Prometeo

La disperazione tiene unite le mie carni e la pelle evapora sotto il sole di luglio.
Cammino, ventitreenne, bello eppure miserabile, nella piazza vietata ai ditirambi. Ovunque mi volti, vedo morti. Sorridono, e hanno mani grigie come pagliacci di un circo fermo.
Sorridono perché si credono innocenti.
Rallento. Li seguirò e domanderò di unirmi alla loro tavola, di divorare insieme a loro la terra nella quale marcirono gli avi e marciranno i posteri, e noi pure marciremo, ché l’esistenza è un’orgia cannibale e tutto muore costantemente, senza posa, senza tregua, senz’appello, e i salmi sono inefficaci e quanta umanità ho visto smarrirsi in salmi inefficaci? Quanta umanità ho visto pregare dèi che dell’Uomo nulla sapevano?
Cammino nella taurina capitale dell’insolvenza che da sempre celebra sabba sotterranei e genera in me violenti mal di testa, perciò propongo la nascita di una catottrica dell’invisibile; ma l’Accademia mi ignora poiché ancora non ho la laurea né argentei papiri. Allora chiudo gli occhi.
Non li vedo più, i morti, ma sento i loro piedi calpestare la città. Ticchettano come putti funesti. Ne deriva un canto in falsetto, una pioggia di aghi che sfrange la carne e percuote le orecchie, e perfora le orecchie e trapassa il cervello. Io urlo ma nessuno mi vede. Io urlo ma nessuno mi ode, nessuno mi odia né s’innamora. Io nemmanco mi sento la voce e d’un tratto mi accorgo che mai ho fatto parte del mondo.
Duemila persone trafiggono la tela della mia percezione. Parlano, distillano parole con l’aria di chi giunge per civilizzare e offrire salvezza, credono nella scienza e nella storia e nella divina provvidenza, nella sfericità della Terra e nella periodicità delle maree, e non sanno che in un’onda si attorcigliano più anime di quante decomposero Babilonia.
E io resto immobile fra cardi demonici e decumani che hanno dato forma al mio animo. Resto immobile e vorrei non avere tutta questa conoscenza.

Quanta umanità ho visto pregare dèi che dell’Uomo nulla sapevano?

Mi passano accanto un uomo e suo figlio. Il bambino ha sei anni. Il padre ha una camminata lampeggiante e indossa abiti costosi. Io fumo. Fumo malgrado le cicatrici nei polmoni. Fumo per sentire il dolore nei polmoni e avere la certezza che la morte ancora mi ha in memoria.
Li guardo. Nitrisco.
– Che ore sono? – chiedo.
– Le sette – risponde. L’eco dell’enigma non vibra nella sua voce. Vibra, semmai, la digestione dallo stomaco disfatto.
Si allontanano. Il bimbo tentenna come un orsetto di ciniglia. Le sue cosce di latte cagliato si muovono incerte.
Le sette, dunque. Tintinnano le posate familiari a cinque miglia da quaggiù e mia madre senza dubbio si domanda dove io sia. Ma tu ignori cosa ti è uscito dal ventre, ignori quanto è eterna la mia deriva.
Ancora esito in quest’amalgama dolente. Penso ai miei genitori che cenano davanti alla televisione, che mangiano come gatti in ciotole fluorescenti. Penso a loro che si zittiscono a vicenda per cogliere ogni battuta della telenovela e del telegiornale. E preferisco restare qua, su questa panchina sfregiata da calligrafie di adolescenti.

Tintinnano le posate familiari a cinque miglia da quaggiù e mia madre senza dubbio si domanda dove io sia. Ma tu ignori cosa ti è uscito dal ventre, ignori quanto è eterna la mia deriva.

Devo bere, trovo un locale. La barista sorride come tutti i morti che sorridono innanzi alla loro stessa morte. Mi chiede cosa ordino. Abbozzo una risposta, ma d’improvviso vomito.
Si dimena negli occhi dei clienti un guazzabuglio di punti interrogativi. Sono sospesi per sempre in un breve istante d’incomprensione. Li fisso. Non mi sento in colpa, la colpa è loro. Glielo dico. Non sanno che la sorgente del ruscello è la medesima che ispira i parricidi? Non sanno che i condotti lacrimali di dio sono puri quanto il mio esausto respiro? Non sanno che ogni cosa ha genesi nella Pietra dell’Inizio?
Non sanno niente, e per questo il mio vomito li ha scioccati. Il mio vomito sui loro indumenti è un’anomalia metafisica. Glielo dico ancora, ma è inutile.
Se si scrive nei vespasiani, si mutano più coscienze.
I clienti bestemmiano, perdono il raziocinio, come scimmie soldato ammaestrate a torturare i prigionieri di guerra. Io indietreggio. So che il loro odio è limpido e meritato.
Un uomo di cinquant’anni si mette in posizione e si dichiara campione di karate. Poi mi colpisce senza pietà. Poco sopra lo sterno, sul mento, in pieno volto. Somiglia a un millepiedi gigante, ha troppe zampe. S’impegna con uno zelo straordinario. Emette dei suoni striduli e respira come un maratoneta che stia lottando per vincere al fotofinish. Io sono immobile, incasso in silenzio, gonfio più d’un annegato. Gli spettatori commentano la mia resistenza. Scherniscono il mio aggressore, perché la colpa deve essere sua se non vado giù. Allora si fa avanti un altro. Il suo pugno è privo di compassione, il mio zigomo si frantuma. Sento la struttura facciale venire meno. Mi cedono le gambe, finisco carponi. Mi arriva una ginocchiata. Cado. È possibile che io abbia perso dei denti o forse non avrò mai più una bocca.
Ecco il dolore. Mi domando perché dio autorizzi l’esistenza dei nervi. Il mio corpo è pervaso da fremiti che non so controllare. Gli altri ridono. Mi guardano dall’alto, con i bicchieri in mano. I neon sopra i loro capi li rendono simili a dei santi depravati. Continuo a tremare come una cavalla in agonia. Prendo un calcio in faccia. Le labbra si appiattiscono sotto il piede. Immagino che abbiano l’aspetto di un fico aperto.
I militi ignari passano alla tortura. Mi percuotono solo in certe zone: i testicoli, il pomo d’Adamo, il fegato. Mi divorano. La mia percezione è in ritardo. Ascolto un riverbero lento, una distanza siderea che tutto annulla. Riconosco il senso di pace. E la Giustizia mi abbraccia, e mi assolve.

Foto di Vlad Gansovsky

 

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