I tarocchi e le radici | Un viaggio Mediterraneo senza bussola

Wissal Houbabi (poeta, artista e scrittrice marocchina) scrive Taroots con Roberto Paci Dalò (regista, musicista, artista visivo e sonoro, disegnatore, curatore) creando questo viaggio tra parole e musica, che ci imbarcano e ondeggiano, che ci fanno stare a riva o su di una torre, che ci conducono in luoghi contaminati, che ci riportano a casa, consapevoli di questa nuova scoperta e sembra che non sia successo niente, per quanto è vero.

Wissal Houbabi si muove come una serpe in seno, entra come una sonda nell’umano, è la narrastoria di un popolo che non ha voce, si posiziona sulla cima della torre e con un binocolo poetico riesce a inquadrare tutto quello che abbiamo dimenticato e ci desta dal nostro sonno ricondandoci che «la vita è costitutivamente e irrimediabilmente una realtà occulta, non spaziale, un arcano.»

Taroots è una voce errante, Taroots è un flusso, Taroots si perde nelle acque, nel fluire dei venti, per farsi corpo si fa oltrepassare dal suo suono, per costituirsi voce. Ecco a voi Taroots, nelle parole di chi lo ha generato. Taroots è un liquido si plasma sulla collettività, bagnandola come fosse un’acqua santa rivisitata, Taroots è un solido, perché è la voce in carne della comunità.

Il testo ha una doppia struttura, una poetica e una in prosa, che si intersecano e che riescono a vivere separate tra di loro, intrecciandosi e sciogliendosi nella narrazione, trovandosi e perdendosi, collimando nel «Dirò solo che il tarab è, in essenza, il Duende», l’omaggio a García Lorca nel suo libro Gioco e Teoria del Duende. Cosa è? Se lo chiede Wissal e probabilmente la risposta è «tutto ciò che ha suoni negri ha duende».

Taroots ha una geografia: possiamo trovare il faro di Trieste, l’Andalusia, l’Albero del suono, l’alta Mesopotamia, la Turchia, l’Iraq, la Siria, Cordoba,  il Marocco, il muro di Gibilterra, ma soprattutto in Taroots possiamo essere noi stessi un luogo, per accogliere Taroots e il suo cambiamento, per diventare custodi di duende, per aver trovato al tarab un suo gemello nella lingua occidentale.

Roberto Paci Dalò costruisce intorno al testo un mondo sonoro cangiante, innestando voci berbere, voci di ebrei marocchini che cantano in arabo, l’utilizzo della musica gnawa, ipnotica e cantilenante. Creare un’identità molteplice, una serie di identità che costituiscono un nuovo grande stato identitario in cui riversare tutte le nostre voci.

Possa il Mediterraneo dar radici a chi non le trova sulla terra e possa ridar fertilità alle terre aride che lo circondano.

Taroots

Tra le pagine di Gulistan,
assuefatta dall’olfatto
compensando alla vista
già che l’ombra basti
a sprigionar grazie e voluttà.
Ma dal fiore della strega
infinite spine si arrampicano
tra le caviglie, succhiando
sangue e calore.
Sono rose carnivore
guidate dalla Stella Argeade:
antica è quella passione
che van cercando
tra chi si avvicina,
antica è la compassione
che van provando
per chi le cura.

Una spina letale
mi fece cadere
in un sonno
profondo.
Una spina dorsale
mi fece vivere
in un sogno.
Fuori
dal mondo.

Preceduta dal diavolo
le radici della Torre
sono radicate all’inferno.
Ma la Torre si innalza
di sedici piani,
di sinestesie,
fino la Stella Argeade,
di sedici raggi,
illuminando i passi
verso il punto più alto,
verso un dito dal cielo.

Questa torre custodisce
un mostro antico,
in parte umano,
in parte bestia,
in parte sconosciuto.

Sceglie il momento per uscire,
tra le viscere del sangue,
Mediterraneo.

Tra la Grecia e la Spagna
viscere di un sangue antico
perché antica è quella passione
che va cercando il duen de alma,

antica è la devozione
col quale muore – espondendo –
il duen de alma
e la torre genera tuoni.

Tra venti improvvisi
e un lampo sacro,
si inverte la natura vita:
le rose si inchinano,
depongono le spine.

Il duen de alma
non risparmia nessuno,
se nasce è solo per essere ucciso.

Il duende de alma
devasta le viscere,
solo la forza di torri,
radicate all’inferno,
può reggere il flusso
di un vento di Bora.

Il duen de alma
si brucia in un istante
come un orgasmo, una cometa
lasciando la scia
di spasmi e sogni.

Il duen de alma
è più vero di Dio
lo senti che è dentro

Il duen de alma
muore felice
se lo uccidi
con onore.

Il duen de alma
è un’araba fenice:
rinasce dal dolore

il duen de alma
il duen de alma
il duen de alma
il duen de ti.

E poi, poi rimane
un sottile vento caldo.
Ascolto con attenzione, c’è un silenzio assordante,
non del tutto: il fruscio delle foglie,
fragili, immature, bicchieri di plastica
rotolano nel cemento, ancora un’altra birra prima di cedere
del tutto.
Sembra che non sia successo niente, per quanto è vero,
il duen de alma.

Voce e testo di Wissal Houbabi
Musica di Roberto Paci Dalò
Fotografie di Stefano Scheda


La poeta, artista e scrittrice marocchina Wissal Houbabi si muove su vari ambiti, dalla ricerca sul femminismo hip hop alla scrittura di racconti che esplorano la condizione della cultura diasporica. E’ una poeta performativa e in questo campo nuovo e sperimentale prova a rompere le maglie della linguistica e del linguaggio poetico, usa le parole come argilla interrogando il rapporto tra lingue e dialetti, tra suono e senso. Ha realizzato workshop, percorsi, progetti di poesia con varie istituzioni culturali e artistiche, tra le quali IUAV, Goethe Institut, Museo delle Civiltà, Mudec. Tra i suoi ultimi lavori: phonomuseum_rome presso Museo delle Civiltà; Offesissima presso Arge/Kunst Bolzano;  È tempo di sognare a Bologna. Per Wissal, la poesia si trasmette in qualsiasi forma, a volte capita anche che sia scritta in versi. 

Roberto Paci Dalò – regista, musicista, artista visivo e sonoro, disegnatore, curatore – presenta sue opere in giro per il mondo in biennali, festival, teatri e musei. John Cage ha apprezzato e sostenuto il suo lavoro. Roberto guida il gruppo di arti performative e spazio culturale Giardini Pensili. Ha fondato e dirige Usmaradio – Centro di Ricerca per la Radiofonia di UNIRSM; il suo ultimo libro è Ombre (Quodlibet).

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