Faccia a faccia | Jaime Yañez
sopravvivere
è un atto di proliferazione
sopravvivere
è un atto di proliferazione
All’epoca abitavo nella periferia nordest di Torino, lei faceva la cameriera in un ristorante di tacos lì attorno, il Tacos Royal – un classico cesso gastronomico da periferia metropolitana. Aveva seguito l’iter di tutti i ristoranti o generici luoghi di ristoro del quartiere: appena aperto era tutto pulito e all’apparenza sofisticato – una macchia verde smeraldo e oro in mezzo al grigio – e le mogie ma fiere famigliole dei paraggi avevano preso ad andarci.
Il mare si era ritirato e non si sapeva dove. Forse in un buco laggiù, al largo. E da lì se ne era sceso nelle viscere della Terra, sparendo come l’acqua nello scarico di un lavandino. Tutte le anime viventi di C. aspettavano il suo ritorno ormai da giorni, ripetendo tra le labbra che era una disgrazia di proporzioni gigantesche e che inginocchiarsi davanti a qualche candela, con le mani giunte, stavolta sarebbe stato inutile. Nessuno lo aveva mai detto ad alta voce, ma il mare a C. contava più del tizio messo in croce.
Collezionavo password come altri collezionano vinili: per il rumore, per la disperazione, per la speranza idiota che prima o poi ne avrei trovata una che mi riportasse indietro. Ogni stringa era un fantasma, un pezzo di carne secca strappato a un cuore che non batteva più.
Noi qui, dammi la mano, qua, noi qui stiamo cambiando il mondo e lo stiamo trasformando in una giungla. È questo, lo senti? Questo è il futuro. Il cuore della giungla che abiteremo.