Idina Cortesi | Tribù infrarossi
I miei amici vanno fuori di testa uno dopo l’altro e io sono dentro l’onda che non si può fermare. Mi chiedo il perché, ma non c’è. Perché non c’è mai un perché?
I miei amici vanno fuori di testa uno dopo l’altro e io sono dentro l’onda che non si può fermare. Mi chiedo il perché, ma non c’è. Perché non c’è mai un perché?
Sono partita con l’intento preciso di tagliare il cordone ombelicale con tutto ciò che significhi, dentro di me e fuori, paese. Per non essere appunto come quei pescatori nazionalisti di Francia, che continuano a vantare come secondo lago più grande della nazione quella pozza salmastra dell’Etang de Thau in cui gettano gli ami senza tirar su granché.
Trancini, Bomboloni, Saccottini, Flauti, Fiesta, Girelle; ma anche Yo-Yo, Urrà, Trottoline, Dondoli, Biricche e diavolerie americane mai viste prima. Perfino i Soldini! In voga negli anni Ottanta, erano tornati sul mercato in edizione limitata; ma limitata non sembrava affatto, vista la quantità.
Fuori sulla strada una quasi pioggia grigia, un ricordo d’acqua sul cemento e noi di fronte; lui con la barba lunga, i capelli lunghi, il cappello e io con la pistola in tasca.
Il ragazzo che ha imparato ormai il mestiere, pedala pedala i gemiti della mola, lo stridio di lame. Saluta con un sorriso e un cenno del capo le donne che vengono a portargli da lamare.
Una favola di Alfredo Speranza