Cosa potrebbe legare il destino di Fëdor Dostoevskij e Anna Achmatova a quello di Raffaello Baldini? Apparentemente, i primi due, nulla c’entrano con la poesia del terzo. Eppure, Paolo Nori è riuscito nell’impresa di riunirli, insieme, in un’allegramente malinconica riflessione letteraria, che crea un inedito filo di connessione tra San Pietroburgo, Milano, Parma e Sant’Arcangelo di Romagna. Dopo il successo di Sanguina ancora (2021) e Vi avverto che vivo per l’ultima volta (2023) dedicati ai due grandi autori russi, Paolo Nori ci sorprende con Chiudo la porta e urlo (Mondadori, 2024) il suo ultimo romanzo, candidato al Premio Strega 2025 dal linguista Giuseppe Antonelli, dedicato al poeta Raffello Baldini, scomparso nel marzo del 2005. Sono di Baldini, infatti, le parole che danno il titolo a questo romanzo, che già dalle primissime pagine si apre con una cinica e giocosa nota d’ironia, che accompagnerà il lettore per tutto il testo: “Che poi mi succede di rado, e non sente nessuno, nella camera cieca, di sotto, tra i panni sporchi, chiudo la porta, e urlo. Dopo sto meglio.”

Raffaello Baldini nacque a Sant’Arcangelo di Romagna nel 1924 e per gran parte della sua vita fece il copywriter, e successivamente il giornalista per Panorama, iniziando a scrivere poesia molto più tardi, superati i cinquant’anni di età.
Una cosa che sin da subito Paolo Nori sottolinea è una peculiare caratteristica di questa poesia: Baldini scriveva versi nel dialetto di Sant’Arcangelo di Romagna, proponendone però anche la traduzione in italiano, fatta da lui stesso. Una poesia, la sua, che con accostamenti semplici, lineari, ma mai banali, ripercorre attimi di vita quotidiana, ma anche temi universali come l’amore e la morte, sospesa tra la Romagna e Milano, dove Baldini visse per molti anni.
“Lo dico sempre anch’io, in due è il massimo, per stare insieme, se vuoi stare insieme, in dieci, in venti, come fai a stare insieme? La gente invece gli piace d’essere in tanti.”
– In due (Raffaello Baldini)
Tuttavia, Chiudo la porta e urlo, è molto più di una semplice biografia del Baldini poeta e autore, quanto piuttosto un piccolo viaggio nei suoi testi, attraverso numerose citazioni e aneddoti, da quelle dello scrittore Daniele Benati agli incontri dello stesso Paolo, dove particolare peso assume la componente linguistica. La lingua, o meglio, il dialetto in questo caso, trasmette infatti sensazioni, sentimenti e descrizioni in modo differente rispetto all’universalità dell’italiano, riuscendo a toccare note più intime non solo nel lettore, ma anche nell’autore. La biografia, pur non facile da ricostruire, di Raffello Baldini, si fonde infatti con la narrazione più personale di Paolo, della sua vita e della sua famiglia, in un susseguirsi di immagini, voci e personaggi. Scopriamo così l’amorevole soprannome della sua compagna, ovvero “(Palmiro) Togliatti”, la figlia chiamata “Battaglia”, l’amata casa d’infanzia dei Nori che è come “una scatola di bottoni”, fino all’affetto per la nonna Carmela, il cui dialetto, diventa un linguaggio universale che fa da filo conduttore per riuscire a comprendere la grande letteratura di Dante, Manzoni, ma anche Anna Achmatova e Puškin.

Come nei precedenti romanzi, anche qui Paolo ripercorre, ancora una volta, il suo (e il nostro) grande amore per la letteratura russa, la cui lingua, a differenza della nostra, è sempre universale:
“In Russia non ci sono dialetti, il russo è lo stesso da Mosca a Vladivostok e da Volgodrad a Murmansk, e Puškin ha alzato questa lingua ignorante e meravigliosa a livello letterario”.
Se tutti (o quasi) conoscono infatti i grandi romanzi russi di Dostoevskij e Tolstoj, ma anche la poesia di Achmatova e Cvetaeva, è merito anche di Puškin e soprattutto della sua amorevole njanja Arina Rodionovna, una semplice serva della gleba, che insegnò la bellezza del russo al piccolo Aleksandr Puškin, che riuscì a trasformarla nella lingua universale della grande letteratura che tutti conosciamo.
Chiudo la porta e urlo però, non è solo un testo per riflettere sulla bellezza della lingua e della letteratura, in maniera universale, ma anche una dolce riflessione sul senso di fallimento. Un sentimento che, almeno una volta nella vita, contraddistingue tutti: dai saggisti, romanzieri e poeti più riusciti, alle persone che svolgono ogni genere di professione e mestiere. Un classico senso d’insicurezza, che alcuni oggi sono soliti chiamare “sindrome dell’impostore”, che ci fa vacillare e ripetere: non sono in grado, non posso, non ce la faccio. Frasi che lo stesso Paolo, udiva dalla “voce lì” nella sua testa. Un romanzo divertente, pieno di sarcasmo e senso di speranza, dove Paolo, che si autodefinisce “incagabile, deficiente, coglione, bastiancontrario” insegna a non abbandonarsi mai a quel senso di arrendevolezza, anche a costo di rischiare tutto, lasciando ogni granitica certezza, equilibrio e sicurezza, per inseguire la propria passione, soprattutto se si tratta di letteratura: “Ero disperato, ero così messo male, ero così con le spalle al muro che ho trovato il coraggio di provare a vedere se riuscivo a far diventare la mia passione, la letteratura, il mio mestiere.”
