L’indie dove non te lo aspetti: Jesse the Faccio

Ci sono generi musicali che sono definiti, non dal tempo, ma da chi li scrive. Questo è il caso di Jesse the Faccio con il nuovo disco “dei giorni liberi, del tempo perso” rilasciato l’8 novembre per Dischi Sotterranei.

Nella foto, Jesse the Faccio (press)

È dichiaratamente indie, quello che mi piaceva ascoltare nel 2010, quando le canzoni avevano da dirti cose che erano anche tue, ma veramente, sembravano scritte da te, il dire dell’autore era anche il tuo. Da molto non mi capitava di imbattermi nel cantautorato puro, senza impalcature, senza sovrastrutture, senza scomodare elettronica o poeti decadenti, la semplice vita, quella di tutti i giorni, quella quotidiana, quella che ci fa sentire soli, e ci aggrappiamo all’arte, facendo coppia con la poesia, con la pittura, con la scultura, e qui con la Musica. Fidanzarsi con la Musica non è mai passato di moda, trovare conforto e sconforto, disciplina e anarchia, figli unici e primogeniti, parti gemellari e gravidanze isteriche.

Scrivere questa recensione mi fa tornare giovane e quel tempo perso torna a galla, e se ci penso mi viene da sorridere, perché ne ho avuto tantissimo da sperperare a casa sul divano, facendomi divorare dalle ore che non puoi fermare, è l’unico oggetto a cui non puoi mettere un freno, ma sarà sempre lui a ricordarti che le cose spingono avanti e allora puoi solamente far parte di questo ingranaggio, senza combatterlo, ma vivendolo. Questo lavoro è una presa di conoscenza, fare i conti con il presente, che diventa subito passato e l’attimo dopo è futuro. Noi siamo abitatori di un luogo che temporalmente è in continua evoluzione, a prescindere dal nostro stare.

La traccia regina è passo un’altra volta, e sono contenta di sapere che JTF non voleva nemmeno inserirla nell’album, perché lontana dagli altri testi, scritta precedentemente al concept che voleva dare. In effetti è la nota intonata, senza cui il resto non avrebbe modo di esistere. L’ascolto per me è viscerale, mi catapulta sotto un palchetto da club di provincia, in cui per la prima volta un cantante si esibisce. Non voglio paragonarlo ad altri artisti, ma vi porterei con me a cena sul braccio della ruspa, citandovi un gruppo al quale ho subito pensato.

L’altra traccia che mi rimanda a un autore conosciuto per il suo cielo sempre più blu, è tolli, molli, togli, una sorta di scioglilingua alla “spendi spandi effendi” di Rino Gaetano, che tra le righe voglio pensare sia un omaggio dichiarato. Questo album di JTF come avrete ben capito per me è amore totale, perché è nella mia confort zona musicale e non c’è nessun altro genere capace di smuovermi. Quindi per questa volta sono giustificata se non vi ho scritto di spoken, ma al cuor non si comanda.

Il tema portante e affrontato è che tutti quelli che provano a fare arte, si ritrovano a combattere, una guerra silenziosa. Il produrre durante i propri giorni liberi, perché per pagare le bollette di casa, facciamo lavori a volte grigi e lontani da quello che ci piace effettivamente fare. Questo è quello che viene raccontato, il decidere di impiegare il proprio tempo libero nel costruire e accudire la nostra passione.

Io ho studiato a Padova, e credo che l’essere padovani, come JTF, sia una cosa difficilissima, il clima non è mai dalla tua parte, la città è tanto piccola quanto multietnica, ci sono gli autobus pieni di turisti per Sant’Antonio e i folpetti a piazza Delle Erbe.
L’arte alberga dove meno te lo aspetti.

passo un’altra volta

Passo un’altra volta
la mia mano sulla testa
brucia calda sento i capelli rigidi forse più di te
troppo lunghi da tagliare
non ho ancora voglia di cambiare faccia
allora, com’è andata con Laura?
Passo tra la gente diffido anche dall’amico
che ho sempre avuto
forse un posto no non l’ho ancora trovato
ma cammino verso te e sento la mancanza di un sorriso,
apri il frigo, stasera ancora riso in bianco, bianco come me
che forse sopporto male, l’importante sta nel fare
più lo schermo è giallo più tardi hai fatto
credo ho sonno per mancata, mancata attività
raccontami un segreto che è da tempo che non sento la tua voce.

E corro senza andare da nessuna parte
Dietro la mia stanza pare sempre uguale
Muovo subito ma sbatto
Sto più attento al mio olfatto
Sento puzza di inconsueta verità
Inconsueta carità.

Scaldo mani per piacere
Piedi per sentirmi meglio
Dipendo ancora largamente da te
Ma comunque non importa
Mi tengo per la prossima rivolta
Giuro che te lo dirò.

E corro senza andare da nessuna parte
Dietro la mia stanza pare sempre uguale
Muovo subito ma sbatto
Sto più attento al mio olfatto
Sento puzza di inconsueta verità
Inconsueta carità.

Fidati che più ti abbracci più non saremo liberi
Che più ci parlo più non capiamo i limiti
Che più mi stacco più mi perdo più mi mette i brividi
Che sarà un anno ma ne sembrano passati quindici
Che forse è ora di svegliarsi ed uscire carichi
Che non ho detto che i questi ricordi siano morbidi
Che più ti abbracci più non saremo liberi
Che più ci parlo più non capiamo i limiti
Che più mi stacco più mi perdo più mi mette i brividi
Che sarà un anno ma ne sembrano passati quindici
Che forse è ora di svegliarsi ed uscire carichi
Che non ho detto che i questi ricordi siano morbidi
Che forse è ora di svegliarsi ed uscire carichi
Che forse è ora di svegliarsi ed uscire.

Passo un’altra volta
La mia mano sulla testa
Brucia calda sento i capelli rigidi
Forse più di te.

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