Miss Italia

 

– Siamo qui con Elena Rampi, la nuova miss Italia. Elena, ci vuoi dire qualcosa di te?
– Vuoi qualcosa di particolare, vero?
– Sì certo. Qualcosa che ritieni interessante e che possibilmente non sia già comparsa sui giornali.
– Ho avuto una adolescenza piuttosto turbolenta. Sono stata tossica dai tredici ai diciannove anni. A tredici anni ero bellissima.
– Tossica? Fantastico! Ma pure adesso sei molto bella, hai vinto il titolo superando tutte le altre partecipanti.
– Lo so, ma è diverso. Ora io mi sento bella. Indipendentemente da quello che pensano gli altri. Allora invece ero oggettivamente bella. Era una cosa innegabile e niente affatto una questione di gusti.
– Tossica per tutta l’adolescenza. Hai avuto una infanzia particolare?
– Normale, direi. Da piccola sognavo di fare il veterinario ed ero una grandissima bugiarda. Per un intero anno scolastico ho fatto credere a un mio compagno che avevo sessanta cani e che vivevano con noi, dentro casa.
– …Il rapporto con i tuoi genitori com’era?
– Madre bigotta, fredda, algida e padre puttaniere, tenerissimo. Solo da poco ho capito chi mi amava davvero e per un sacco di tempo ho creduto l’esatto contrario. L’amore non ha sempre l’espressione che preferisci e che riconosci. Il rapporto tra loro due poi non era certo di quelli che faceva pensare al matrimonio come una situazione felice.
– Eroina?
– Sì.
– Come ti sei avvicinata all’eroina?
– Stavo con un ragazzo molto più vecchio di me. Ex tossico. Aveva smesso. Un suo amico è tornato da Londra e gli ha chiesto se poteva procurargli la roba. Ci siamo andati assieme e gliela abbiamo portata. A quel punto il mio ragazzo ha detto “andiamo”. Io l’ho guardato e ho detto “restiamo”. Mai più nella vita ho provato una sensazione così dolce come quella volta.
– E come ne sei uscita?
– In casa non ne potevano più e mia madre si è rivolta a una CT…
– CT?
– “Comunità Terapeutica”. Io me ne fregavo e continuavo a farmi. Lei ha capito il da farsi e mi ha sbattuta fuori di casa. Sotto i ponti ho retto pochissimo e quindi sono tornata con l’idea di riuscire a prenderla in giro. Così per un periodo sono stata in una sorta di terra di nessuno. Un poco mi facevo e un poco frequentavo la comunità. Poi i miei si sono separati. Mio padre aveva un’altra donna. Aveva sempre avuto altre donne, ma stavolta era una cosa seria. Più seria del nulla che aveva con mia madre. Così un giorno mi ha portato nel suo pied a terre. Un buco anonimo e male arredato, ma mica potevo dirglielo, così ho detto: carino. E intanto mi chiedevo: “ma perché me lo sta facendo vedere? Perché mi sta mostrando queste cose?” Poi, mentre spostava una sedia per farmi accomodare, di colpo ho realizzato che era terrorizzato dal mio comportamento. Dal fatto che mi stavo facendo. E quello era il suo modo di confidarsi e di starmi vicino.
– È stata questa la molla per smettere?
– No, affatto. Sono tornata a casa come al solito e qualche tempo dopo c’è stata una lite pazzesca con mia madre. Il motivo era sempre il solito. Ero io. Così al fine di ferirla, unicamente di ferirla le ho detto: tuo marito ti mette le corna. Da lì un altro dramma. Nuovo di zecca. Pianti, scenate, disastro e io che nella mia stanza, sdraiata sul letto, guardavo il poster della Pantera Rosa di Peter Sellers. I miei si sono separati nel giro di due settimane.
– E tu?
– Lo staff della CT ha ritenuto che io dovessi passare al più presto alla fase due.
– Fase due?
– La comunità vera e propria. Per tirarmi fuori da quella “atmosfera negativa”, come la chiamavano loro. Così ho fatto le valigie e mi sono trasferita. Ci sono stata dodici mesi. Due volte sono scappata e due volte sono tornata. Non volevo smettere di farmi. Assolutamente non volevo. Non volevo lasciare il mio ragazzo, che amavo tantissimo. In comunità si lavorava molto e poi c’erano i gruppi. Dinamici, statici, psicodramma. Ma niente, io non volevo smettere.
– E loro?
– No, niente. A un certo punto per uscire ho finto di volere smettere e lo staff mi ha passato alla fase tre. Il rientro.
– Sì.
– Tornata in città non ero capace nemmeno di attraversare la strada. Ero ingrassata di 30 kg. Da 47 a 77. Ho cercato i vecchi amici di strada. Cercavo anche lavoro e la sera dormivo nella comunità di rientro. Cercavo chi mi potesse dare la roba, ma non trovavo più nessuno.

Rubavo istanti. Attimi. Gridavo a Dio di uccidermi. Urlavo “Dio mio uccidimi, ti prego ti prego uccidimi”. Ma lui non lo ha fatto. Ha voluto tenermi in vita, questo Dio che tanto vi ama.

– Come mai?
– Qualcuno era morto, qualcuno in CT, qualcuno aveva smesso per conto suo, qualcuno aveva traslocato. Poi ho finalmente trovato uno che conoscevo e ho comperato due scudi. Ho caricato la spada. Cintura al braccio a stringere forte. E poi. Spada nel cestino. Intatta, piena. Non mi sono fatta. Sono tornata dal mio staff e ho raccontato tutto.
– Cosa ti ha fatto cambiare idea nell’ultimo istante?
– Ci credi che non lo so?! Non so cosa sia scattato in me per farmi buttare la siringa.
– Dio? Credi in Dio?
– Forse. A quel tempo ancora non lo odiavo.
– Perché ora lo odi?
– Perché il mio primo marito a furia di mettermi corna è diventato sieropositivo e vivere con lui è diventato un inferno fino al punto che, quando ho deciso di chiedere la separazione, lui col ricatto della malattia è riuscito a tenere con sé i figli.
– Hai fatto un sacco di cose in pochissimo tempo.
– Ho bruciato tutte le tappe. Ero cresciuta solo a metà. Ero diventata una sorta di mostriciattolo asimmetrico.  Molto corto da una parte e molto lungo dall’altra.
– In che senso?
– La parte che governava sulla responsabilità, il senso del dovere, i valori etici era gigantesca. La parte emotiva era nanerottola. Così ho sposato il primo che capitava tra le persone più facili da sposare, solo perché era un ex tossico come me e cercavo sicurezza nella normalità. Volevo avere un lavoro, una famiglia, dei figli. Poi la malattia di mio marito è diventata la spada di Damocle. Lui poteva picchiarmi, offendermi in tutti i modi, tanto non potevo lasciarlo. Era come se gli fossi debitrice perché io ero sana. Quasi fosse una colpa. Quando me ne sono andata ero disperata. Avevo toccato il fondo. Ero finita sotto il fondo. Spiavo i miei figli. Rubavo istanti. Attimi. Gridavo a Dio di uccidermi. Urlavo “Dio mio uccidimi, ti prego ti prego uccidimi”. Ma lui non lo ha fatto. Ha voluto tenermi in vita, questo Dio che tanto vi ama. Ma poi ho trovato una sistemazione e un lavoro. Mi sono rimessa in sesto e i miei figli hanno capito e sono venuti con me. Le cose si sono sistemate, insomma.
– Pure tu ti sei sistemata. Non avresti vinto il titolo, se non fossi in perfetta forma
– Grazie.
– Bene, e ora come ti senti a essere miss Italia?
– Non saprei. Non è una sensazione nuova. Quando mi facevo mi sentivo sempre miss Italia.
– Ma ora avrai opportunità di lavoro. La TV, il cinema.
– Sì lo so, ma allora era tutto un cinema.
– Hai dei ripensamenti? Delle nostalgie?
– No nessuna. Sono ricordi. Sono io.
– Bene, il tempo a nostra disposizione è finito. Ciao, grazie e buona fortuna.
– Ciao. Grazie a te.

 

Immagine di Pierpaolo Ferrari

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