Nebulosa

Giungo ad una attesa
che non può porre indugio;
mi lusinga essere vinto dall’emozione.

Pur se mai averla avuta,
ne contemplata la nozione.

Oh fosca nebula,
imperfetta e latente da vestaglie spettrali,

cammino a piedi nudi
come in astri assorti agli albori
o alle alchimie del verbo,

che filtra il nero
e riesuma le mie espressioni.

Esimo il mio solito essere
ritardatario.

Occhi, chiudi gli occhi.
Soprusi dai crismi d’amore proibito
conversano in me.

Avverto Tempi dilatati a pelle
sulle mie meningi.

Non me la sento
d’espormi a tali enigmi,

coni luminosi,
rasenterebbe l’insano:

ne arrossirebbero le nudità
di un angelo

dinnanzi all’innocenza di cui vivi,
Essere!

− e dell’umiltà per la quale
è fioco il tuo respiro

che tremola ai nevischi
e scinde il calore morente

di una ribellione
interiore,

né si attenuerebbero
gli stimoli compatiti,
Surreali.

Se a renderti accessibile
sono Pulsioni prive di cura,

purché si presentino come
sconosciute,

attingo dal pianto
l’emancipazione di un rifugio
e l’avvenire della beatitudine.

L’estirparmi al cuore
in un nostro dove è santità:

vulnerabile all’orrore
e pura sino al culmine.

Che se trafitto a morte esulto!
Poiché so che Ella è immortale

e carezzata dalla commozione
si divincola
alle deboli trasparenze.

Incanti variegati
in sgomenti languidi.

Se mi crucia il riposo col diverbio
a un battito insolito, irregolare,

come un viso in mente che mi è analogo,
come la mia donna; insita nel Taciturno.

E mi domando: se mi nascondo,
dove vorrebbe lei prendermi per mano?

Forse dove anche il sottoscritto
e la sua grafia
si graffiano in disparte

e desiderano l’esilio.

Che con tanto buio,
udiamo i brusii dei tocchi
e li allontaniamo.

Lì viene concesso
di concupire gli istanti
e i cammini delle tende.

Usurpatomi a veglie diurne,
esercito i bagliori di quarzo.

A giorni, gli ardimenti riflettono
gemme indotte,

abili,

giorni ascesi a degli altrimenti;
cupe culle crepuscolari
e periodi dei quali piacevoli sensi,

voltuosi rifacimenti e orli
pendono dall’intimo
ch’oscilla, sottosopra.

Incorporo l’alba,
le eventualità che l’oscurità muti
e INSORGO! − riemerso dallo sprofondo.

So occultare le blasfemie d’un paroliere,
tergiversarle nello squilibrio
auspicandomi in sogno.

“Io sono la simbiosi in cui si crede”

− sussurri un monito −

“poiché m’ignorano gli assenni,
mentre sotto i cieli
si dissipano i sapienti.”

Il visibilio intravede
nuvole veggenti esprimersi,
prendere vita

ed una costellazione che soccombe

purché tu vacilli
all’essenza d’un pedaggio arcuato:

se ad ogni forma sono estraneo,
a qualsiasi corpo,

malconcio e impresentabile
dinnanzi una incompiuta
passaporta.

Immondi d’empietà!
Voleri mozzi come non mai,
piegáti.

Bruma che cala
e cuce circostanze a me,
se io non oso.

Geme un’abbreviazione al lumine
fra cere e designi;

È un’atmosfera,
la marcia di lanterne cruciformi
ch’incutono l’incontro.

Rattrappite
le mappe genitive
ch’insinuano la mia provenienza

appesa al ramo genealogico
del sanguinolento

che esportano l’insulto ma

avrò illustre piacere
a biasimare il fato:

colei coerce
e svelò ch’è Nebulosa
la baita del poeta eterno.

Fotografia di Josephine Cardin

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