La città era un sacrificio di carta vetrata

A dire il vero, dio non era mai stato lì. A dire il vero, dio non ce lo aveva mai portato nessuno, lì, in quel locale in riva al Po che puzzava di detersivi di discount e di vomito mal pulito.

Annunci

La città tesseva la tela di Penelope, un manipolatore di meccanismi sottili: non importava quante volte Ulisse avesse avuto l’opportunità di innamorarsi o di morire, perché Penelope aveva già allestito il ritorno di lui a Itaca. La città era un enorme sacrificio di carta vetrata e di liquidi umorali, che scivolavano lenti ma irrefutabili nelle arterie degli abitanti. Gli abitanti erano il nutrimento, la pappa reale che pasceva i meccanismi sottili su cui Torino si reggeva – come ogni città dell’Impero.
Io viaggiavo in automobile cercando di scansare le mine antiuomo del pensiero. Non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra. La radio era sintonizzata su un programma satirico che quell’oggi sparava senza pietà alla mancanza di intelligenza di alcuni personaggi televisivi recentemente emersi. Il trio che conduceva lo show fabbricava serie infinite di battute di polistirolo, geniali abbastanza da ingannarmi almeno quel poco che mi servisse a ridere.
M’immettevo nel sottopasso di piazza della Repubblica, alle 08:09 di sera, diretto ai Murazzi del Po per recitare poesie in un bar vagamente underground e accordarmi per una presentazione del mio romanzo, ed era mercoledì 30 luglio dell’anno ancora indecifrato, e accendevo i fari e vedevo laggiù un’ambulanza sulla corsia d’emergenza, mentre gli uomini della nettezza urbana ripulivano il mercato. Parcheggiai in corso San Maurizio, non lontano dalla Mole Antonelliana. Ero in anticipo e decisi di ripercorrere via Napione, dove, meno di due anni prima, avevo abitato per circa nove mesi. Vanchiglia era un quartiere racchiuso in una teca di plexiglass su cui fosse rimasta la pellicola protettiva e offuscante; Vanchiglia collegava il mondo di là – un paio di chilometri dagli uffici dove lavoravo – a quello di qua, al mondo delle serate alcoliche e lisergiche attraverso le quali vagabondavo di tanto in tanto; Vanchiglia era il puzzo del piscio e dei bidoni, era la sobria maestosità delle palazzine, il silenzio e la presunta arte segreta, era il paese nella metropoli, le botteghe e le automobili sui marciapiedi. Vanchiglia era una profezia non riconosciuta: la citazione ricorrente che solo a un certo punto acquisisce un senso, perché si concretizza e diviene significativa. Era il nome che quando ero stato bambino si era riversato a oltranza nelle mie orecchie, senza ch’io sapessi che un giorno vi avrei vissuto momenti destinati a rimanere appesi nell’eternità.

Vanchiglia era il puzzo del piscio e dei bidoni, era la sobria maestosità delle palazzine, il silenzio e la presunta arte segreta, era il paese nella metropoli, le botteghe e le automobili sui marciapiedi.

  E così sorseggiavo ogni passo come se vi fosse dentro lo scopo ultimo, il senso arcano, come se il tempo divenisse sacro e non più profano, in via Bava, in via Artisti, in via Santa Giulia, in via Napione.
Il 30 luglio e il sudore sulla maglietta. Camminavo, trentunenne, più miserabile ormai ma più bello di prima, avvolto in corde di canapa spesse come lacci emostatici. Non volevo essere felice, non dovevo finire sopra le mine antiuomo del pensiero, non volevo finire sopra la felicità e dimenticare chi fossi stato. Non ero più uno scrittore, bensì un mulinello di punti interrogativi, un impiegato modello in una multinazionale del settore energia e petroli – avevo smesso di essere uno scrittore nel momento in cui il romanzo al quale avevo lavorato per quindici anni, Il dio osceno, era stato pubblicato. Nessuno poteva capire con quanta vergogna stessi andando davanti a un manipolo di esiliati a recitare poesie che non sarebbero state comprese nemmeno cinquant’anni dopo la mia morte, io che mi vergognavo persino di esistere e pronunciare il mio nome e che non ero mai stato un poeta per davvero, io mi accorgevo, mentre fumavo sotto al portone della casa in cui avevo vissuto nove mesi, che forse era tardi e che dovevo andare, ma prima entrai in un bar e presi da bere, qualcosa di forte, forse del whiskey, Tullamore. Il barista lo aveva, diosanto che bello, quel sapore arcaico di quand’ero un artista nomade, anzi apolide, lo assaporai lentamente sulle papille gustative di silicio rappreso. In quel mentre entrò un uomo che disse il mio nome, ma poi se ne andò e io mi guardai attorno e pareva che fosse stato un fantasma, perché nessuno aveva visto o udito qualcosa.
Ed ebbi paura, ma non seppi perché.

La gente applaudiva, ma forse per automatismo o forse per non sembrare sciocca.

 A dire il vero, dio non era mai stato lì. A dire il vero, dio non ce lo aveva mai portato nessuno, lì, in quel locale in riva al Po che puzzava di detersivi di discount e di vomito mal pulito. A dire il vero, c’erano i topi e gli scarafaggi e gli scarafaggi erano grossi come le nutrie, quindi i topi dovevano nascondersi dacché gli scarafaggi se li mangiavano.
A dire il vero, declamavo poesie di dieci anni prima perché avevo smesso di scriverne nel momento in cui si era palesata l’incapacità altrui di capirle – o la mia di farmi capire. E a me andava bene così. La gente applaudiva, ma forse per automatismo o forse per non sembrare sciocca. Però ero io a sembrare sciocco. Seguitavo a domandarmi perché mai qualcuno sentisse il desiderio anche solo indotto di ascoltare me. Seguitavo a domandare agli astanti se conoscessero ragazze senza dubbio serie, di quelle che lavorano e non di quelle che studiano, che nondimeno avessero la perversione di scopare con gli zingari che chiedono le elemosina fuori dai supermercati. Seguitavo a parlare dei Carabinieri che sparavano ai carrelli della spesa per fare uscire le monetine e scommettere sulle partite di calcio. La gente rideva. La gente rideva di meno quando dicevo che il Poeta della Materia si era inginocchiato dinnanzi al mio cazzo, disposto a ingoiare ogni goccia. La gente riprendeva a ridere di più se annunciavo che il Poeta della Materia aveva avuto da ridire sulla mia mancanza di igiene intima (la qual cosa era evidentemente un falso storico, dacché mi lavavo l’uccello dopo ogni pisciata).
Era tutto molto finto. E io ero ubriaco. Alcune facce le conoscevo, altre no. Nessuno mi stava antipatico, eccetto due signori in prima fila, vestiti come poliziotti da scrivania. Mi guardavano tenendo la testa leggermente storta, piegata sulla sinistra, come se non comprendessero davvero il senso della mia presenza laggiù – o della loro.
Dopo mezz’ora chiesi un’altra birra e una biondina me la portò sul palco, ma prima ne bevve un sorso e poi mi baciò e mi sputò la birra in bocca e io rimasi rigido come un altare e non me ne importava nulla.
La mia marchetta durò ancora poco, infine decisi che ne avevo avuto abbastanza.


Continua sul numero cartaceo in uscita a marzo

In copertina, collage di Archigram design

L’eroe

Venne la sera. Le sette creature, guidate dal discernimento di Miserpa, si immersero nelle fenditure della coscienza e trovarono un deserto dove riposare.

La foresta vetrificata riluceva. Il sole tuonava attraverso le sottili pellicole delle distanze astrali. I rami degli alberi s’intrecciavano formando anelli di corteccia, e pie formiche sorseggiavano vino bianco.
Lungo le sponde del Fiume Calmo camminavano, ormai da molti giorni, tre donne e quattro uomini.
Miserpa, una delle donne, invitò gli altri a fermarsi e, come rapita, sussurrò:
– Siamo vicini al Frutto? Il suo battito cardiaco mi pare instabile.
– Temo che il percorso sia mutato sotto i nostri piedi – rispose Badìsi, la Maestra del Suono. – Forse ciò che sentiamo scorrere non è il fiume, ma la sua eco.
– Dobbiamo pregare – propose Quwymi. Soltanto lei non proveniva dall’Europa, però non aveva ancora voluto svelare la sua vera origine.
La temperatura aumentava. La Terra, nelle ultime settimane, si era avvicinata al Sole come mai prima, ravvivando la speranza che la realizzazione fosse imminente. Ormai il freddo esisteva solo nel ventre del pianeta e negli abissi marini.
– L’incenso di loto è bruciato – affermò Badìsi. – I nostri canti, senza un adeguato supporto, si romperanno in noi lacerandoci il respiro.
Quwymi spiegò che esisteva un’alternativa:
– Possiamo bruciare un loto diverso: quello che pulsa tra le nostre gambe. L’aquila accetterà l’offerta.
Miserpa e Badìsi si dissero d’accordo.
– Ebbene! – proruppe allora Quwymi – Che gli uomini ci incendino. Ogni angolo delle nostre membra sarà nobilitato dal fuoco della loro virilità.
Le tre donne s’inginocchiarono innanzi ai maschi, dacché era prescritto che la prima eiaculazione avvenisse nella bocca e per mezzo di essa. Quwymi, che era la sacerdotessa del coito, si dedicò a due uomini.
Dopo, le donne furono possedute. Le loro grida – limpide come squarci nel costato – si mescolavano all’ineffabile melodia della foresta. La vibrazione che scaturì parve giovare all’intero universo.
Miserpa, che aveva accolto il seme di Rtun’l, il custode dell’Urlo, si sedette su una roccia e si massaggiò le cosce. “Quanto è sacra questa vita che indosso?,” pensava. “Chi, se urlassi, guarderebbe i miei occhi?”.
Badìsi, che era stata con Tourgo, il detentore del Successo, cantò la Canzone dell’Enigma:

Dentro la Coppa scivola il pianto.
Tutto rinnego, anche il mio fuoco.

Dei cosmi che scorgo m’importa poco.
Non serve l’eroe, sgozza soltanto.

Del dio noi siamo il gioco.
Del dio noi siamo il vanto.

Quwymi, che si era concessa a Kyumte e a Swatn, condottieri del Sinistro Esercito, annunciò:
– Attenderemo che l’aquila ci parli. Se i nostri amplessi hanno placato la sua fame, allora ci sarà permesso agire.
– Sei sicura che l’aquila non ci abbia abbandonati? – domandò Rtun’l.
Quwymi lo guardò con ferocia. Agli uomini era concesso parlare solo se interpellati. Si credeva che il pomo di Adamo fosse stato maledetto dopo l’ultimo inverno, e che perciò bisognasse tenerlo in ceppi.
– Quwymi – disse Miserpa nella speranza di attenuare la rabbia della compagna. – Potente sorella, ascolta: anche se il custode dell’Urlo ha attentato alla nostra quiete, ti propongo di risparmiarlo, poiché grande è l’intensità del piacere che ci sa dare. Non roviniamo questo momento istituendo un processo.
La sacerdotessa del coito, ponderate le obiezioni di Miserpa, rispose:
– Sei saggia. Seppur rozzo e cacofonico, costui è abnorme. E però ci occorre la certezza che non sbaglierà più. Tagliamogli la lingua.
Rtun’l, a questo punto, ottenuto il permesso di parlare, poté difendersi:
– Mie sorelle, a cosa servirebbe tagliarmela?
– A te a cosa serve? – lo provocò Quwymi.
– È necessaria affinché il mio mutismo sia comunicativo. Senza lingua, infatti, dovrei tacere per obbligo, però solo un silenzio volontario, come quello dei santi, è utile. Lasciate che la mia lingua si attorcigli e forgi vuoti memorabili.
– Fino a quando dovremo sopportare la tua insolente ambiguità? – ribadì la sacerdotessa.
– La mia ambiguità perderà importanza dopo che io sarò morto.
Ancora un po’ durò l’apologia di Rtun’l. Alla fine Quwymi lo perdonò, nella speranza che l’aquila, apprezzando il gesto misericordioso, manifestasse la propria volontà.
E però il segnale tardava.

 ***

Venne la sera. Le sette creature, guidate dal discernimento di Miserpa, si immersero nelle fenditure della coscienza e trovarono un deserto dove riposare. La sabbia era blu e gigantesche tartarughe volavano nel cielo rosso fiammante. Dai loro corpi colava una pioggia di granelli d’oro. Dalla geometria dei diamanti e dei rubini incastonati nei carapaci emergevano parole sacre. Le donne ordinarono a Tourgo di leggerle, poiché questi era l’unico che ne conoscesse il linguaggio. Nelle sue vene, infatti, scorreva il sangue raro del Vero Monte, che era il lascito di suo padre, caduto in battaglia durante la roboante guerra. Tourgo lesse ad alta voce, e ogni cosa del mondo fu resa più consapevole.
La lettura durò trentasei giorni. Tutti ascoltarono l’estatica lode meditando e pregando. Infine si addormentarono, stremati.

Dalla geometria dei diamanti e dei rubini incastonati nei carapaci emergevano parole sacre. Le donne ordinarono a Tourgo di leggerle, poiché questi era l’unico che ne conoscesse il linguaggio.

Tourgo fu risvegliato da un suono osceno e sordo, che gli pareva fosse rimasto sepolto nell’oblio per molti secoli. Frastornato, svegliò Rtun’l.
– Quanto dio conosci? – gli chiese.
– Conosco un dio vasto ma non infinito.
– Rtun’l, io lo cerco. Vieni con me.
Silenzio.
– Vieni con me – ripeté.
– No. Il tuo destino ti corre incontro e scuote i mondi. Il mio è immobile – disse Rtun’l.
– Ma tu sai che dio ***. Io e te siamo le uniche due creature a saperlo. Allora possiamo sperare.
Rtun’l gli strinse il braccio:
– Vai tu! Io placherò le tre scrofe, impedendo loro di maledirti. E cercherò anche di ottenebrare la mente dell’aquila.
– E se il Proverbio è vero? – chiese Tourgo.
– Saremo congelati e distrutti.
– Lo accetti così? Ascolta, Rtun’l, le donne non hanno più cibo per l’aquila. Presto cominceranno a nutrirla con le vostre frattaglie. I primi saranno i condottieri, infine toccherà a te.
– Se prima di allora non sarai tornato, morirò inneggiando. Ora corri lontano dalla foresta, poiché già si destano le scrofe. Vai!
Tourgo abbracciò l’amico e andò via.

Ancora un po’ durò l’apologia di Rtun’l. Alla fine Quwymi lo perdonò, nella speranza che l’aquila, apprezzando il gesto misericordioso, manifestasse la propria volontà.

“Quanto dio conosci?”, si ripeteva Tourgo mentre fuggiva. La maledizione delle donne poteva colpirlo anche a distanze molto grandi, dunque doveva affrettarsi prima che fosse formulata. Era finalmente uscito dal deserto blu e si aggirava per le strade vuote dell’antica Città dei Pesci. Essa era stata l’ultima a soccombere, nonostante il male oscuro vi avesse fatto la sua prima comparsa. Un piccolo gruppo d’individui era sopravvissuto al fragoroso abbattimento dell’albero. Essi, riunitisi sul Vero Monte, avevano infine potuto appiccare i tromboni del giubilo e rendere grazie a dio per averli risparmiati. Li attendeva, avevano creduto, un’era di santità.
Ma quella convinzione si era sgretolata subito. Nel matriarcato, istituito seguendo le Leggi Piovute, si era insinuato un germe, e presto la situazione era mutata. La santità era scomparsa da un giorno all’altro come uno specchio rotto, i maschi erano stati bestemmiati, gli uteri resi sterili, e dalle nubi era stato lanciato il frastornante verso dell’aquila. Costei aveva rivelato il Proverbio, che era irripetibile. Tourgo, ripensandoci, si sentì mancare.

La santità era scomparsa da un giorno all’altro come uno specchio rotto, i maschi erano stati bestemmiati, gli uteri resi sterili, e dalle nubi era stato lanciato il frastornante verso dell’aquila.

Diede rapide occhiate alla città. Cominciava a trarre giovamento dalla fuga, la sua mente non era più confusa. Si sedette per riposare, perché gli doleva la muscolatura.
Nel cielo apparvero delle enormi narici, che soffiarono sul suo torace. Poi venne la Madre e gli gettò addosso delle Ombre. Lo guardava imperturbabile. La sua figura sovrastava la città.
– Sei tu la Madre? – le domandò.
– Io sono la forza che tiene Duat – rispose. Si esprimeva attraverso la combinazione di suoni e colori, emanandoli da sé sorridendo.
– Duat è il Proverbio?
– Di tuo padre sono figlia e sorella, e sua moglie. Dalla sua bocca partorisco questa bocca.
– Io non ricordo il senso! – gridò Tourgo.
– Il ricordo è la lapide di ciò che dovette essere, scolpita prima e dopo, contemporaneamente. La lapide fu distrutta ma ne rimane il ricordo.
– Chi sei tu?
– Io sono l’abisso. Tu sei la colpa.
Le Ombre si attorcigliarono attorno a Tourgo, impedendo al sole di scaldarlo. Il terrore lo paralizzò come un veleno di rettili.
Moriva. Le Ombre gli divorarono la carne. Rimasero le ossa.
A ventiquattro chilometri da lì, in direzione nord-ovest, sulla strada era comparsa una porta chiusa in legno di noce. Non aveva alcuna funzione, poiché era possibile aggirarla con pochi passi. Stava lì, in mezzo alla via, senza serrature, assolutamente inutile.

Opera di Arnold Böcklin

L’Anoressico

Egli era un eroe sconfitto, che non aveva nemmeno tentato l’uscita dal mondo, e la sua vita era la prova di tale mutilazione.

Un’ambizione nasceva sempre in quegli istanti. L’orgasmo, immane al punto di squarciare il cosmo, trascinava macigni di frustrazione e rabbia e tensione e vergogna, s’infrangeva sulla scogliera come un’onda anomala, polverizzandola, e urlava, lo implorava di divenire capace di esprimere ciò che il suo cuore traduceva in accelerazioni cardiache e la sua mente in deliri d’onnipotenza.
Quegli istanti durante i quali egli fuggiva dolorosamente da se stesso perché s’accorgeva di essere un velleitario, quegli istanti intrisi di vano riscatto e della consapevolezza che non c’era modo più bello per dire una realtà tanto tremenda: velleità, un suono che addolciva la rassegnazione (ecco cosa amava: lasciarsi cullare da scialbe considerazioni sulle parole). Ecco a cosa ambiva: esprimere il suo abisso e la sua grandezza perché da una simile espressione potesse scaturire la gloria.

Ecco a cosa ambiva: esprimere il suo abisso e la sua grandezza perché da una simile espressione potesse scaturire la gloria.

Subito, però, la forza della velleità svaniva e lasciava il posto alla certezza del fallimento. Egli diveniva lo spettatore disperato di se stesso e delle proprie vibrazioni. Mai si sarebbe dissolto in nuvola per volare sulle ali della più dolce rondinella, poi posarsi ai piedi del Principe Felice e sfiorarne le labbra in punto di morte; egli sarebbe stato sempre in punto di morte, ma vivo, vivo e cosciente, verme neanche benedetto da un buddha compassionevole e bello. Scarto del mondo, si annullava innanzi alla miseria del suo animo storpio e molle.
Si contorceva su un giaciglio di pietruzze e vetri, fissava le stelle che brillavano ma forse già non esistevano più e il dubbio s’insinuava nel suo spirito deforme – quell’apparato spappolato –, il dubbio che anche lui brillasse senza essere più. Ecco perché nessuno capiva la sua condizione: erano tutti abbagliati dall’antico bagliore, accecati fino a credere vivo quel corpo che in verità era in punto di morte. Ed era un inno alla vita ogni parola pronunciata per conquistare la sua stima, un inno alla vita che si scagliava su un ammasso di materia inerte. Tutti lo ferivano. Non riusciva a sopportare i loro amorevoli tentativi di condividere parole e destini. E non era la sua volontà a opporre il rifiuto, a farlo era una forza oscura e misteriosa che gli dimorava dentro.
Era un anoressico. Un lacerante dolore gli proveniva da falsi dogmi che egli stesso aveva creato e che lo avevano imprigionato: credeva che se anche avesse assaggiato i cibi che gli dèi splendenti gli donavano, non sarebbe stato capace di goderne. Sopravviveva con una acquiescenza che veniva sempre più logorata ed era oramai sfinita, e ciò lo turbava enormemente giacché temeva di cedere e di non poter più rimandare la scelta: soccombere o esistere.
Ecco ciò da cui rifuggiva: l’esistenza. Ma era un inno alla vita il tutto che lo circondava, perché la forza intima di ogni cosa è una forza vitale, che in lui, a dire il vero, non era ancora stata vinta. Ma chi poteva cogliere quel suo dramma segreto?

Ecco ciò da cui rifuggiva: l’esistenza. Ma era un inno alla vita il tutto che lo circondava, perché la forza intima di ogni cosa è una forza vitale, che in lui, a dire il vero, non era ancora stata vinta.

Fra molti dei suoi conoscenti era diffusa la convinzione che egli fosse lieto. Certo, era fortunato. La sua sorte, ottima secondo l’opinione di tutti, sorrideva, e però lui non poteva fare a meno di scorgersi pietoso e meschino. Così giustificava la propria inerzia sacrilega: alla vita, si era convinto, non aveva il diritto naturale d’inneggiare.
Soffocava. Uno sciame di mosche aveva deposto uova nella sua carne addolorata. Per anni aveva invocato dio. Poi, d’un tratto, aveva innalzato lo stendardo dei senzadio, e nell’ateismo aveva trovato il modo più frustrante per manifestare la presunta grandezza del proprio ingegno, che gli permetteva assai facilmente di dimostrare che il sacro era estinto. Ma ben sapeva che ogni istante della sua esistenza era stato amato dagli dèi, poiché era venuto al mondo per illuminare i propri simili.
Allora aveva avvertito l’urgenza d’indagare se almeno uno attorno a lui sentisse nel suo stesso modo. Aveva chiesto senza paura, ma i suoni erano fuoriusciti lacerati. Perciò era stato ignorato. La goffaggine e la fierezza, la bellezza e la meschinità si erano in lui fuse insieme, e ora stava davanti allo specchio, tremante di negazione spasmodica in quella sintesi, che avveniva per mezzo della fuoriuscita di liquido seminale, del suo essere menomato.
Chi era mentre aborriva la vita attraverso eiaculazioni senza scopo, perso nella visione di libidinose sirene che si levavano il suo seme dalla bocca? Dava forma a ogni pulsione; una sorta di godimento selvaggio s’impossessava delle donne che egli domava nella propria mente. Urla di piacere straziavano i corpi sinuosi delle sue amanti, mentre il suo membro inglobava anche le loro anime rapite.
Gli occhi del mondo questo scorgevano: la masturbazione dell’Anoressico. Egli fissava senza espressione il proprio volto nello specchio, poi notava l’asimmetria dei triangoli della taglia e un lieve cedimento dei muscoli addominali. E lo sguardo gli cadeva sul sesso, stretto dalle mani sul cui dorso le vene s’agitavano come un cervo morente.

***

L’Anoressico camminava su un ponte di ghiaia, a tratti illuminato, sospeso sopra la voragine. Dov’era l’ombra, vi erano vuoti. Perciò era costretto a procedere cautamente, passando soltanto sulle zone luminose. Ma soffriva di vertigini ed era paralizzato.
La luce proveniva da sopra, da dietro i vetri d’un’imponente costruzione ispirata alle fronde d’un albero. L’Anoressico però non poteva saperlo, poiché non riusciva a guardare in alto. Era immobile e condannato a fissare l’abisso. Stava lì in quello stato di cui noi percepiamo un’eco confusa, e che nella nostra miserevole disponibilità di mezzi chiameremo gelo.
Né egli aveva coscienza di che cosa significasse camminare su quel ponte. Sentiva solo su di sé una consapevolezza dai contorni sfatti e male abbozzati, e pesante, cupa più cupa d’una notte eterna che i popoli dei tempi mitici solevano scongiurare. E sognava, rapito da delirio allucinatorio, una creatura che mediante il proprio corpo muto esibiva la verità ma poi si dissolveva senza riuscire a esprimerla col verbo – o col rumore, che è uguale. Allora capiva di non poter agire a causa della mancanza d’informazioni. L’uomo scelto per illuminare i propri simili non conosceva se stesso.
Veramente, sapeva da tempo che i governi avevano formato un’Unione con lo scopo di castrare la genia degli eroi, come pure si era accorto delle numerose spie che lo tenevano sotto controllo, ne registravano i movimenti e poi li riferivano agli Inquisitori. Ecco che i pervertimenti ai quali la sua mente aveva ceduto – e quanto grande sarebbe stata la punizione per questo! – lo spingevano talvolta a credere che l’anoressia lo avesse almeno salvato dai brutali interventi dell’Unione. Egli era un eroe sconfitto, che non aveva nemmeno tentato l’uscita dal mondo, e la sua vita era la prova di tale mutilazione. Ancora non rappresentava un vero pericolo, ancora poteva sperare di rimanere ignoto.
Egli era l’Anoressico perché la sua natura aveva deviato. Però una parte di lui, nascosta in regioni tanto segrete che spesso smettevano d’appartenergli, ben conosceva il senso profondo del destino. Né è possibile escludere che tra così gonfi oceani di tenebra non vi fosse un grano di principio individuale nel cui seno fosse viva la speranza, s’alimentasse la profezia, ribollisse il risorgimento.
«Prima o poi», egli pensava, «io sarò compiuto. Il senso della mia venuta quaggiù non può essere stato dimenticato».

Ma l’oceano non aveva confini, e tremendo era il diluvio, e non c’erano arche né civilizzatori. Dunque quel grano, se pure c’era, invero avrebbe potuto smettere d’essere da un momento all’altro.

Opera di Francis Bacon