Gli amanti

 «Tutto questo delirio per qualche goccia», pensò Federico studiando il preservativo che si era appena sfilato. Il serbatoio era pieno. Pieno in modo ridicolo, ché lui non ne produceva molta.
Lara gli era sdraiata accanto, un neo sulla pancia, a sinistra dell’ombelico, e tre sul fianco destro. Era bella. Aveva i capelli lunghi, castani, il viso magro e gli occhi come uno strazio che si pianti nel cuore. Ogni uomo che guardasse diventava una bestia da macello.
Federico cercava d’intuire le conseguenze che sarebbero scaturite da quelle quattro lacrime di seme. Il suo pube era intriso delle secrezioni vaginali di Lara.
L’atto era durato nove minuti.
Federico e Lara si erano reciprocamente desiderati per otto mesi, respingendosi sempre, devastandosi a vicenda. Infine, inevitabili, quei nove minuti di gemiti e odori e saliva. Lei era venuta quasi subito. Lui aveva cercato di prolungare la cosa, poi si era reso conto che non occorreva. Lara non avrebbe raggiunto un altro orgasmo e a quel punto era meglio farla finita.

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La città era un sacrificio di carta vetrata

La città tesseva la tela di Penelope, un manipolatore di meccanismi sottili: non importava quante volte Ulisse avesse avuto l’opportunità di innamorarsi o di morire, perché Penelope aveva già allestito il ritorno di lui a Itaca. La città era un enorme sacrificio di carta vetrata e di liquidi umorali, che scivolavano lenti ma irrefutabili nelle arterie degli abitanti. Gli abitanti erano il nutrimento, la pappa reale che pasceva i meccanismi sottili su cui Torino si reggeva – come ogni città dell’Impero.
Io viaggiavo in automobile cercando di scansare le mine antiuomo del pensiero. Non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra. La radio era sintonizzata su un programma satirico che quell’oggi sparava senza pietà alla mancanza di intelligenza di alcuni personaggi televisivi recentemente emersi. Il trio che conduceva lo show fabbricava serie infinite di battute di polistirolo, geniali abbastanza da ingannarmi almeno quel poco che mi servisse a ridere.
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L’eroe

La foresta vetrificata riluceva. Il sole tuonava attraverso le sottili pellicole delle distanze astrali. I rami degli alberi s’intrecciavano formando anelli di corteccia, e pie formiche sorseggiavano vino bianco.
Lungo le sponde del Fiume Calmo camminavano, ormai da molti giorni, tre donne e quattro uomini.
Miserpa, una delle donne, invitò gli altri a fermarsi e, come rapita, sussurrò:
– Siamo vicini al Frutto? Il suo battito cardiaco mi pare instabile.
– Temo che il percorso sia mutato sotto i nostri piedi – rispose Badìsi, la Maestra del Suono.
– Forse ciò che sentiamo scorrere non è il fiume, ma la sua eco.

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L’Anoressico

Un’ambizione nasceva sempre in quegli istanti. L’orgasmo, immane al punto di squarciare il cosmo, trascinava macigni di frustrazione e rabbia e tensione e vergogna, s’infrangeva sulla scogliera come un’onda anomala, polverizzandola, e urlava, lo implorava di divenire capace di esprimere ciò che il suo cuore traduceva in accelerazioni cardiache e la sua mente in deliri d’onnipotenza.
Quegli istanti durante i quali egli fuggiva dolorosamente da se stesso perché s’accorgeva di essere un velleitario, quegli istanti intrisi di vano riscatto e della consapevolezza che non c’era modo più bello per dire una realtà tanto tremenda: velleità, un suono che addolciva la rassegnazione (ecco cosa amava: lasciarsi cullare da scialbe considerazioni sulle parole). Ecco a cosa ambiva: esprimere il suo abisso e la sua grandezza perché da una simile espressione potesse scaturire la gloria.
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