Giovanni Cioni | Il cinema come processo

Canti Orfici, film tratto dalle opere di Dino Campana, è stato proiettato in un cinema di Torino. A presentarlo c’era Giovanni Cioni con una felpa peruviana e uno sguardo intenso. Aveva occhi che portavano altrove. Qualcosa nel suo intervento mi ha portata a pensare che ci fosse la possibilità di fare un film senza attori ma con delle presenze, degli attraversamenti, degli sconfinamenti. Gli ho chiesto il numero e dopo alcuni mesi l’ho chiamato. Ero in treno, stavo raggiungendo la Wien Haupbahnof, tornando da un festival a Pistasny in Slovacchia. Avevo fatto un corto e volevo capire se quell’ammasso di immagini e suoni avesse una dignità. Giovanni mi ha detto di mandarglielo. Poco tempo dopo mi ha ricontattata per dirmi che, secondo lui, aveva senso. 

Un incontro che diventa viaggio

Quella con Giovanni non è stata solamente un’ottima occasione di incontro e crescita personale: si è aperto un varco, un dialogo costante, una porta verso altri mondi. Dopo un anno, mi sono fatta raccattare per strada da alcuni amici del piccolo cinema di Torino che andavano verso Siena e gli ho proposto di fare una tappa nel Mugello per andare a trovare Giovanni. Secondo i miei piani, avrei dovuto fermarmi due giorni nella casa di Cioni, per poi raggiungere i miei amici a Siena.  Invece a Siena, quell’estate, non ci sono andata. Ho trascorso delle giornate intere a guardare i film di autori russi a me sconosciuti, a ragionare sulle storie da farsi, a parlare di futuro, e ogni notte ho guardato un film di Giovanni, per poi svegliarmi a colazione e fargli alcune domande.

I film di Giovanni non seguono un copione prestabilito: si insinuano tra le crepe della realtà, lasciando che frammenti di vita, di voci, di memorie prendano il sopravvento.

In un pomeriggio d’autunno, mentre raccoglievamo olive sulle colline del Mugello, ho provato a ricomporre i pezzi di un viaggio iniziato anni fa con Per Ulisse e continuato nei suoi lavori successivi. Ne è nato un dialogo sulle storie che restano, anche quando i film finiscono.

Ho iniziato negli anni ‘90 A Bruxelles, un coreografo aveva messo una pista da scontro di un lunapark con degli adolescenti che vivevano in strada, lo spettacolo era tratto dalle loro vite. Mi hanno chiesto di fare un film e io sono tornato nel loro quartiere nella pista di autoscontri e abbiamo iniziato a costruirlo, partendo dalle loro vite.

Il cinema che faccio nasce dagli incontri. La vita non finisce con un film, anzi, spesso è l’inizio di nuove storie, anche di quelle che magari non filmerò mai. Nei miei lavori, rimangono le voci: non solo immagini, ma echi che continuano a risuonare. Sono voci di sopravvissuti, persone che hanno attraversato il carcere, la malattia mentale, l’abbandono.

Silvia, conosciuta durante le riprese di Per Ulisse, vive a Coverciano, dove accoglie persone in difficoltà nonostante lotti con la depressione. Z, un adolescente siriano del Mugello, porta sulle spalle il peso della guerra, dell’abbandono della madre e della sua militanza per la Palestina. E poi Elvis, un senzatetto che un giorno, anni dopo la fine del film, assistette a una proiezione e gli disse: “Io ti conosco, ma tu non ti ricordi di me.”

Il carcere come metafora e spazio creativo

Il carcere, pur non essendo esplicitamente al centro delle opere di Giovanni Cioni, emerge come una presenza costante, sia fisica che simbolica. Questo spazio, che racchiude storie di isolamento e resilienza, si trasforma in un luogo di esplorazione umana e creativa. In Non è Sogno, girato nel carcere di Capanne (Perugia), Cioni costruisce un dialogo tra realtà e finzione, partendo dai frammenti delle vite dei detenuti e intrecciandoli con riferimenti culturali come Che cosa sono le nuvole di Pier Paolo Pasolini e La vita è sogno di Calderón de la Barca. Il set diventa un laboratorio di emozioni e scoperte, dove la recitazione non è semplice rappresentazione ma un gioco che svela una verità profonda. Come dice Cioni: “Se fai silenzio, senti qualcosa dentro di te, e quella è la verità, ma non la devi nominare sennò non esiste più.”

Questa capacità di attraversare le barriere del reale per scoprire una dimensione più autentica si riflette anche nel podcast 9999: Una grande lunga vita. Qui, il carcere non è solo il luogo didetenzione di Giovanni Farina, ma una metafora universale della condizione umana. Attraverso la narrazione, Farina supera le mura fisiche e trasforma l’isolamento in un’occasione di resistenza creativa. Le sue poesie e i suoi racconti non sono solo testimonianze, ma atti di ribellione contro l’oscurità e il silenzio imposto.

Il carcere, così, diventa anche uno specchio per la società: come Cioni stesso suggerisce, “bisogna cercare di vedersi noi in questo specchio”. Le esperienze personali si intrecciano con quelle collettive, creando un mosaico di storie che parlano di redenzione, identità e speranza.

Il podcast, come Non è Sogno, non si limita a documentare, ma invita l’ascoltatore a interrogarsi, a farsi coinvolgere e a vedere oltre le apparenze. È un’opera che mostra come il cinema e la narrazione possano abbattere confini, dando voce a chi è spesso condannato al silenzio.

Il rigore umano di Giovanni Cioni è percepibile nelle sue opere. Per questo, non pone al centro di tutto il film la sentenza, ma la garanzia del processo. Cioni offre ai suoi protagonisti – spesso definiti “amici” – la libertà di scegliere se raccontarsi o meno. In questo laboratorio di verità e immaginazione, i partecipanti possono decidere se recitare un personaggio o restare sé stessi, se narrare le proprie storie o tacerle, se stare in campo o uscire, se parlare o semplicemente guardare. È una libertà vigilata, che permette loro di essere fedeli a sé stessi al di là di ciò che pensano o dicono, di come vengono visti o giudicati, di ciò che il loro passato e il loro presente rappresentano.

L’importanza dei luoghi e il cinema come evasione

Gli chiedo: “Qual è l’importanza dei luoghi nei tuoi film? Servono per restare o per evadere?” Giovanni riflette. “I luoghi sono un passaggio. A volte sono un rifugio, altre un punto di fuga.”

Come nella storia di Z., che Giovanni racconta come fosse un sogno: “Una strada in Siria, che diventa una strada nel Mugello. Z. appare, saluta suo padre, e io lo aspetto su una barca per portarlo da sua madre. Ma non è la sua vera madre, è un’altra donna, bellissima.”

Cioni crea uno spazio in cui, come su uno schermo verde o su una pagina bianca, si aprono infiniti futuri. Ogni storia, ogni silenzio, ogni sguardo diventa una possibilità di riscrittura e di apertura.

È un cinema come processo, come strumento per scoprire una verità profonda, una verità che non cerca di definire il mondo ma di lasciarlo aperto, pronto a infinite interpretazioni.

Frame tratti da Non è sogno di Giovanni Cioni

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