Igor Bezinović lo sa. Nel suo film, il passato non è morto: si trascina tra i vicoli, si infila nelle voci, si sovrappone al presente come un riflesso nell’acqua.
1919. Gabriele D’Annunzio, poeta e comandante, prende Fiume con i suoi legionari. La città diventa uno spettacolo: parate, inni, manifesti, proclami. Ma dietro le luci c’è il caos, un sogno che si sgretola sotto il peso della sua stessa estetica.
“O Fiume o morte!” gridano gli arditi. Sedici mesi di occupazione, tra poesia e violenza.

Bezinović non racconta la storia, la frantuma. Nel suo film, D’Annunzio è chiunque: un pensionato con il cappello inclinato, un pescatore con la voce roca, un ragazzo che stringe una chitarra elettrica. Ogni volto è il suo volto.
Le immagini d’archivio si sovrappongono a quelle di oggi. I legionari sfilano accanto ai rider in bicicletta, le baionette brillano sotto le insegne di McDonald’s. La città è sempre la stessa, ma le voci cambiano.

Poi, l’assurdo diventa concreto. Il film trasforma la Storia in teatro, in una commedia grottesca che diventa tragedia. Ci sono scene di rievocazione amatoriale, attori improvvisati che interpretano il Vate con gesti esasperati, la caricatura di un’epoca che sembrava epica ma si rivela farsesca. Un D’Annunzio col megafono urla ai passanti, ma nessuno si ferma ad ascoltare. I manifesti dell’epoca vengono ricreati con gli smartphone. La memoria viene ricostruita e deformata sotto i nostri occhi.
Poi il film cambia ancora registro. La macchina da presa si ferma. Le voci si fanno più rade. L’atmosfera si stringe attorno agli spettatori.

Mio nipote fischietta. Ha dieci anni, ma sembra averne tredici. Spalle larghe, corpo già scolpito dalla calistenia. Si guarda negli specchi con la precisione di un architetto. Trazioni alla sbarra, piegamenti perfetti, addominali incisi come mappe.
“Devo migliorare la resistenza, potenziare il cuore, aumentare la forza.”
Quando gioca, non lascia scampo. Placca, domina, avanza. Gli altri bambini hanno smesso di sfidarlo. Lo evitano. Dicono che è troppo forte, troppo rigido, troppo duro. Si spaventano quando lo vedono arrivare in bicicletta, avanti e indietro, avanti e indietro, su e giù per il paese come un’ombra bionda.Il bambino corre lungo il viale deserto all’alba, il fiato che forma nuvolette nel gelo del mattino. Le sue scarpe battono sull’asfalto: tap tap tap, come un tamburo in un rito. Ogni mattina la stessa scena: corsa solitaria prima che il sole illumini le montagne attorno a Bolzano. Nel silenzio, si sente solo il battito del suo cuore e il vento che fischia, Klaus pedala, fischietta una canzone.
Giovinezza.
Gli ho chiesto dove l’avesse sentita.
“A rugby,” ha risposto.
Io resto un attimo in silenzio. I venti della storia soffiano nella direzione sbagliata. Non glielo impone nessuno; è lui che lo pretende da sé, ripetendosi in testa di non mollare.
Persino quando corre da solo, nella sua mente sta giocando una partita: visualizza un compagno o un rivale al suo fianco da superare allo sprint finale. E infatti non molla mai.

Attraversando Piazza della Vittoria, Marco alza lo sguardo verso l’arco monumentale di pietra bianca che domina la piazza. Quel colosso fu costruito nel 1928, in epoca fascista, per celebrare l’“italianità” di Bolzano. Sull’architrave corre una frase in latino ormai sbiadita: “Hic patriae fines sisto…”, qui finiscono i confini della Patria, a indicare che da lì iniziava l’Italia. La chiamarono italianizzazione: la città fu ridisegnata nella lingua dei vincitori. Ogni insegna tedesca sparì, strade e paesi ebbero nomi italiani, e persino le persone dovettero adattare i cognomi. Sua nonna Katharina, ad esempio, divenne Caterina e a scuola prendeva bacchettate sulle mani se parlava tedesco. Pensare a quelle imposizioni fa venire i brividi: cambiare nomi a una città, a una lingua, persino a sua nonna. È come riscrivere a forza l’identità di un luogo.

Arrivato a casa, Marco trova sul tavolo un volantino infilato sotto la porta. In caratteri neri c’è scritto “GIÙ I MOVIMENTI” e sotto: Non lasciamo che riscrivano la Storia. Un disegno mostra un monumento che crolla trascinando con sé l’ombra di un soldato. In calce l’invito, per quella sera: Fiume o morte!
Mentre fissa quelle parole sul volantino, la mente di Marco vola a un’altra città che ha vissuto ferite simili. Fiume – oggi Rijeka – sull’Adriatico. Nel 1919 Fiume fu occupata dal poeta-soldato Gabriele D’Annunzio e dai suoi legionari. D’Annunzio si proclamò comandante di quella città contesa, per sedici mesi governò da padrone, tra parate sfarzose e proclami visionari, mescolando patriottismo e stravaganze libertarie. Quel teatro politico anticipò in parte il nascente fascismo, anche se D’Annunzio ammantava tutto di una retorica di libertà e modernità.

1920. Il Natale di sangue. I corpi a terra, il rosso che non è più retorico, non è più estetico, non è più allegoria. È sangue vero. È carne squarciata. È la fine dell’illusione.
E quando torniamo al presente, non torniamo mai del tutto. Perché la città di Fiume – oggi Rijeka – porta ancora sulle spalle il peso di quel teatro di guerra, di quelle statue abbattute, di quelle targhe strappate.

Chi era D’Annunzio? Un poeta? Un eroe? Un fascista? Le risposte si stratificano come gli strati di una città che ha cambiato troppi nomi. Non c’è mai una sola verità.
Bezinović usa il cinema per sabotare la narrazione ufficiale. Rijeka è stata de-dannunzizzata, ma i fantasmi non si cancellano.
Tutto è corpo, tutto è respiro: so questo. Che la Terra è un corpo celeste.
Che gli alberi, gli uccelli, i fiumi sono sacri.
Un monumento non è sacro. Un monumento è un oggetto. Se cade, la Storia non muore.
Ma un albero tagliato è una morte vera. Un torrente interrato è una memoria spenta per sempre.
Una città soffocata dal cemento è un monumento alla fine del mondo.
“Vivere non significa consumare, e il corpo umano non è un luogo di privilegi.”
Se un ragazzino fischietta Giovinezza non è colpa sua. Non sa cosa sta fischiettando. Non sa in che storia è immerso. Ma se nessuno glielo dice, quel fischio diventerà normale.
Il tempo è un bastardo. Mio nipote fa le trazioni alla sbarra. Si guarda negli specchi con la serietà di chi sta costruendo il proprio corpo. Conta i numeri a voce alta. Uno. Due. Tre. Dieci. La Storia torna sempre, come una tempesta.
Ma questa volta, dobbiamo essere pronti a guardarla in faccia. E forse è proprio qui che bisogna fermarsi, prendere fiato, osservare, aprire lo sguardo e incendiarlo, se serve. Il film di Igor Bezinović ci aiuta a farlo.
