S ~ Sogno


sogno
(só·gno) [sostantivo maschile] 1. Attività mentale che si svolge durante il sonno, a carattere involontario e non intenzionale; si esprime prevalentemente con immagini visive, spesso a carattere molto vivido. Gli studi moderni sul s. hanno inizio con S. Freud (Die Traumdeutung, «L’interpretazione dei sogni», 1900) e la psicanalisi. 2. Speranza o desiderio vano e inconsistente: non si può vivere di sogni; quella ragazza rimarrà per sempre il suo s. proibito; vagheggiamento della fantasia: sogni di gioventù; esperienza vissuta al di fuori della coscienza: è stato un brutto s.; fantasma labile e caduco: la gloria è un breve s.; bellezza o cosa incantevole.

 

Si dice che il muschio, una volta staccato,
resti in una sorta di morte apparente anche per anni,
fino al momento in cui
non verrà di nuovo riposto nel terreno.

Si dice che al funerale di Tolstoj i contadini vennero fuori dalla terra,
da tutti i villaggi,
arrivarono a migliaia,
nonostante le autorità fecero di tutto per nascondere la sua morte,
quando ritrovarono il corpo nella piccola stazione di Astopovo,
il 7 novembre del 1910.

Si dice invece che a quello di Dubcek,
lo stesso giorno di ottantadue anni dopo,
Vaclav Havel se ne stesse nascosto in disparte,
su un balcone della piazza del teatro nazionale di Bratislava.
Il muro era caduto da poco meno di un anno
ma già il nazionalismo aveva preso il sopravvento.

Ma più di ogni altra cosa,
si dice che cento anni fa,
per le strade di Pietrogrado
risuonasse un urlo potente
che riecheggiò in tutto il mondo
dando coraggio e voce
alle masse impotenti:
“Tutto il potere ai Soviet!”
L’urlo dal quale scaturì l’incarnazione del sogno.

Si dice che quel sogno è oggi morto.
Si dice che non esiste più il proletariato.
Eppure io lo vedo.
Io ti vedo,
in fila alle Poste con le ballerine e i calzini, il velo,
i jeans con le paillettes,
nelle vecchie sale d’aspetto dell’Asl
tra il linoleum verde e
infissi in alluminio.

Io ti vedo,
alle file delle casse dei supermercati,
con gilet leopardati,
in piedi sugli autobus affollati
giacche che puzzano di fritto,
di cipolla,
di curry,
di alcol,
di sudore.

Io ti vedo, impotente, di nuovo e ancora,
ammassarti alle frontiere, arrestare il tuo viaggio,
fermato, isolato, ostacolato, vietato, proibito.

Io ti vedo
appoggiare la testa al finestrino del tram,
al ritorno dal lavoro,
lasciare il segno dell’unto dei capelli sul vetro,
i tetrapak di vino fetido nell’aiuola del parcheggio del discount.

Io ci vedo, fare la coda all’agenzia interinale,
ai centri per l’impiego, dichiarare di sapere parlare un ottimo inglese,
di avere eccellenti capacità di lavorare un gruppo,
di adattarsi ad ogni situazione,
di essere disponibili a lavorare nei week end, a Natale, in nero, in bici,
in motorino, a consegna, a progetto, a cottimo, a giornata.

Io ci vedo,
sempre più insofferenti agli altri miserabili,
sempre più lontani e isolati,
in appartamenti bui dai muri sottili,
illuminati di luce blu di schermi a bassa risoluzione.

E infine ti vedo,
come il muschio rinsecchito,
resistere in un torpore che sa di morte,
forse apparente,
attendere un nuovo sogno a cui attecchire
per tornare in vita
e ri(n)sorgere.

Poesia visiva di Luc Fierens
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Published by

Alice Diacono

Alice Diacono vive a Bologna dove ha scritto sulla fanzine "Idioteca" e ha pubblicato la raccolta di poesie "Il tempo di un bidè". Ha vinto il premio Grinzane Cavour Sezione Giovani e il premio "Schermi di carta". Ultimamente ha pubblicato un racconto su "In fuga dalla bocciofila", una poesia sulla rivista "Illustrati", e articoli su "Il Fatto Quotidiano" e "Doppiozero". La sua poesia si chiama hardcore-zen e non morirà mai. Perché è già morta.

One thought on “S ~ Sogno

  1. Mi piace da morire!!! é meravigliosa! potente emotivamente, il ritmo funziona, il muschio come metafora delle forme silenziose di sopravvivenza, del proletariato che rimane attaccato da qualche parte…Congrats!!!!

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