Sicilia saudita | Giulio Pitroso

La strada è deserta e stretta, una via secondaria in mezzo alla campagna calatina. Michele Busacca se ne sta appoggiato sul cofano rovente dell’auto, un rottame scolorito e malconcio. Un canneto scosso dal vento poco più avanti emette di tanto in tanto un sibilo leggero. L’ombra di un vecchio carrubo si allunga sull’abitacolo e il tettuccio. Lui fuma con lo sguardo assente. Ha la testa altrove. Se lo immagina bene il paese, mentre parla e ride, bisbiglia e indica, tutto accaldato nella febbre dell’ingiuria. Sarà presto così, se tutto va come deve andare.
Basta mettere in fila le cose una dopo l’altra. La maldicenza scola come il percolato della discarica scassata, penetra in profondità, inquina la terra, sfigura i volti della gente. L’invidia la spinge giù, nelle budella. I giovani, quelli sanno anche troppo di come vanno certe faccende. I vecchi no, a quelli bisogna spiegarlo, perché devono imparare la maldicenza digitale. Certo, di chi ha fatto la cosa ne diranno male all’inizio, perché bisogna pure dare un poco di dignità alla vittima. Ma poi verrà a galla la natura vera del paese. Ed è sicuro come la morte, dopo questa cosa, non smetteranno mai di chiamarlo Sanguepazzo. Ma chi se ne frega. In fondo a Michele questo soprannome piace.

Ha inscritto nel nome il seme della follia. Una deformità mentale da cui non può scappare, perché legata al sangue, al succo amaro della vita. Si dice anche che il sangue pazzo è quello che fuoriesce per primo da una ferita, quello che va lasciato andare via.

Non c’è, dunque, nome più azzeccato per Michele, l’animale strano di cui il paese vorrebbe liberarsi. Forse Sanguepazzo potrebbe tornarsene alla stranìa, ma l’orizzonte della fuga svanisce e ricompare come un miraggio. Fu clandestino in Australia, lo trovarono le guardie e lo sbatterono sul primo volo.
C’ha la testa che è una betoniera di mala pinsera. Adesso basta. Si vuole solo immaginare i soprannomi che le daranno, le ferite che le procureranno a mezza bocca. Una ragazza che si fa riprendere a fare certe cose è comunque una puttana, al di là di tutte le attenuanti del caso.
Da lontano il rumore di un motore, un punto lontanissimo che viene avvicinandosi: è il grande Cammello. Il freno a mano che gracchia, la portiera che si apre, esce dalla Golf avvolta in un mantello di sporcizia. Ha addosso i soliti vestiti, una camicia hawaiana e dei bermuda rossi. Gli occhiali da sole a goccia gli nascondono le occhiaie. L’alcol, da anni, gli ha scolpito un rigonfiamento strano sotto l’ombelico, una pancia innaturale. In estate il suo colorito olivastro si tramuta in un marrone scuro. Sanguepazzo lo saluta affettuosamente. È un cane che scodinzola. Tira fuori un pacchetto di Marlboro rosse. Ne scoperchia il contenuto e lo guarda: – Prendi, Camme’. In mezzo alle sigarette c’è una banconota verde avvolta su se stessa.
Cammello si fa una risata: – Non c’è di bisogno, Micheluzzu, tutte cose sistemate. Abbiamo fatto un’altra operazione a Catania, che co’ cinquecentu euri ci danno quasi il doppio di Gela.
– A che è, due panetti? – chiede Sanguepazzo, mentre Cammello prende una delle Marlboro e aspetta che il compare gliel’accenda. Inspira e getta fuori il fumo dalle narici enormi che gli hanno procurato il soprannome: – ’Mbare, quando cammini con me, non ti devi preoccupare. Se ti dico che le cose sono sistemate…
Sanguepazzo ha in bocca una sigaretta anche lui, è deluso e lo nasconde a stento.
– Dai, Miche’, buttiamoci un attimo… Relax… – riprende Cammello. Sanguepazzo ubbidisce come un cane bastonato, sale sulla sua macchina, dalla parte del guidatore, e aspetta l’altro, che, non appena seduto, allunga i piedi sul cruscotto. Cala il silenzio, si sente forte il canto delle cicale. Cammello guarda fuori dal finestrino, chiude gli occhi e abbassa il sedile. Sanguepazzo ticchetta sullo sterzo, poi ne accende un’altra. Comincia a dare dei colpi impazienti con il palmo contro lo sportello, alla fine esplode: – Che dobbiamo fare, ’mbare?!». L’altro si alza di botto, mette i palmi avanti: – Relax, ’mbare, relax… Ora ci riposiamo, dopo mangiamo e poi andiamo a fare bordello.
– Ma con gli altri come ci dobbiamo vedere?!
– Affacciamo a San Vito, vediamo chi c’è… Ti offro una striscetta.
Sanguepazzo non risponde. Sembra che l’argomento di colpo non gli interessi più. Eppure, certi svaghi sono il suo pane quotidiano. Con Cammello si sono spartiti le notti per i viali di Catania, nei paesi della Piana e perfino nell’odiata Palermo. Ubriachi e strafatti, a vendere o comprare roba, a fare piccoli furti. Ne hanno anche scopate tante insieme, facendosi una scappata a San Belillo o a Bivio Iazzotto, quando Sabrina faceva il turno di notte. Uno dalla parte del cofano, l’altro dal lato opposto o per terra.
– Che c’è, ’mbare? Non ti sto capendo… – chiede Cammello con aria seria.
L’amico continua a non rispondere, lo sguardo rivolto alla strada. Cammello insiste: – Qual è il discorso, ’mbare?
L’altro si volta, quasi gli scappa da piangere: – Quella gran troia, ’mbare, Sabrina…
Cammello abbassa il tono, cerca di fare il gentile: – Devi andare avanti, ’mbare… Ma come te ne può fottere di una che ti lascia, perché stai perdendo i capelli?!… E, poi, sai come si dice? Buttane n’haju viste, ma comu ’i fimmini mai!
Al ricordarsi il motivo della discordia, Michele si accende ancora di più e tira un pugno contro lo sterzo, bestemmia: – Ma ora… Cristazzo! Gliela faccio vedere…
– Ora, che?! – chiede l’altro.
– Niente, niente… – ribatte Sanguepazzo.
– Vabbè, metti in moto, ’mbare, io prendo la mia e ci vediamo direttamente a San Vito… Anzi, prima passiamo a Scassale due minuti… – fa Cammello indicando la sua Golf. Quello annuisce. Le due auto partono sgommando sull’asfalto incandescente, attraversano la campagna, scivolano accanto alle africane. Una si piega, tira fuori la lingua e si dà una pacca sul didietro mentre li guarda passare. Le macchine costeggiano le sirene slave dal trucco pesante, sedute sui divani e i materassi abbandonati. Sullo sfondo, l’odore putrido della discarica di Pietra Liscia. Costeggiano i giardini d’aranci, i casali senza più abitanti, le vacche e i loro pastori indiani. Su una casa di campagna sventola il glorioso tricolore dei mondiali dell’82.

La Golf di Cammello fa la freccia e prende una strada sterrata. A Scassale, Cammello ci tiene un cavallo, lo vuole portare alle corse a Catania, ma nessuno lo ha mai visto. Le macchine si fermano in fila davanti alla porta di ferro arruggiata. C’è un muro alto, che nasconde e protegge le proprietà. Cammello apre, il metallo stride contro la pietra del cortile interno. Michele lo segue meccanicamente.
Il baglio è grande, vi si affaccia una struttura a due piani con porte e finestre rustiche. Da una porta, alla sinistra dei due, si sente provenire un nitrito. Quando Sanguepazzo si volta verso l’amico, lo trova intento a chiudere con un lucchetto l’unica uscita. Michele alza le braccia, le rivolge verso Cammello, come a fare un gesto che insieme comunica sorpresa e disapprovazione: che cosa sta facendo?
Sente dei rumori provenire dal piano superiore. C’è qualcuno alla finestra, una figura sfuggente, di cui non riesce a cogliere le forme. È una ragazza, ha in mano un cellulare e lo sta riprendendo. Gli sembra di conoscerla.
– Amore, scendi! – le fa Cammello, evitando di proposito lo sguardo di Michele. Sta succedendo qualcosa e sta succedendo troppo in fretta: Sanguepazzo è stordito, come avvolto in una bolla, difeso da uno strato di apatia, non muove un muscolo, non sembra capire.
Lei in pochi secondi è al piano terra. Sanguepazzo sente qualcosa che gli si spezza dentro. Ha il fuoco negli occhi, sbatte un piede a terra, serra i pugni e digrigna i denti. Poi fa qualche passo verso Cammello. Ma quello si porta la mano alle reni, tira fuori la sua solita calibro 9:  – Stiamoci calmi, ’mbare…– e tenendolo sotto tiro si avvicina alla porta oltre la quale ci deve essere il cavallo.
– Ci devi dare il video, il video che hai fatto a Sabrina – fa Cammello.
A sentire quel nome, Michele spalanca la bocca: ora gli è chiaro chi è quella ragazza, la riconosce. Sono lei e lui –  l’amico e quella che era la sua donna – ad averlo attratto qua, uniti in una sporca congiura, già amanti e chissà da quanto tempo. Impreca e urla.
Cammello ride nervosamente: – Vedi che ti sparo e ti butto nel vallone… – Sanguepazzo sta sbiancando, trema, non si capisce se per paura o per una febbre omicida.
Michele risponde lentamente, sembra si sia immerso in una calma innaturale, finta: – Senti, prenditelo il video, affanculu tu e quella puttana.
– ’Mbare, non mi stai convincendo… – Cammello apre la porta del cavallo, lo fa uscire. È un animale minuto, con la pelle martoriata, le costole in bella vista, quasi non si regge in piedi.
– Ora, ’mbare, fai al cavallo quello che Sabrina ha fatto a te nel video… Così vediamo se ti permetti di metterlo su internet.
Michele ha lavorato a lungo a quella cosa. Ne ha curato i dettagli, perché il video di Sabrina si diffonda rapidamente e le rovini la vita. Non lo ha detto a nessuno, non è mica uno scemo, ma qualcosa nella sua natura è risultata prevedibile. Non è tanto l’accusa a bruciargli in quel momento, ma la certezza del pregiudizio. Si immagina l’aria di disprezzo e la granitica sicurezza con cui i due amanti lo avranno additato.

Adesso, Sanguepazzo ride. Racconterà ai giudici che in quel momento non si ricordava lui stesso chi era. Serra il pugno destro e distende le prime tre dita: – Uora macari ju haju na pistola! – sghignazza.


Cammello è nervoso, gli urla addosso con una voce che pare venuta dall’inferno: – Pezz’i merda, calati, calati sotto al cavallo! Fanni vidiri ca si n’ puppu di merda!
Sanguepazzo si abbassa, è sotto il ventre dell’animale, si piega, ha i conati di vomito. Si accorge che Sabrina lo sta riprendendo di nuovo. Poi d’un colpo passa dall’altra parte, si nasconde dietro alla bestia. Cammello urla, punta la pistola, spara in aria. L’animale non ci capisce più nulla, si scatena, si gira e molla un calcio a Sabrina. Questa si piega a terra. Cammello vede Michele fuggire. Nella confusione è riuscito ad accedere alle scale, starà salendo al piano di sopra. Si avvicina alla ragazza, si piega per controllarla: pare in fin di vita. Quando solleva lo sguardo, Sanguepazzo è alla finestra, tiene in mano anche lui una pistola, una pistola vera: – Lo sapevo che aveva qualcun altro, ma non ci volevo credere, Camme’… E meno che mai potevo credere che eri tu quell’altro…
Cammello è allo scoperto, dentro alla tacca di mira. Praticamente morto. Mette le mani avanti, prega, scongiura: – La colpa è sua, di ’sta troia, a me lasciami stare, Micheluzzu…
Sanguepazzo vede già i titoli dei giornali, le interviste, Barbara D’Urso, le lacrime, il Tg Regione, un minuto di silenzio per le vittime, il commento triste di Salvo La Rosa ad Antenna Sicilia. Guarda l’ex amico di sbieco. Poi, il silenzio. I due uomini si fissano a lungo. Adesso emergono i rumori che li avevano circondati fino a quel momento: il respiro del cavallo, l’affanno di Sabrina, che geme con un filo di voce, le cicale.
Le frasi di Cammello sono tutte sbandate: – Con tutto ’sto bordello qua, il video diventerà famoso subito subito… A veru?
– Il video è già online da mezzora…– gli risponde Sanguepazzo trattenendo una risata che quasi gli fa scoppiare la faccia: – Per chi cazzo mi hai preso?
Arriva da lontano il rumore delle sirene.

***

In uno studio televisivo, un uomo ben vestito è in piedi al centro di un semicerchio fatto di persone sedute su comode poltrone bianche.
L’uomo ha un tono forte e deciso: – Stasera abbiamo in studio: il dottor Garibaldi, erede del nostro grande eroe nazionale – applausi mostruosi. – Il presidente del Grande Oriente d’Itaglia, il Cavaliere Vittorio Emanuele Bixio, che ha una bellissima cravatta tricolore! – applausi fragorosi. – L’onorevole Badalamenti, già Ministro delle Discariche e dei Rifiuti Interrati – Applausi tiepidi. Silenzio.
– Parleremo con loro della condizione libera della donna oggi e delle tante concess… ehm… conquiste delle donne… Ospite d’eccezione la pornostar Sabrina X… – la camera inquadra la faccia della ragazza.
– Signorina Sabrina, lei ha stupito il mondo del web con il suo nuovo video in compagnia di un cavallo e ha destato l’odio degli animalisti –  breve pausa. – Anzi, colgo l’occasione per farle i complimenti per il suo splendido décolleté…–  applausi scroscianti.
Gli uomini in studio si lanciano sguardi maliziosi, ridono, mentre le donne del pubblico hanno un’aria incuriosita. – Sappiamo che ha cominciato la sua carriera per via di un tragico episodio in cui era coinvolto proprio un cavallo, quindi il suo è quasi un tentativo di esorcismo, se vogliamo…

Cammello è in piedi, ascolta la tivvù dandole le spalle, in cucina, mentre lava i piatti. Fuori dalla finestra, la Piana avvampa nel caldo d’agosto. Dietro di lui, bilancino e panetti. Si ferma per ascoltare meglio, si volta. La voce del presentatore continua a venire fuori dalla sua faccia vecchia e lenta: – Il suo stalker è finito in carcere, adesso, e lei è libera!

 Agli uomini in studio escono gli occhi di fuori. Sembrano trattenere un’eruzione di sperma e cat calling. La regia inquadra costantemente le calze a rete nere di Sabrina.

Cammello fissa la finestra. Le luci dei paesi della Piana, la luna grandissima, inafferrabile, le stelle, innumerevoli. Lontano, ci deve essere qualche civetta, che riempie il vallone del suo strano verso. E, ancora più lontano, le colline deformate dal buio, le balle di fieno, le case abbandonate della campagna profonda. Questa terra immutabile, su quest’isola immutabile, abitata da gente che è bandiera di una qualche forma di pessimismo cosmico. Cammello accende una sigaretta e fa passare il fumo dalle sue grandi narici, prima che una risata lo colga e ne smuova le spalle.

Illustrazione di Eric Chow

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