La tarda ora

Immagina tutto a tua immagine.
I genitori indagano,
sulla tua esistenza.
Aprono l’indagine.
La fama che ti circonda
conferisce a te il prodigio
del contatto umanitario.
Non più soffri d’impotenza.
Il tuo palinsesto
è su stampe sopra la media.
Black out che indica

il meridiano lacrimale

del più vicino punto nord
annega nell’osmosi nautica
di una rosa dei venti a tridente.
È un equivoco a strapiombo
con solo abbozzata la passatoia.
Mi istituisce il credo Salesiano,
per te, e solo per te,
un lavoratore fraudatario.
Fanatica la vista dei miei avvenimenti
adorare un oggetto.
Che

non c’è nient’altro.

Io sono tuo.
Tu sarai mio.
La cosa non ha il prezioso,
il parapendio è una trabeazione.

Aritmia.

No ritmo.

L’argine che trottola
sui tuoi valori di vita da calcolatori.
Fanno crescere l’infanzia
a malfunzionamenti e a malumori.

Mani che coprono la mia stempiatura in viso,
troppi suoni.

Chi alluderà i miei paranigmi?
Il proseguire della mia sonnolenza.
Trasportami attraverso la carrucola
dei miei palpiti, dei miei miti.

Dall’arcade
alla botola a brandelli
dei miei eterni archetipi.

Fiori d’acanto
riempiono il bicchiere mezzo vuoto
nell’aula priva di materia
dei chi sono e dei chi ero.

A condizione di non descrivere regolarmente
la gloria di cui noi tutti siamo orgogliosi,

Signore.

L’avrai.

Avrai importanza,
allora mi permetterai di sostenere
che tu abbia un nominativo.
A meno che non voglia sforzare
questa benevolenza da sornione
e portarti sotto la suola ruvida,
è l’estasi a calpestarmi
per comodità indistinta.

Sei sicuro della tua onnipotenza
che ha precedenza,
arrivi prima.

E questa è stata la tua più grande dote
per farti uomo.
Sono banale
come fosse una confessione
da crisi adolescenziale.

Perché
è allo stallo della sella oscura.
Perché
è con quegli occhi e con quel corpo dal cuore spiritato
che puoi accorgerti
di quanto le cose stiano andando male.

È per il mio bene?
Il bene del mio male.
L’approccio è relativo nelle relazioni.
La mensola nel mio scomparto
è in esposizione,
a riempire gli spazi inallestiti
di tutte le mie arcigne prestazioni.

Abbino l’apoteosi che leggo
in questi dizionari
con delle bretelle scomode.
Foglio protocollo senza contenuto.
È una giornata no,
se penso che stasera passerò
cigolando sul cinismo di un’amaca maledetta.

Banchi imbrattati dal brainstorming.
I lacci alle mie spalle
condividono le mie malinconie
nei tragitti collaterali
come fosse un tutor.

La mia ipotesi è statistica inviolabile,

fila

dalla tratta in schiavitù dei colori viola
e fantasia saccente.

Mi abbandono facendomi rapire,
spingendomi oltre
il sigillo d’alluminio blindato.

Un illuminismo adiacente.
Telescopio ad atomi di cromo basculante.
Il mio è un gioco di ombre
e non intendo rimanere con un solo graffio.

Accenni
dalla possessione,
ed è un’ora tarda.

Fotografia di Francesca Woodman

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