Saudade degli Oremeta | Il mondo da un tinello

Dalla spoken word al reggae, dalla bossa nova al rap, Saudade degli Oremeta è un disco che parla di una patria più ampia, quella dei viaggiatori: lo sguardo è aperto sia sui generi musicali toccati che sulle risonanze di un mondo multiforme, dalla prospettiva di chi l’ha amato e non vede l’ora di tornare a viverlo.


La saudade non è strettamente riferita ad un luogo, per quanto sia un termine che nasca con quest’intento; la si può provare per un ricordo, una persona, uno stato mentale: e qual è il luogo verso cui tre ragazzi guardano con quel dolce mescolìo di malinconia e desiderio, da un appartamento di Ostia Lido in piena quarantena, loro che sono busker e artisti, viaggiatori, curiosi, amanti della parola propria e dei racconti lontani?

Oremeta – che in dialetto Yoruba significa “tre amici” – è un trio che nasce dalla convivenza forzata di Dario ‘Cangreo’ Gabriele, armonicista nomade e poeta, Chiara Pisa, attrice, performer e insegnante di teatro, e Giulio Gaigher, batterista e produttore che ha composto musica anche per il teatro. Assieme, nei primi mesi di clausura da Covid, hanno maturato i primi brani nelle jam serali, osservando il mare, e accompagnando ad essi piccoli video per presentarli: “Un progetto che nasce in quarantena e morirà in quarantena” era la frase che accompagnava questi piccoli progetti presentati come Radiocantilene & Giulio Gaigher, fino a quando la loro traccia Diario, che si appoggia su un prezioso campione dell’iconica versione live di Almost Blue eseguita da Chet Baker a Tokyo, si classifica terza alla sezione video rap e poesia del Premio Dubito del 2020. Da lì, la volontà di mettere delle fondamenta più solide e lavorare ancora di più ad un progetto che, allora, aveva visto ancora poco l’apporto della voce di Chiara.

Dario Gabriele durante le session di registrazione del disco

Con soluzioni che toccano molti generi, dalla nuda spoken word al reggae, dalla bossa nova al rap, il disco si articola in dieci brani dove ai contributi vocali di Dario si uniscono quelli dai gusti sudamericani della Pisa. Assieme, il percorso che tentano di fare è diametralmente opposto all’immagine che ci si può aspettare dalla frase “un disco rap nato in quarantena”: se la quarantena la si associa a spazi ristretti e il rap ad una voce egoriferita, i racconti del disco dipingono storie lontane, corali (sensazione ancora più amplificata dalle intro di più brani, in cui le voci si moltiplicano con brevi sprazzi di telefonate in più lingue), in cui l’intimità dello sguardo di chi scrive va a ripescare un canto più largo. Storie di migrazioni, di lingue che si intrecciano, di difficoltà a convivere in un ambiente pieno di pregiudizi: nel loro album i tre ragazzi fanno confluire appunti di viaggio e racconti altrui, toccando Brasile e Spagna, Congo ed Italia.

È anche in questo approccio al viaggio che si legge il loro stile, che è una voce che porta in sè più influenze riconoscibili, non snaturate, rispettate e fatte fiorire con originalità: è nella piena delle strumentali, che scorrono come acqua fresca, che si raccolgono armoniche lontane, piattini trap, chitarre acustiche suonate come chi si accompagna per il canto e soluzioni sorprendentemente pop, ma è anche nella penna di Dario, che si concede di avvicinare al proprio rap il racconto, la poesia, il flusso di coscienza, spezzando le misure e inserendo in un quadro di narrazione più ampio una musicalità che è vivida e diretta, efficace e veloce come un’informazione di viaggio. I testi hanno la sorprendente capacità di suonare, così, accessibili al primo impatto, digeribili al punto da motivare l’ascoltatore ad un ritorno su quelle tracce per portarlo poi a scoprire la complessità di fondo, i legami tra immagini, il loro sentire profondo.

Questa è la vera sorpresa dell’album, esordio nato in condizioni improbabili: il poter elaborare con grande energia la nostalgia del viaggio, usando le parole e la musica come tramite. La fanno pulsare ad ogni battito, solare, conservandola dietro lo sguardo tra i ricordi ed i desideri e così facendo fondono la malinconia, come in un processo alchemico, ad un’altra componente essenziale: la speranza.  È questa luce, un po’ romantica, che illumina anche i quadri più scuri del disco – così abituati a muoversi, sembra che i tre di Oremeta vogliano ricordare che i momenti di fermo accadono, ma che l’avventura non si ferma e ripartirà.

(Isidoro Concas)

INTERLUDIO

ad abitare il pueblo ora sono
uomini senza pelle
che affidano le ossa a cartilagini chimiche

spogliati
scuoiati
non sopportano il dolore, ogni
punto del corpo è un’iride

penso ad una carezza, su di un’iride
pensi che sia rimasto amore?

non vi son più le strade in terra rossa
e non credo la terra possa respirare
da sotto il catrame che hanno
steso sulle strade
dopo averlo raschiato dalle ali dei gabbiani
che dalla grande città, al pueblo

ci vengono a morire apposta.

l’acqua costa
il sale costa
comprare il pane costa
guardare il mare, costa

hanno fatto anche il treno
si viaggia da fermi
da qualche tempo il paesaggio offre
consigli per gli acquisti
prova a pensare
quando i finestrini sono schermi

il vecchio non è ancora morto
eppure non gli manca molto
sotto le ali dell’aquila americana
lui respira da sepolto, lui
parte di un caro racconto

sulle frequenze del mondo
la voce umana
ha avuto un calo d’ascolto

le matite mangiate
dalla carta vetrata sulla quale provano
ancora e ancora e ancora
a scrivere

carta
goccia
lembo di coscia

non v’è fiore di carne
che osi schiudersi

ma io piango nella luce di una luna donna
mi lascio partorire nuovamente
e ha la pancia da madre o la falce da boia
è in un dolce nero dell’eclissi che mi ingoia
e solamente soffiando sulla pelle
mi scuoia

ad abitare il pueblo sono gli uomini senza pelle

Parole e voce di Dario Gabriele
Musica degli Oremeta

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