi sente
e sente che non dico, non posso dire il nome
e anche gli altri non lo dice, non diciamo il vero nome
diciamo
est Canaan est ciminiera dell’orsa telegrafo della vite
Maggiore, grafo per grafo e tacca per tacca, per ogni
dito che nella presa brucia amico passa all’altro capo ed è nel folto

est di zucca ad uso d’iscrizione e d’altra parte segno
e commistata voce escissa, senza somiglianza impregna
la sua pancia ricucita per non dirlo ai vigilanti e dargli
versetto mutato da bere Merak Beta Dubhe alpha
sempre per il fianco, raschia la sua guancia
viene avanti per un ciglio
la sua ronda trinitaria sulle grinze di una pelle
per il primo atto, il compromesso e prima e dopo il suo proclama
Calhoun, Hammond, Fitzugh, Clay, Webster, Carter McCormick
di questa sgranatrice separate dal loglio il predicatore di vangelo
si riunisce solo per il grano e non per giorni di zizzania.

Continua la sua tratta trenta secoli se lo dice bisbigliando
senza dirlo, è una pasta in rana toro affumicata sulle scarpe
per i vostri cani Syracusa Harpers Ferry sotto i loro nasi
a Timbuctuu e Oyster con Downing Brown e Tubman
via Reading ferrovia delle notti, due prosciutti inviati
alle stazioni sbagliate
via est Canaan e taglio sulla terza stella la palude, sotto
la cascata ci fondiamo a Piede Grosso, i reparti di Wounded
stanziati per non terminare la danza, Schiene Bruciate
Accampati al capo e gente sparsa, noi diciamo il nome adesso
è una ferrovia a cielo aperto e si muove alla pronuncia
si indicizza articolando tutti i nomi di servizio e l’esatta
locazione, e il suo nome da introdurre tutto intero e senza traduzione

Inyan la sua faccia tutta intera ha solo parti senza uno che le chiude
come chi la definisce ora si spezza nel trovarla si ritira nei suoi feti
e tutti i corpi e i suoi congressi agglutinati a cui si appella tutti
i Patriots pervenuti per la Traccia, Ite Yumni, non regge neanche
a un vento di bisonte il primo Estorto Albero a radice divisore-

Adesso posso dire il nome, dico, e lo ripeto, e voglio dirlo anche dietro,
tra le file, anche a lui che disse e di non dirlo e di scendeva dalle barche,
ma è sempre troppo in fondo e freddo e quindi canta, un’altra volta,
ma stavolta canta tutto intero per dire la pronuncia
ed intero senza centro, con il vuoto ad accerchiare la costanza
e non restarne preso

dice l’est ma come a un dentro di tensore, come a un Tonal di richiamo
est 32esima la strada est e la traversa mozzata, nella roccia
Oackland, Portland est, Avenue Owmani, gorgo, Sud
si disperdono oglala. Vagano Thítȟuŋwaŋ
o si tuffano prima che Estman ceda per la macinazione
-o la cicatrizzazione disboscata-
di una garanzia d’appalto per quattro mecenati, trasferiti
e gli altri, rimediati fino al Forte e lungo il fiume artificiale
-ricreato- per l’approvvigionamento di riserve
e noi, dall’altra parte, oltre il muro fumoso di ossidiana
rubando alla sua lingua equivocata chi digrigna nei Principi di Fitzgerald
se una vita conta quanto conta come un’altra
rimesta con Audre e le sue donne nelle ossa Cihuacoatl
rimesta tra gli avanzi perquisiti: qualcosa esibisce

unica e sola prova di un corpo deposto- acquisito- nome che forse
saputo non fosse l’archivio dei suoi camerali proibito
per la esequizione dei funtivi, riscossi di mattina per etimo cancello
invuotato e stereo ascondito a lucrata falda aggiunta a sguarnito di città
a stereoscopia città-cateratta per non trattenimento delle sue rapide
-anastomo invertebrato della placca sommersa-
e più sotto nei suoi corsi degli ojibwe algonchini
e al dio sterrato dentro- ai fossi Oanktehi inanella
i due spezzati alle sue ossa-pietra gialla mako-sika dei calanchi
non risponde, non inonda né sfracella
quando ancora un’altra volta il rematore li configge
tutti- la porta di Bdòte si richiude per sezioni-
si richiuse per solenni acquisizioni-
e decodifica i suoi flussi ripescati di conchiglie bianche e rosse
a quantità scollate e poi più astratte d’alleanze
a cui insegnare il nuovo mito vecchio sogno e il patri-bio-lignaggio
di cessione e pulitura dell’esteso nei suoi campi una linea che li scampi
-già divisa-
anche a Abel e Eduardo, memoria notturna e filiazione intensa
nell’uscire dal suo uovo di Fort Bliss con un pezzo di placenta
plasma geminale ininterrotto tra cactus riccio di Mojave
e agente isterizzato Camp Montana smistamento dei miei figli

anche a lei che sotto tiene le sue parti e con il regolo
spezza ora in loro ai corrisposti, non diretti, ritornati
a tutti i kaddish e a tutti i sutra delle antiche segature
noi pregammo ed era Greenwich non potendo, era Newark

era tutto dentro il centro attorcigliato del mio dito
era la consegna telepatica nella sua bibbia usata
e verso ai reggimenti di fischietti in adunata
a sopita inondazione di quei corpi di frontiera non marcati
anche noi li registriamo, i protocolli per gli estranei in bataclava
con gli espatri predisposti sulle dita, quando prendono i maestri
è sul corpo pieno uguale a 0, agglutinato sottoterra che si incide
l’interdetto, lo trasmette per telegrafo e per lastre di ghiaccio
staccate per il premio, il suo primo ginnasiale, ma mi avverte
mi tira contro un sasso dal parcheggio più innevato

ad ogni solco per chiodarci dentro al trucco, il truccatore se li perde
e poi ci perde trai piccoli serpenti nadowwesi ritornati ai sette fuochi del consiglio
noi Zaqui, noi Raxa-Tzel, insieme ai nonni Ixpiyacoc e Ixmucané
con quattro fiammiferi come fossero Can Sib,
fumiamo dalla pipa di salice rosso con appesi i quattro nastri
e sotto al patto figuriamo nel cemento la via rossa a cui sfilare
gli invisti che puntella a foro di wakachan antenna tesa al ventre
ci trafila dentro al petto le sue schegge

e raggranella i suoi sospiri non riconsegnati né al modo
in cui la dissezione rivela il dettaglio sui suoi pezzi
analizzati agli spiragli
e pure all’emissario del cosmo degli assiomi che riduce
e trancio a trancio li raduna– ai triangoli del ramo completato
di famiglia, senza vacuolo, nella sua via ripristinata di sfinge ricorrente-
-ai suoi indici stornati, la misura ci ingerisce nel suo lago
drenato sulla roccia assottigliata nella diga

e se le colma alle sue placche svendute al fiume di calcare, il garante del più Io
si dirime dalle sintesi disgiunge né sul corpo suo
ma del suo il corrisposto proiettato dentro ai raggi
e nei campi di sutura e di segnalatura degli ingressi-
trapassi. Che non fossero destinati neppure all’amo.

Mi stokkano dai cerchi per rimettermi nel centro
e il fantasma del suo gruppo lo produce tutto insieme
il grande bianco depurato dagli stacchi di catena
ha un foro collocato nel suo giorno di pattuglia
che lo inneggia alla mancanza e dal suo corpo sgomberato
fanno posto ai suoi prelievi il rimosso discendente

E più sotto fanno posto alle stagioni
i recipienti per le nostre antiche stelle, non
infila la sua mano quel dormiente, la distilla dal suo mazzo
di cartone, da un arcano controllato di calvari,
me la scalca dal suo manto la centesima sua figlia,
la discarca da una specie di frumento, da un balsamo profondo
la consegna senza filtro, senza imbalsamazione,
la rimette nella toppa, la richiuse trai due fiumi,
la riporta ai nostri kaddish a Mato Paho la riconduce
ed ha una luce nel suo palmo, sola e incolore

ha uno spettro precisato, è quasi un documento,
è una firma per noi avanzi, la copriamo di cotone
per incidere su nastro la ferrovia di giorno,
finisce sui suoi denti puntati come spilli sulle nostre spalle
di coyote immerse fino al collo dentro al mondo tutto d’acqua
per riprendere il suo fango e riportarlo al dio che apre i mutamenti
per rifare tutto uguale
noi il fango seguiamo adesso il lombrico che fallisce
strisciamo fino in fondo dentro il fango che qui resta
non risale non subisce la torsione in superficie non riprende altra
forma per intristire l’acqua non risale ciminiera dell’orsa inabissata
camino idrotermale molecola di serpente e serpentinite non disciolta
fango non per dio di superficie,
fango ancora per la crosta- non formata- non distinta
senza strati, nessun Ātman zolla-sfregio senza il suo vasaio

Tratto da Di questo nascere altrimenti, di Danilo Paris
Edizioni del Faro, 2026
Testo e voce dell’autore
Sonorizzazione di Elena Cappai Bonanni


Danilo Paris (1992) è scrittore, poeta e formatore teatrale. Dopo essersi lauraeato all’Università La Sapienza di Roma con la tesi Cinema Biologale: il nomadismo come pratica estetica/memoriale, dal 2021 fonda e dirige il Festival dell’arte nomadica in Lazio. Cura laboratori teatrali nei licei dal 2022. Dal 2022 nasce il progetto Arca, meccanismi di curatela per installazioni e laboratorio di rapsodia poetica. Dal 2023 ha dato voce ai personaggi di Pasolini, Lennon e Da Vinci in tournée internazionali e nazionali. Dal 2024 inizia una collaborazione con Assopace Palestina, ospitando prima le poesie di Marwan Makhoul e poi Ghayath Almadhoun nel 2025. 

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