I
Parlano, ma come gli uccelli, un dialetto celeste. Il fuoco è acceso e il villaggio più vicino. C’è il pane caldo, l’anice da scaldare insieme al vino. Saranno ricordati in carovana, come in fila per presentarsi al Giudizio, ma nessuno li vede oppure non esistono occhi; jolly d’ombra che frugano nel fogliame, che strisciano, convulsioni nelle province dell’ombra. Nottenati, Cunicoli, come nomi di popoli smilzi, fantasie di popoli scalzi. Smàcchera zan ca tio perēse, ca sa pèrese rubina i scancia. Parlano, ma come uccelli dai becchi mostruosi, dai becchi d’anice, liquidi, smacche zatàn come grumi, come calcoli, un dialetto di reni celesti se tutta la lingua è un’orma, se qualcuno si allontana dal villaggio, viene, se fischia.
IV
Come per dire qualcosa che zaraglia, una sciàcada vischiosa che rangrasta. Scuoiano il maiale, lo spellano, sminuzzano. Un calderone d’ossa, il maiale sembri tu, sembri tu questa mezzaluna sfessata nei libri, la Scrittura che trema se tramandi un salmo, un verso appena. Lo dividono, a ciascuno la sua parte, il fegato agli intrugli, il muso ai vecchi, o ai cani, la lingua a chi ha coraggio e sembri ancora non capire, sembri un incubo.
Testo e voce di Mattia Tarantino
Arrangiamento e chitarra di Maria Ferraro
Tratto da Se giuri sull’arca (Fallone, 2024)
Mattia Tarantino (Napoli, 2001) codirige Inverso – Giornale di poesia e fa parte della redazione di Atelier. Collabora con numerose riviste, in Italia e all’estero, tra cui Buenos Aires Poetry. Per i suoi versi, tradotti in più di dieci lingue, ha vinto diversi premi. Ha pubblicato L’età dell’uva (2021), Fiori estinti (2019), Tra l’angelo e la sillaba (2017); tradotto Verso Carcassonne (2022) e Poema della fine (2020).
Maria Ferraro (Napoli, 1997) studia Industrial Chemistry for Circular and Bio Economy all’Università di Napoli “Federico II”. Nonostante l’impronta scientifica dei suoi studi ha sempre coltivato la passione per le discipline artistiche e musicali. Qualcosa da salvare è il suo progetto d’esordio.
