L’occhio della balena.
Gli occhi di Janos.
Gli occhi di Béla.
Gli occhi miei.
Lo sguardo.
Gli incontri.
Ho incontrato Béla per la prima volta, più volte.
La prima delle prime volte è stata molti anni fa, con Le armonie di Werckmeister. Avevamo costituito uno spazio culturale a Benevento, comprato un proiettore con una raccolta crowdfunding, e avevamo deciso di proiettare il Cinema che non arrivava facilmente in città, forse per ricordarci di innamorarci. Ricordo esattamente le reazioni che il mio corpo ebbe durante la visione de Le armonie, le strette al cuore, il tremolio causato dagli archi, il dolore in petto, le lacrime versate. Ho così incontrato Béla per la prima volta, e mi sono innamorata. Ho visto poi gli altri film e l’innamoramento è diventato amore.
Nel gennaio 2014 la Cineteca di Bologna organizza una rassegna intitolata semplicemente Omaggio a Béla Tarr, e Béla avrebbe dovuto essere presente. Prendiamo quindi un treno da Benevento e andiamo a Bologna. Ma giunti lì, apprendiamo che il regista non può più esserci per motivi personali. Va be’, ne valse comunque la pena, dal momento che vedemmo i suoi film sul grande schermo, un nuovo primo incontro.
Alcuni anni dopo, ormai mi ero trasferita a Napoli. Dal 2019 ho preso parte al lavoro enorme che ha portato all’opera di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo, Gli ultimi giorni dell’umanità, e quell’anno Béla avrebbe dovuto consegnare il Premio dell’Utopia proprio a Enrico, al festival di Locarno. Decidiamo quindi di partire da Napoli con una vecchia fiat 600, per andare a Locarno solo per assistere a questa consegna e allo scambio tra Béla ed Enrico. Alla fine, per vari motivi, non ci sono andata. Nessun incontro.
Poi arriva la pandemia. Passano due anni, arriviamo al 2021. I lockdown erano finiti, ma qualche volta ancora si indossava la mascherina nei luoghi chiusi. Quell’anno per me, però, è stato fatale, e il mese di settembre in particolare uno dei peggiori: avevo da poche settimane perso mio padre, e mia madre era in ospedale per un problema molto grave, e non sapevo assolutamente come sarebbe andata a finire. Per questo ero tornata al paese. Esattamente il giorno dopo l’intervento chirurgico che ha salvato mia madre, un amico mi scrive un messaggio: “Domani sera riesci a venire a Napoli? Portiamo a cena fuori Béla Tarr”.
Non capivo bene se fosse uno scherzo. Gli chiedo quindi spiegazioni, ma abbastanza invano. Lui mi esorta soltanto affinché mi prendessi un tempo e andassi a Napoli l’indomani, perché mi avrebbe fatto bene.
Gli do ascolto. In serata arrivo a Napoli, a piazza Dante, la tavolata era già pronta e le persone ancora in piedi per aspettare tutti i commensali. Béla era già lì, in jeans e maglietta bianca. Facciamo le presentazioni, io non ero del tutto lucida, non mi sembrava davvero reale quello che stava succedendo, non parlavo troppo. Ci sediamo, mi fanno sedere alla sua destra, ero imbarazzatissima.

Ma perché Béla all’improvviso era arrivato a Napoli?
La storia è questa, da lui narrata: quando veniva invitato da qualche festival che non conosceva, spesso si divertiva ad accettare l’invito del festival la cui posizione geografica lo stuzzicava di più. Quell’anno aveva ricevuto l’invito dai ragazzi del Toko Film Festival di Sala Consilina, che è una località dell’entroterra campano, in provincia di Salerno. Guardando dove fosse su una mappa probabilmente poco dettagliata, aveva deciso di accettare perché pensava fosse in una località di mare vicino Napoli. Ma in realtà non era proprio così. A Napoli c’era soltanto l’aeroporto d’arrivo. Dall’auto la città e il mare – diceva – si allontanavano chilometro dopo chilometro. E il lungo viaggio era un chiaro sentore che aveva commesso un errore geografico. “A un certo punto sembrava di essere finito in un mio film”, perché effettivamente la zona dove era diretto è una zona di campagna e montagna. A Sala Consilina avrebbe dovuto trascorrere molti giorni. E lui voleva il mare, e non sapeva come fare. Tramite contatti vicini a Ghezzi, riesce ad avere il contatto del mio amico, perché anche lui aveva lavorato con me al film di Enrico. Gli chiede di trascorrere qualche giorno a Napoli e al mare, e lui non se l’è fatto ripetere due volte.
Quella sera, per metà della cena non sono stata capace di parlargli granché, poi si è rotto il ghiaccio e sono riuscita anche a raccontargli del mio momento personale e di quanto fosse bella e salvifica per me quella serata, un po’ di luce nell’oscurità. Béla sorrideva, con gli occhi lucidi.
Nei giorni successivi rimase a Napoli: non lo sapevamo, ma si stavano già mettendo le radici per il suo ritorno in città. Io non potetti rimanere, ma andai a Sala Consilina alcuni giorni dopo, la sera in cui proiettavano Le armonie: per la seconda volta lo vidi sul grande schermo. Quando lo abbracciai per salutarlo e congedarmi, non sapevo minimamente che alcuni anni dopo ci saremmo rivisti e rivissuti.

Già, perché l’anno scorso, nel 2024, Béla è tornato a Napoli per fare un workshop con giovani cineasti. Non ho preso parte al workshop perché ero impegnata, ma in quelle due settimane appena ero libera, correvo lì all’Asilo o a cena a piazza Dante, solo per passare quanto più tempo possibile con lui, per farci due risate, per bere del buon vino rosso e fumarci una sigaretta, per ascoltare aneddoti, per raccontarci. E chiacchieravamo poco di cinema, più della sua passione per l’osso buco, del rumore della città, di quando su un aereo ha girato un piano sequenza con l’iphone dalla cabina di pilotaggio, delle donne scorpione, della bellezza della lentezza, di un giro desiderato in motorino, delle polpette al sugo, del bianco e nero, dei volti paesaggio, dell’amore.
Questi sono stati gli ultimi miei primi incontri con Béla.
Se tre anni prima non avrei mai immaginato di abbracciarlo di nuovo, stavolta quando lo salutai ero convinta che ci sarebbe stato un nuovo incontro e un suo ritorno a Napoli.
Questo non accadrà, ma io continuerò ad incontrarlo ancora altre volte per la prima volta, nel mio cuore ogni volta che ripenso al suo sorriso birichino e ai suoi occhi spesso lucidi. E soprattutto ci rincontreremo ancora e ancora nel suo bianco e nero, nelle sue carrellate lente, nel suo montaggio danzante, nella fatica dei suoi personaggi, nel vento dei suoi paesaggi.
Ci rivedremo ancora, nello sguardo dell’amore, nell’occhio della balena.
Fotografie dell’autrice
Rosa Maietta, classe ’90, si laurea in Lettere Moderne nel 2012. Tra il 2013 e il 2016 Rosa dirige i cortometraggi Senectus Ipsa Morbus, Parusia Napoletana e Vorago, che partecipano a festival nazionali e internazionali. Lavora poi soprattutto come montatrice per documentari, tra cui Volturno di Ylenia Azzurretti, ed è assistente al montaggio di Agalma di Doriana Monaco, presentato alle Giornate degli Autori della 77a Mostra del Cinema di Venezia. Tra il 2019 e il 2020 lavora alla ricerca d’archivio e al montaggio de Gli Ultimi Giorni dell’Umanità di Ghezzi e Gagliardo, presentato alle 79a Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2024 firma il montaggio de Il Capitone di Camilla Salvatore, ed è assistente alla regia di Vittoria di Cassigoli e Kauffman, presentato a Venezia 2024 nella sezione Orizzonti Extra. L’Eco dei Fiori Sommersi è la sua opera prima.
