Energia potenziale

CRONO (Κρόνος) parola di etimologia incerta, fatta derivare senza sufficienti basi da χρόνος “tempo” o da κόρος “sazietà”.
 Enciclopedia Italiana Treccani

La ragazza si chiama Marta Ugolino, diciotto anni. È scomparsa nella notte dalla festa sulla spiaggia, organizzata coi compagni per festeggiare la fine della scuola. Il ragazzo dice di averla persa di vista intorno all’una, una e mezzo. I sommozzatori continuano le ricerche. Si attendono sviluppi.

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La macchina del Fauno mi aspetta sotto casa, parcheggiata lungo la curva. La luce del lampione ne proietta l’ombra perfetta sul fondo della strada, come se l’asfalto fosse acqua limpida contro la realtà oscura delle cose.
Salgo e lo Squarta mi fa capire che hanno aspettato parecchio. Il Fauno è alla guida e il Samu seduto dietro, vicino a me. Samu sta per Samurai, lo chiamiamo così perché è campione regionale di Brazilian Jiu Jitsu, disciplina che non ha niente a che fare con i samurai. Molti però non lo sanno, e lo chiamano Samuele anche se il suo vero nome è Roberto, allora tocca a noi raccontare la storia. Il Fauno si chiama Francesco, per un suo zio morto giovane o almeno così so io, che lo conosco da tempo – eravamo compagni di banco – lo Squarta invece si chiama Giorgio. Solo io lo chiamo lo Squarta, ma mi ha fatto promettere di non dire a nessuno il perché e ho mantenuto il segreto con tutti eccetto che con Gloria.
Da casa mia al Tempol sono due minuti di macchina, durante i quali mi insulto con lo Squarta per alcune battute oscene che fa su Gloria al solo scopo di farmi incazzare.
Prendiamo il tavolo fuori. Oltre a noi ci sono il tizio delle slot machine e Andrea, il proprietario. Il tizio delle slot machine sta al bancone e non fa niente. Non prende mai niente, non l’abbiamo mai visto con un bicchiere in mano. A dire la verità non ha nemmeno mai giocato alle slot machine, si limita a osservare chi gioca e col tempo ha imparato a riconoscere i suoni delle macchinette e a riprodurli come un freak da circo.
Lo Squarta gli dà subito qualcosa da guardare: ficca una banconota da venti nello spiccia-soldi e quindi le monete, in sequenza, nella slot machine con le mummie e i faraoni. Dopo poco torna da noi con una banconota da venti in meno.
«Il problema del gioco è quando vinci.» dice.
Andrea gli grida da dietro il bancone: «Dicono tutti così, Giorgino!».
Andrea e lo Squarta sono più o meno amici; lo Squarta è più o meno amico di tutte le persone che ha visto almeno una volta nella vita. Per motivi di politica, dice.
«Vorrei avere la tua vita, Andre!» gli grida lo Squarta di rimando.
Prende il Trivial Pursuit dalla mensola e viene a sedersi. Il Tempol ha una libreria con una trentina di volumi, ma nessuno che li legga. Noi prendiamo sempre e solo il Trivial Pursuit o il Risiko o il mazzo di carte, e ci mettiamo a giocare. Io e lo Squarta contro il Fauno e il Samu. Andrea ci porta le birre. Finito il primo giro, il Fauno alza una mano e Andrea capisce che ci deve portare il prossimo. Fino al secondo ci sto, poi comincio a tirarmi indietro, senza troppa convinzione. Lo Squarta scola l’ultimo sorso di birra, il Samu bestemmia. Poi si alza di scatto e si volta verso l’interno del bar.
«Mi fai un gin tonic?» grida.
«Due!» dice il Fauno.
«E un Long Island» dice lo Squarta.
Io resto in silenzio. Andrea porta i drink su un vassoio della Coca Cola, man mano che li alza i rispettivi proprietari rispondono all’appello e lui glieli mette davanti.

Il Tempol ha una libreria con una trentina di volumi, ma nessuno che li legga. Noi prendiamo sempre e solo il Trivial Pursuit o il Risiko o il mazzo di carte, e ci mettiamo a giocare.

«Tu niente?».
Dico: «Sono a posto». Distoglie lo sguardo.
«Scusalo, è un po’ frocio» dice lo Squarta.
«Sarà per questo che esce con te» risponde Andrea.
Il fatto che abbia sentito il dovere di difendermi mi fa scoppiare la testa.
«Bravo, bravo» fa lo Squarta, mentre assorto guarda la carta che tiene in mano. «Geografia, difficoltà tre. Cazzo, è facilissima: la capitale della Mongolia.»
«Ulan Bator» risponde subito il Samu, e col dito fa segno di passare alla prossima.
Andrea lo guarda con la testa obliqua come un cane. Tiene il vassoio vuoto poggiato lungo il fianco. Rimane a guardarci.
«Ma stasera?» chiede.
«Stasera cosa, Andre?» risponde lo Squarta.
«Non potete andare a fica invece di star qui a giocare? Vi fa schifo?»
«È che oggi è lunedì.» dice il Samu ferito nell’orgoglio.
«E che significa?»
«Veniamo da serate impegnative.»
Lo Squarta guarda Andrea: «Ti vedo in forma stasera» scherza.
«Sono finiti quei tempi.»
«Non finiscono mai per i giocatori come te.»
Pare che Andrea sia cocainomane; pare si possa capire con una certa sicurezza dalle sue pupille. Io, quando le guardo, vedo solo gli occhi di un uomo stanco che non vede l’ora di mettersi a letto.
«Dai, dicci dove possiamo esprimerci al meglio anche stasera.»
Andrea non ci pensa un attimo, come se tenesse la risposta pronta.
«C’è la serata al Ciao Ciao.»
«Quello al lago?» chiede il Fauno.
Andrea annuisce.
«Lì ci vanno le tardone.»
«Ti fanno schifo Samu?» dice lo Squarta. «Ti fa schifo la fica stagionata?»
«Vaffanculo.»
«E pensare che una volta eri un uomo vero, uno con los huevos.»
Andrea guarda le braccia gonfie del Samu, lasciate scoperte dalla canottiera. All’interno del bicipite sinistro campeggia la scritta 𝐀𝐂𝐓𝐀 𝐄𝐒𝐓 𝐅𝐀𝐁𝐔𝐋𝐀, tatuata con le lettere dell’antica Roma. Il Samu mantiene un ghigno per qualche secondo mentre scuote la testa avanti e indietro.
«Lasciamo perdere» continua lo Squarta, «ormai è un uomo finito. E pensare che era un genio. Lo sapevi Andre che il Samu era un genio?»
«Ah sì?»
Il Samu dice: «Più o meno».
«Non raccontarmi stronzate» se la ride Andrea.
«Ti giuro.»
«È vero, è vero» conferma lo Squarta. «Era un genietto della matematica. Dicci quante volte hai vinto le olimpiadi della matematica, genietto.»
«Due.»
«E una volta è arrivato terzo» precisa lo Squarta.
«Cazzo…» dice Andrea con stupore sincero. «E adesso che fai?»
«Lavoro. E mi diverto.»
«Se ti diverti tanto, perché non vuoi andare al Ciao Ciao?»
«Perché è lunedì.»
«E allora?»
«Torno tutti i giorni alle sei.»
«È diventato frocio pure lui.»
«Smettila con queste stronzate.»
«Allora perché non vuoi venire?»
Lo Squarta non ha alcuna voglia di andare, vuole solo insinuare in lui la tentazione, vedere fino a che punto si spingerà e avere una nuova storia da raccontare alle ragazze.
«È lunedì, domani devo lavorare.»
«Ma quale lavorare!»
«Voglio essere a letto alle due.»
«Ci saremo.»
«Che cazzo dici.»
«Due e mezzo!»
Ride, ridiamo tutti. Sappiamo che non è vero.
«È lunedì.»
«Hai rotto il cazzo, Samu.»
«Prendiamoci un’altra birra e andiamo a letto.»
«No, se andiamo al Ciao Ciao e ci andiamo tutti, prendiamo anche un’altra birra, sennò me ne vado adesso.»
«Dobbiamo finire la partita» dico.
«’Fanculo.» Lo Squarta sparge le carte sul tavolo. «Andiamo?»
«Io non vengo» dico.
«Non puoi. Se andiamo, andiamo tutti.»
«Non mi lasciare solo» sussurra il Fauno.
Rimango in silenzio.
«Allora?»
Lo Squarta guarda il Samu.
«Domani devo lavorare.»
«Andrea ti presta un po’ della sua roba, se ti serve la carica.»
Andrea ci guarda e si incammina verso il bancone. Poggia il vassoio. Quando torna siamo tutti fermi a guardare il vuoto e ciascuno pensa al proprio tempo personale.
«Quindi?» dice.
Il Samu resta in silenzio, poi alza un braccio e dice: «Fammi l’ultimo gin tonic, per favore».
«Oh sì!» dice lo Squarta, e si alza per abbracciarlo.
Anch’io mi alzo ma non dico niente.
«Finisco il drink, poi passiamo da casa mia che ho un paio di bottiglie.»
«Questo volevo sentire!» grida lo Squarta.
«Vaffanculo, stammi lontano, domani dovevo lavorare.»
«Dai che stasera ti faccio scopare mia nonna.»
Ridiamo. Il Samu prende il bicchiere col drink e lo tracanna. Lo sbatte vuoto sul tavolo e ci avviamo alla macchina: il Fauno e il Samu prima, io e lo Squarta poco dopo.
«Quel Samuele è un cazzo di pazzo» dice Andrea.
«Si chiama Roberto» dico io. «Lunga storia.»

Abbiamo problemi con il collegamento. Mi sentite adesso? Bene, ci siamo. Come dicevate in studio, i sommozzatori hanno ritrovato un paio di pantaloncini di jeans sul fondale del lago e una canottiera bianca impigliata nei tralicci del molo. Gli amici che erano con la ragazza sembrano confermare che i vestiti appartengano a lei.
La scientifica sta effettuando le analisi del DNA. Intanto si cerca il ragazzo misterioso con cui alcuni dicono si sarebbe allontanata.

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Ci accostiamo alla saracinesca, il Samu entra ed esce in un attimo, con le bottiglie sottobraccio. Sangiovese del discount.
«Andiamo, prima che mi sentano i miei.»
Mi passa la bottiglia e il cavatappi. Io la stappo, ma rovescio un po’ di vino sui sedili.
Lo Squarta se ne accorge. «Tu non sai proprio stare al mondo.»
«Scusa Fra.»
Il Fauno si gira mentre continua a guidare.
«Si sono macchiati?»
«Forse un po’», ma non vedo nulla di preciso.
«Tranquillo, non importa.»
«A te la fica ti ha proprio ucciso» mi dice lo Squarta.
«Cosa c’entra?»
«Era solo così, per dire.»
Non rispondo.
«Questo però non è l’atteggiamento giusto per affrontare la serata. Vero Samu? Digli qualcosa.»
«Se si va, si va da protagonisti» dice, e mi chiede di passargli la bottiglia aperta. Io gli faccio cenno con la mano di aspettare un attimo. Accosto la bottiglia alle labbra, piego il collo all’indietro. Metto la lingua davanti e non butto giù niente.
Il Samu ne butta giù un bel po’.
«Cazzo, sto diventando vecchio.»
«Sei già sbronzo Samu?» dice lo Squarta.
«Vorrei vedere te, a stomaco vuoto.»
«E perché non hai mangiato?»
«Ho una gara venerdì, devo raggiungere il peso.»
«Quanto ti manca?»
«Due, tre chili. Mi sto lasciando andare.»
«Non farti prendere la sbronza triste.»
Rimaniamo in silenzio finché ne siamo in grado.
«Secondo voi che vino ci vuole con la carne umana?»
«In che senso, Samu?»
«Rosso o bianco?»
«Secondo me rosso» dice il Fauno.
«Dicono che la carne umana sia simile a quella di maiale.»
«Chi è che lo dice?»
«Qualcuno l’ha mangiata, che credete? I cannibali delle Ande per esempio.»
«Che roba è?» chiede il Fauno, ma nessuno sembra sentirlo.
«Io comunque me la mangerei una persona» continua il Samu. «Una ragazza, dopo averci scopato. Pensate che adrenalina. Però deve essere magra e mangiare bene. Non deve bere tutta la merda che beviamo noi.»
«Tu hai una festa nel cervello» dice lo Squarta, e allunga la mano indietro per chiedere la bottiglia.
«Scommetto che lo faresti anche tu, che sei più malato di me. Farci l’amore e poi mangiarla, così è tua per sempre e nessuno te la porta via. Come quel serial killer giapponese, Issei… Sagawa, mi pare. Si è mangiato la donna che amava e adesso è anche a piede libero. Scrive libri, tiene conferenze e fa un sacco di soldi.»
Il Samu prende un altro sorso, interminabile.
«Mangerei di tutto adesso» dice sottovoce, poi passa la bottiglia, che fa un altro giro. Anche il Fauno beve. Prima di arrivare anche la seconda bottiglia è aperta e quasi finita.
«Gira qua» dice il Samu.
«Sicuro?»
«Ci sei mai stato al Ciao Ciao?»
«Tanto tempo fa.»
«Gira qua.»
Accostiamo sullo sterrato. Si vedono le luci del locale.
«Adesso vediamo se hai davvero los huevos
«Mi spieghi per quale motivo parli spagnolo?»
«Lo dicevo sempre quando abitavo in Argentina.»
«Ci sei stato sì e no due settimane.»
«Sucia huevòn
Il Samu scuote la testa. Chiede «Il vino è finito?»
«Quasi.» rispondo.
«Passate.»
Se lo scola tutto. «Comunque se costa troppo non paghiamo.»
«Che intendi per troppo?»
«Più di niente. Non ho da spendere per il lunedì.»
Il Samu si volta verso due cinquantenni con la camicia sbottonata e madida di sudore.
«Ehi, quant’è l’entrata?»
«Dieci» grida uno dei due.
«È una rapina» dice tra sé e sé, ma in modo che tutti possiamo sentire. «Venite con me, scavalchiamo dal retro.»
«Non facciamo stronzate per quattro soldi» dice lo Squarta.
«C’hai portati fin qui e adesso entriamo, ma io non pago. Fai il fenomeno a chiacchiere ma ti tiri sempre indietro. Che ti aspetti da uno che conta le puttane tra quelle che ha scopato?»
«Le puttane si contano, è legittimo.»
«’Fanculo, la serata me la faccio da solo, sono l’unico che si vuole divertire davvero.»

«Io comunque me la mangerei una persona» continua il Samu. «Una ragazza, dopo averci scopato. Pensate che adrenalina. Però deve essere magra e mangiare bene.»

In riva al lago la gente entra ed esce dal locale. Perlopiù uomini pelati in compagnia di ragazze nere e quarantenni con la raucedine per le sigarette. Poco più in là c’è una piccola festa davanti a un bar sulla spiaggia, con il fumo, la musica e una quindicina di ragazzi che avranno al massimo diciotto anni. I ragazzi ballano senza rifletterci su, si percepisce dalla fluidità dei loro movimenti.
Il Samu si avvicina, lasciandoci indietro. Lo vediamo da lontano prendere un nuovo drink e avvicinarsi a una tipa in shorts e canottiera, di cui possiamo distinguere solamente la silhouette magrissima. Le balla vicino e le sussurra qualcosa all’orecchio. In pochi secondi si allontanano insieme, verso la riva buia. Con una mano si legano l’uno all’altra, con l’altra reggono i bicchieri.
Io, lo Squarta e il Fauno vediamo tutto da lontano. Il Samu non ci degna di uno sguardo, non ha bisogno di dimostrarci nulla e già immagina le nostre facce che lo seguono. Ci sediamo su un muretto e il Fauno va a prendere altre birre. Accettiamo. Io e lo Squarta restiamo a guardare il lago; ciascuno perde il proprio ruolo. Quando il Fauno torna, brindiamo senza sapere a cosa.
«Che ore sono?» chiedo.
«Quasi l’una e mezzo» risponde il Fauno.
«Pensate ci metterà molto?»
«Che ti frega? Che hai da fare?» dice lo Squarta.
«Ho sonno.»
«Possibile che tu abbia sempre sonno? Come quella volta che ti sei addormentato in discoteca, ti ricordi Fauno?»
«Io non c’ero.»
«Sì che c’eri. Eravamo in Grecia, o in Croazia.»
«Eravamo a Budapest.»
«Giusto. Che cazzo di alieno.»
«Potevi dire che ero il frocio.»
«L’abbiamo fatto.»
«Cazzo cazzo…»
«Non fare così, dicevo per scherzare. Hai litigato con la ragazza, pucci pucci
«Ho solo sonno, ti capita mai?»
«No. Ho troppe cose da fare.»
«Ah sì? E cosa? L’unica cosa che facciamo è fare tardi.»
«Forse tu.»
Non rispondo.
«Quello non è Riccardo?» dice lo Squarta indicando lontano.
«Impossibile.»
«E perché?»
«Perché Riccardo sta a Bristol. A studiare matematica. Ha vinto una borsa di studio.»
«Ma chi? Il Maniaco?»
«Il Maniaco, sì.»
«Tu lo sapevi?» chiede al Fauno.
«L’avevo sentito.»
Prendo coraggio. «Devo dirvi una cosa.»
«Cosa?»
«Credo che me ne andrò da qui. I miei mi pagano la specializzazione fuori, appena finisco l’università.»
Lo Squarta infossa la testa tra le spalle e non risponde, mentre il Fauno mi dà una pacca sulla coscia e mi sorride con la dolcezza di chi sente di essere vicino alla fine di qualcosa.
In quel momento ci passa davanti un ragazzo con l’orecchino di legno e la testa rasata. «Dove cazzo è?» si chiede a voce alta. È sbronzo o fatto o entrambe le cose. Il suo corpo magro, cresciuto da poco, scompare del tutto in una maglietta larga e grigia.
«Amò!» ansima e getta via saliva dai denti serrati. «Amore!» grida. Poi, più piano: «Dove sei finita, brutta troia?»
Si volta all’improvviso verso di noi. Ci guarda dritti in faccia, senza alcuna paura, nemmeno quella minuscola e naturale che ci rende vulnerabili e normali.
«L’avete vista?»
Balbetto qualcosa, mentre con la coda dell’occhio vedo il Fauno e lo Squarta che fanno finta di niente. Scuoto la testa. Il ragazzo non indaga oltre, si colpisce la faccia con uno schiaffo e tira fuori un urlo animale, poi prosegue con passi decisi, incoscienti, gli occhi sporgenti, guardinghi e miserabili.
«Un bel cazzo di casino» dice lo Squarta quando ormai non può sentirci.
Torniamo a guardare avanti, all’acqua nera e immobile del lago. Se guardiamo avanti è come essere soli ed è più facile confidarci i segreti.
«Cosa stiamo aspettando?» chiedo.
«Il Samu» risponde lo Squarta.
«No, intendevo… Niente.»
«Non cominciare con le filosofie frocesche.»
«Non vi sembra di essere sempre in ritardo?»
«No.»
«Non vi sembra di stare chiusi in una stanza? Coi giorni che passano e le cose che accadono fuori dalla porta, e noi che non vogliamo più uscire?»
«Ma se stiamo sempre in giro.»
Lo Squarta dice così e poi nulla. Mi guarda un momento, come se i suoi occhi volessero ammettere la colpevolezza delle sue parole. Il tempo, fuori da noi, continua a scorrere avanti, mentre dentro di noi torna indietro, a ricordi cui tentiamo di aggrapparci e abbandonarci del tutto. Finché vediamo spuntare la sagoma quadrata del Samu; solo, con la faccia e le mani bagnate.
«Dove l’hai lasciata?» chiede il Fauno.
«Lasciala perdere quella, è una fica matta.»
«Hai riportato qualche punto almeno?»
«Qualcuno.»
«Che hai fatto alla faccia?» chiedo.
«Cosa?»
«Sei tutto sporco di rossetto.»
Il Samu, nascosto nella penombra, si lecca due dita e le strofina furiosamente sulle labbra umide, fino a far sparire la macchia.
«Avete fatto il bagno?»
«Sì. Ma adesso basta.»
«Nudi?»
«Basta ho detto.»
«Okay, okay.»
Alle spalle del Samu, dal retro del locale, vediamo sbucare il ragazzo con l’orecchino e la testa rasata. Incede tra la poca gente rimasta, gettando sguardi a destra e sinistra.
«Torniamo a casa ora» dice il Fauno.
«Sì. Andiamo.»
Lo Squarta si alza e accenna qualche passo verso l’auto. Dal locale proviene musica ricoperta d’ovatta. Il Samu guarda per terra, alza le mani in aria e le muove a tempo, poi si decide a seguirci.

Proprio così… Stamattina, all’alba, un pescatore ha sorpreso il suo cane che giocava con qualcosa nella sabbia; qualcosa che si è rivelato essere un dito umano. Dalle prime analisi pare possa appartenere a un corpo femminile, tra i sedici e vent’anni. Si aspetta il confronto con il DNA trovato sui jeans. Per ora è tutto, a voi studio.

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Sono passate le quattro. Sotto casa sua, lo Squarta scende dal sedile passeggero e io prendo il suo posto. Afferra lo sportello prima che io possa chiuderlo.
«Quindi te ne vai?»
«Credo di sì. Ma c’è tempo ancora.»
Lascia la presa, e la poca forza con cui ancora tiro a me la portiera è sufficiente a farla chiudere. Lo Squarta si bacia la punta del dito medio e la preme contro il finestrino; guardo il vortice della sua impronta digitale rimasto impresso sul vetro. Svanisce. Lui si volta e sparisce dietro il portone in vetro smerigliato.
«Vi fate ancora un giro?» chiede il Samu con i gomiti appoggiati alle ginocchia e la testa tra le mani.
«No Samu, sono stanco.»
«Giusto, anch’io. Sono… sono stanco. Domattina devo lavorare.»
«È già domattina, temo. Ti porto a casa?»
«Sì. Anzi no, cazzo, accosta, accosta qui!»
Il Fauno ferma subito la macchina in una piazzola coi bidoni dell’immondizia. Il Samu scende, ficca la testa in una pattumiera e ci vomita dentro senza far rumore.
«Cazzo» dice, con la testa ancora infilata lì dentro. La voce sembra venire da lontano, da sottoterra.
«Cazzo» ripete tra un conato e l’altro, e ci sembra stia iniziando a piangere.
«Ma che ti prende?» gli chiede il Fauno. «Può succedere a tutti.»
«Sì Samu, può succedere. Eri anche a stomaco vuoto. Per la gara. No?»
Allora la sua testa riemerge e punta nella direzione opposta alla nostra. La nuca prende a fare su e giù a un ritmo lento, diverso da quello a cui ci aveva abituati.
«Sì» dice. «Lasciatemi qui, torno a casa a piedi.»
Lo guardiamo allontanarsi di nuovo, intrappolato in quel lasso di tempo interminabile in cui nulla è ancora finito né già cominciato.

«Cazzo» ripete tra un conato e l’altro, e ci sembra stia iniziando a piangere.
«Ma che ti prende?» gli chiede il Fauno. «Può succedere a tutti.»
«Sì Samu, può succedere. Eri anche a stomaco vuoto. Per la gara. No?»

Rimaniamo io e il Fauno, uno vicino all’altro, come a scuola.
«Che gli è preso?» mi chiede.
Scuoto la testa.
«Facciamo il giro lungo?»
«Okay.»
«Tra cinque minuti sei a casa.»
«Non c’è problema.».
Le strade sono vuote e finalmente tira un po’ di vento. Abbasso il finestrino e lascio entrare l’aria.
«Così ci passa la stanchezza prima di dormire» dice.
«Tanto, ormai.»
«Domani dovrei studiare.»
«Anch’io.»
«Quanti esami ti mancano?»
«Due, ma non so se ho voglia di darli.»
«E che hai voglia di fare?»
«Aiutare a casa; rifarmi il letto e apparecchiare.»
«A me ne mancano sei.»
Annuisco. «Ti ricordi, Fauno, quando quella di fisica ci ha spiegato l’energia potenziale?»
«No, per niente.»
«È una cosa che mi è sempre rimasta impressa. C’è un bicchiere di vetro appoggiato al bordo di un tavolo, è carico di energia potenziale, vuol dire energia ancora inespressa. Poi qualcuno lo spinge, e il bicchiere cade giù. Man mano che cade, la sua energia potenziale si trasforma in energia cinetica, che è l’energia del movimento. Più il bicchiere si avvicina al pavimento, più le sue potenzialità diminuiscono e aumenta l’energia cinetica. Finché…»
«Finché il bicchiere cade a terra e si frantuma in mille pezzi.»
«Già, esatto.»
«Mi ricordo» fa una smorfia con le labbra «Stiamo cadendo? È questo che intendi?»
«Cadiamo da sempre, solo che adesso ce ne siamo accorti.»
«Accorgersene è una bella fregatura.»
«Sì, dev’essere così.»
Il cielo oltre il cruscotto si fa più chiaro, le luci dei lampioni inquinano sempre meno il buio della notte e viceversa. Penso alle promesse che non ho mantenuto. Penso a poco dopo: quando girerò piano la chiave nella toppa, camminerò lungo il corridoio ed entrerò nella camera dei miei genitori; dirò loro buonanotte senza avere risposta. Niente, nemmeno un rantolo di rimprovero. Solo a pensarci sento addosso la paura del silenzio e so che mai e poi mai riuscirò a dormire. Mi siederò sul divano, illuminato dal notiziario della tv via cavo, e con gli occhi altrove comincerò a ricordare il tempo passato, e quello che siamo rimasti ad aspettare.
«Siamo arrivati.»
«Grazie Fauno, buonanotte.»
«Buonanotte.»
«Fauno, aspetta.»
«Che c’è?»
«Secondo te quanto ci vuole a mangiare una persona?»
Ridacchia. «Dipende. Perché?»
«Una molto magra?»

Illustrazione di John Holcroft

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