Un’anatra al buio che becca le briciole

Il ponte di piazza Vitto, alla sera, fa come tante mezze lune sul pelo dell’acqua. Dei fari sotto le arcate illuminano la pietra di luce calda, luce che muta forma e riflesso a seconda del punto d’osservazione. Dal club dei canottieri, che sporge sul fiume oltre la boscaglia della sponda bene, s’affacciano sagome scure a guardare la gente di qua: la cascata di brilli ciaparat del venerdì sera e del sabato, della domenica e di tutti i giorni della settimana, perché tanto di lavorare – sulla riva del Gianca e del Doctor Sax – mica se ne parla.
«To’, accendila».
Ce ne stiamo seduti, io e il mio amico Berto, su due scalini viscidi di alghe e scommettiamo a distanza sul sesso delle anatre in avvicinamento. Col buio non è facile, gli spiego che i maschi sono quelli con la testa verde smeraldo e che le femmine sono quelle marroni. Gli racconto dei pavoni, del fatto che nel mondo animale sia molto più frequente osservare la bellezza come un obbligo genetico maschile: «È una questione di dimensioni» gli dico «e di numero: un grande ovulo sta a miliardi di minuscoli spermatozoi».
Berto ridacchia, si leva la coppola da picciotto emigrato e la posa sulla mia testa.
«Stando a questa teoria, noi donne dovremmo poterci permettere di avere i peli sulle gambe.»

Ce ne stiamo seduti, io e il mio amico Berto, su due scalini viscidi di alghe e scommettiamo a distanza sul sesso delle anatre in avvicinamento. Col buio non è facile, gli spiego che i maschi sono quelli con la testa verde smeraldo e che le femmine sono quelle marroni.

Hanno aperto un bar futuristico, in uno degli ammuffiti magazzini dei murazzi, in cui a preparare Negroni e Spritz è un robot arancione. Si ordina attraverso un computer e un robustissimo paio di braccia shakera l’elisir. Una roba che Marinetti sarebbe fisso lì a sbronzarsi e a fare versi tipo zang e zang e tumb, ma che per noi è ancora troppo avanti e non ce la facciamo a stargli dietro. Ci siamo ubriacati alla vecchia maniera, seduti al bancone del circolo Arci Sud, a botte di vino stappato, brindando alla nostra e al barista. Che bel posto che è l’Arci Sud! Mi mette una nostalgia… Viva i nostalgici, viva!
Da San Salvario ai muri è un attimo ed è tutto in discesa, ma perché siamo qui non saprei dirlo, e non saprei dire neppure dov’è che abbiamo legato la bici.
Io e Berto in mezzo a un mucchio selvaggio di bestie febbricitanti, messi assieme in un ping pong di fumo e dalla comune voglia d’evasione e ancora più vicini per quel mero e condiviso senso d’inappartenenza, passandoci una torcia fatta su in fretta e senza accortezza, col filtro largo e un tiro faticoso. Mentre questi pensieri s’affacciano, subito la voce di Giulia mi sputa addosso sentenze, perché chi si esilia da solo non ha neppure il diritto di lamentarsi.
Non è il nostro paese, fratello mio, ma nessuno ci ha cacciati dal nido: ce ne siamo andati noi, con le nostre gambine, e senza preoccuparci del sentiero e dell’avere una destinazione. Hai ragione, nessuno è venuto a rincorrerci, ma non possiamo continuare a fuggire in eterno con la speranza che prima o poi qualcuno ci venga a recuperare. Lo sguardo di Berto si posa sul molo abbandonato vicino a noi.
«Ci sei salito, sì?»
Berto mi fa di no con la testa: «Mzé. Ho una foto là sopra, ma non mi ricordo quando l’ho fatta».
Mi piace tanto quando fa quel verso, mzé, che è un esercizio complesso d’espressione affidato a lingua, denti e labbra e dice più di una parola. Può essere un e un no contemporaneamente, nel dubbio un non lo so. Penso al verso come a un colpo di marranzano che risuona nella bocca, la cui eco si perde dentro chi scocca il suono e non fuori. Berto scocca suoni per se stesso e nessun altro e questi suoni gli rimbombano nei nodi delle viscere e si stringono, fischiando, tra le costole. Vorrebbe poterne fornire una versione tradotta, ma si sistema gli occhiali, per adesso, con un gesto nervoso, e mi racconta di quando la sua compagna di banco s’era abbassata le mutande e gli aveva concesso una visione diversa del mondo.
C’è qualcosa di clandestino, nel comprendersi, così quando accade non occorre dirselo, o meglio, non si deve affatto.
Dal monte dei Cappuccini, che non somiglia neppure lontanamente a una montagna, la città fa meno spavento. Le si può dare un contorno, che è fatto di alture a corona e finestre triangolari tra le cime. Si vedono i due grattacieli lampeggiare di rosso e la lancia stellata della Mole trafiggere la cappa di smog; sullo sfondo sale piano, ogni tanto, il pallone incatenato del Balon.

Non è il nostro paese, fratello mio, ma nessuno ci ha cacciati dal nido: ce ne siamo andati noi, con le nostre gambine, e senza preoccuparci del sentiero e dell’avere una destinazione.

L’ultima volta al monte c’era la neve e faceva un freddo pazzesco, Giulia aveva i capelli lunghissimi.
Una grossa palla di ghiaccio mi era arrivata sul muso, facendomi male, ma non ero riuscita a incazzarmi, non ci riesco nemmeno adesso dopo tutto quello che è successo.
Posso tracciare il contorno della città col dito, posso chiudere gli occhi e disegnare la perfetta topografia di Torino, ma non riesco a definire il confine tra ciò che provo davvero e ciò che mi convinco di provare per sentirmi più normale e adatta a campare sopra alla faccia tosta della Terra.
Tira fuori quello che senti, Giulia mi spronava al dialogo nei momenti peggiori, cercando il mio sguardo, solitamente fermo su un qualche punto della stanza, prova a farmi capire cosa hai in testa, mi diceva, se non parli come faccio, come faccio ad aiutarti. Spalle al muro, attendeva che io esplodessi.
Il più delle volte mi lasciavo andare a un pianto eterno, sragionato, che era la cosa più onesta di cui fossi capace. Altre volte non sgorgavano lacrime e allora toccava recitare. Mi inventavo tragedie inesistenti, ma spiegabilissime e sensate. Forse esistevano sul serio, anzi sicuramente, in qualche angolo del mio inconscio; erano parte della mia vita, ma non mi toccavano così nel profondo come volevo far credere. C’è chi darebbe la colpa allo zodiaco: nata sotto il segno del Cancro. Il primo vagito era già disperazione, un tentativo di raccogliere attenzioni.
«Quello lì non lo sopporto» mi fa Berto, tossendo. «Ogni volta che parla mi sembra di sentire Aldo Moro»
«Sta sul cazzo anche a me.»
Cerco di tagliare corto, non ho voglia di argomentare, ma Berto continua:
«Non si può piacere a tutti, eddai, sempre con questa oratoria, questi paroloni per dare ragione a chiunque, senza mai tirare fuori un’idea che sia una.»
Annuisco, prestando ascolto ai discorsi della comitiva di liceali seduta a pochi mattoni da noi. Parlano di sesso, di inciuci vari tra i membri del gruppo. Loro hanno un branco con cui passeggiare nel bosco.
Ho visto fare a Berto cose indicibili, come rubare il vetro di una cornice larga novanta centimetri e riuscire a condurre, pulito, il bottino fuori dalle barriere elettroniche del negozio. L’ho visto lanciare un bicchiere di gin, intendo il bicchiere intero, in faccia a un ragazzo dopo una battuta di pessimo gusto; l’ho visto fare a cazzotti col suo miglior compagno, minacciare di lanciarsi in un triplo salto mortale, di darsi all’onda triturante della Dora; l’ho visto insultare, elargire opinioni senza l’ombra d’un filtro; l’ho visto fare terra bruciata attorno a sé; l’ho visto perpetrare la sua propria personale rivoluzione e opera di distruzione e tutto questo, dico tutto questo, in nome dell’arte. Non conosco uomo più innamorato di Berto dell’arte.
«Ogni tanto un rospo lo devi ingoiare, ci hai già discusso una volta.»
«Lo so, lo so.»
«Abbiamo bisogno di un appoggio adesso, basta stronzate.»
Io sono sempre stata più codarda di lui, più giudiziosa e sotto sotto infimamente manipolatoria, e non per questo meno monade. Non ho idea di cosa abbia in testa Berto, ma posso leggere tra i suoi gesti un sentire affine al mio e il luccichio residuo di una verità divenuta frottola, una fiamma che Berto continua a mettere alla prova, passandoci sopra il palmo della mano, e che continua a ustionarlo nonostante il suo progressivo rimpicciolirsi. Quante bugie ci siamo raccontati e quante menzogne ci hanno rifilato affinché questa sottile presunzione d’essere speciali potesse farsi largo in noi e dilaniarci dall’interno ogni qualvolta l’enorme aspettativa rispetto al nostro stesso genio si fosse schiantata contro la mediocrità della persona umana che costituiamo.

Quante bugie ci siamo raccontati e quante menzogne ci hanno rifilato affinché questa sottile presunzione d’essere speciali potesse farsi largo in noi e dilaniarci dall’interno ogni qualvolta l’enorme aspettativa rispetto al nostro stesso genio si fosse schiantata contro la mediocrità della persona umana che costituiamo.

Tiro fuori dallo zaino un maglioncino infeltrito di un celestino chiarissimo. L’afa di fine estate ha lasciato posto alla frescura autunnale, è quel momento dell’anno in cui non si capisce bene come uscire di casa e perciò si tira a indovinare, sperando di azzeccare la combinazione dei tessuti. Berto cerca di nascondere i brividi per non darmi a vedere che ha freddo, trema con le braccia conserte nel tentativo estremo di tenersi stretto il calore corporeo. Sta letteralmente gelando, magro com’è, ma non cede e non accenna a una ritirata. Si è messo addosso una giacchetta verde guerriglia di cotone duro, con tanto di tasche e taschino sul petto, dal quale pende il gancio di una stilografica.
«Chi l’arriccia, l’appiccia e…»
Lascio che il sapore delle ultime note mi culli e conduca all’atarassia. Mi basterebbe essere un’anatra al buio che becca le briciole: un qualcosa di indefinito, dondolante e senza sesso. Un organismo deforme che è in procinto di arrivare e beccare le briciole una ad una, fare un cenno e sparire di nuovo. La testa sott’acqua e giù, giù.
Vorrei addormentarmi qui, in riva al Po, con le nutrie e le pantegane a mordicchiarmi le dita dei piedi, piuttosto che sollevarmi da questo scalino e avviarmi, un passo storto dopo l’altro, alla porta di casa e verso la stanza in affitto dove nessuno mi aspetta, se non una catasta di robaccia da quattro soldi e qualche capello cascato dal letto.
Vorrei che Giulia mi accarezzasse ancora la schiena con la spugna, nella vasca da bagno, che mi facesse sentire in diritto di essere mortale, tale e quale a tutti gli altri. Ché alla fine è questo essere amati: non dover mentire a se stessi sul proprio conto per soddisfare le proiezioni del prossimo. Di Giulia ho amato lo smascheramento. Ci siamo abbassate così tanto, a furia di sberle e colpi di onestà, da arrivare a strisciare come due larve in muta sul pavimento stradale, ridotte a un’ombra, incapaci di trovarsi. Dio, quanto vorrei sollevarmi da questo scalino e schizzare velocissima fuori da questa bolla! Sanguino e provo una fitta costante al basso ventre, ho preso un coltello da macellaio e ho aperto un varco nella carne per accelerare la procedura chirurgica di svisceramento. Tutta aperta e grondante umanità, sono, e persino questo è distante dall’essere sufficiente. Dio! Dove cazzo sei? E soprattutto dove cazzo è Giulia?
«Non lo so, vediamo gli altri quando possono e ci becchiamo in Cavalla o da me» dico a Berto, che nel frattempo è riuscito ad alzarsi e s’appresta ad andarsene. «Vedi che qualcosa la combiniamo.»
«Vabbuò, io adesso cerco di capire a soldi come stiamo messi, fammi sapere poi per il tirocinante che dicono.»
Ci diamo appuntamento alla prossima riunione, pronunciando qualche battuta riciclata sullo sfruttamento del lavoro e sul capitalismo, incerti sul da farsi e sul perché lo si debba fare. Indecisi sul come, sul quando, senza nessuna probabilità evidente e con sulle spalle un bagaglio di fallimenti già troppo pesante.
Di fronte a noi, ogni mattina, la tentazione di mollare ciascuna ambizione e velleità artistica, il desiderio di vomitare in strada ogni rigurgito di creatività e sedersi alla scrivania di un ufficio o alla cassa di un supermercato, dire al massimo Carta o Bancomat, signora e sentirsi rispondere, male che vada, non lo so, faccia lei.
Berto procede, mani in tasca, percorrendo la salita asfaltata che conduce alla piazza. Io resto dietro, a pochi passi da lui, ma non troppo distante da risultarne divisa sul serio. Dev’essere una scena ridicola, vista da fuori: due che si salutano e che poi si inseguono lungo la medesima via.
Siamo abituati così, io e Berto, a far la strada da soli. Ci voltiamo soltanto di rado, velocemente, in modo che non desti sospetto, spinti da una fantasticheria o da un presentimento, a controllare se per caso un’anima non ci stia raggiungendo.

Fotografia di Louis Dazy

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