L’eroe

La foresta vetrificata riluceva. Il sole tuonava attraverso le sottili pellicole delle distanze astrali. I rami degli alberi s’intrecciavano formando anelli di corteccia, e pie formiche sorseggiavano vino bianco.
Lungo le sponde del Fiume Calmo camminavano, ormai da molti giorni, tre donne e quattro uomini.
Miserpa, una delle donne, invitò gli altri a fermarsi e, come rapita, sussurrò:
– Siamo vicini al Frutto? Il suo battito cardiaco mi pare instabile.
– Temo che il percorso sia mutato sotto i nostri piedi – rispose Badìsi, la Maestra del Suono. – Forse ciò che sentiamo scorrere non è il fiume, ma la sua eco.
– Dobbiamo pregare – propose Quwymi. Soltanto lei non proveniva dall’Europa, però non aveva ancora voluto svelare la sua vera origine.
La temperatura aumentava. La Terra, nelle ultime settimane, si era avvicinata al Sole come mai prima, ravvivando la speranza che la realizzazione fosse imminente. Ormai il freddo esisteva solo nel ventre del pianeta e negli abissi marini.
– L’incenso di loto è bruciato – affermò Badìsi. – I nostri canti, senza un adeguato supporto, si romperanno in noi lacerandoci il respiro.
Quwymi spiegò che esisteva un’alternativa:
– Possiamo bruciare un loto diverso: quello che pulsa tra le nostre gambe. L’aquila accetterà l’offerta.
Miserpa e Badìsi si dissero d’accordo.
– Ebbene! – proruppe allora Quwymi – Che gli uomini ci incendino. Ogni angolo delle nostre membra sarà nobilitato dal fuoco della loro virilità.
Le tre donne s’inginocchiarono innanzi ai maschi, dacché era prescritto che la prima eiaculazione avvenisse nella bocca e per mezzo di essa. Quwymi, che era la sacerdotessa del coito, si dedicò a due uomini.
Dopo, le donne furono possedute. Le loro grida – limpide come squarci nel costato – si mescolavano all’ineffabile melodia della foresta. La vibrazione che scaturì parve giovare all’intero universo.
Miserpa, che aveva accolto il seme di Rtun’l, il custode dell’Urlo, si sedette su una roccia e si massaggiò le cosce. “Quanto è sacra questa vita che indosso?,” pensava. “Chi, se urlassi, guarderebbe i miei occhi?”.
Badìsi, che era stata con Tourgo, il detentore del Successo, cantò la Canzone dell’Enigma:

Dentro la Coppa scivola il pianto.
Tutto rinnego, anche il mio fuoco.

Dei cosmi che scorgo m’importa poco.
Non serve l’eroe, sgozza soltanto.

Del dio noi siamo il gioco.
Del dio noi siamo il vanto.

Quwymi, che si era concessa a Kyumte e a Swatn, condottieri del Sinistro Esercito, annunciò:
– Attenderemo che l’aquila ci parli. Se i nostri amplessi hanno placato la sua fame, allora ci sarà permesso agire.
– Sei sicura che l’aquila non ci abbia abbandonati? – domandò Rtun’l.
Quwymi lo guardò con ferocia. Agli uomini era concesso parlare solo se interpellati. Si credeva che il pomo di Adamo fosse stato maledetto dopo l’ultimo inverno, e che perciò bisognasse tenerlo in ceppi.
– Quwymi – disse Miserpa nella speranza di attenuare la rabbia della compagna. – Potente sorella, ascolta: anche se il custode dell’Urlo ha attentato alla nostra quiete, ti propongo di risparmiarlo, poiché grande è l’intensità del piacere che ci sa dare. Non roviniamo questo momento istituendo un processo.
La sacerdotessa del coito, ponderate le obiezioni di Miserpa, rispose:
– Sei saggia. Seppur rozzo e cacofonico, costui è abnorme. E però ci occorre la certezza che non sbaglierà più. Tagliamogli la lingua.
Rtun’l, a questo punto, ottenuto il permesso di parlare, poté difendersi:
– Mie sorelle, a cosa servirebbe tagliarmela?
– A te a cosa serve? – lo provocò Quwymi.
– È necessaria affinché il mio mutismo sia comunicativo. Senza lingua, infatti, dovrei tacere per obbligo, però solo un silenzio volontario, come quello dei santi, è utile. Lasciate che la mia lingua si attorcigli e forgi vuoti memorabili.
– Fino a quando dovremo sopportare la tua insolente ambiguità? – ribadì la sacerdotessa.
– La mia ambiguità perderà importanza dopo che io sarò morto.
Ancora un po’ durò l’apologia di Rtun’l. Alla fine Quwymi lo perdonò, nella speranza che l’aquila, apprezzando il gesto misericordioso, manifestasse la propria volontà.
E però il segnale tardava.

 ***

Venne la sera. Le sette creature, guidate dal discernimento di Miserpa, si immersero nelle fenditure della coscienza e trovarono un deserto dove riposare. La sabbia era blu e gigantesche tartarughe volavano nel cielo rosso fiammante. Dai loro corpi colava una pioggia di granelli d’oro. Dalla geometria dei diamanti e dei rubini incastonati nei carapaci emergevano parole sacre. Le donne ordinarono a Tourgo di leggerle, poiché questi era l’unico che ne conoscesse il linguaggio. Nelle sue vene, infatti, scorreva il sangue raro del Vero Monte, che era il lascito di suo padre, caduto in battaglia durante la roboante guerra. Tourgo lesse ad alta voce, e ogni cosa del mondo fu resa più consapevole.
La lettura durò trentasei giorni. Tutti ascoltarono l’estatica lode meditando e pregando. Infine si addormentarono, stremati.

Dalla geometria dei diamanti e dei rubini incastonati nei carapaci emergevano parole sacre. Le donne ordinarono a Tourgo di leggerle, poiché questi era l’unico che ne conoscesse il linguaggio.

Tourgo fu risvegliato da un suono osceno e sordo, che gli pareva fosse rimasto sepolto nell’oblio per molti secoli. Frastornato, svegliò Rtun’l.
– Quanto dio conosci? – gli chiese.
– Conosco un dio vasto ma non infinito.
– Rtun’l, io lo cerco. Vieni con me.
Silenzio.
– Vieni con me – ripeté.
– No. Il tuo destino ti corre incontro e scuote i mondi. Il mio è immobile – disse Rtun’l.
– Ma tu sai che dio ***. Io e te siamo le uniche due creature a saperlo. Allora possiamo sperare.
Rtun’l gli strinse il braccio:
– Vai tu! Io placherò le tre scrofe, impedendo loro di maledirti. E cercherò anche di ottenebrare la mente dell’aquila.
– E se il Proverbio è vero? – chiese Tourgo.
– Saremo congelati e distrutti.
– Lo accetti così? Ascolta, Rtun’l, le donne non hanno più cibo per l’aquila. Presto cominceranno a nutrirla con le vostre frattaglie. I primi saranno i condottieri, infine toccherà a te.
– Se prima di allora non sarai tornato, morirò inneggiando. Ora corri lontano dalla foresta, poiché già si destano le scrofe. Vai!
Tourgo abbracciò l’amico e andò via.

Ancora un po’ durò l’apologia di Rtun’l. Alla fine Quwymi lo perdonò, nella speranza che l’aquila, apprezzando il gesto misericordioso, manifestasse la propria volontà.

“Quanto dio conosci?”, si ripeteva Tourgo mentre fuggiva. La maledizione delle donne poteva colpirlo anche a distanze molto grandi, dunque doveva affrettarsi prima che fosse formulata. Era finalmente uscito dal deserto blu e si aggirava per le strade vuote dell’antica Città dei Pesci. Essa era stata l’ultima a soccombere, nonostante il male oscuro vi avesse fatto la sua prima comparsa. Un piccolo gruppo d’individui era sopravvissuto al fragoroso abbattimento dell’albero. Essi, riunitisi sul Vero Monte, avevano infine potuto appiccare i tromboni del giubilo e rendere grazie a dio per averli risparmiati. Li attendeva, avevano creduto, un’era di santità.
Ma quella convinzione si era sgretolata subito. Nel matriarcato, istituito seguendo le Leggi Piovute, si era insinuato un germe, e presto la situazione era mutata. La santità era scomparsa da un giorno all’altro come uno specchio rotto, i maschi erano stati bestemmiati, gli uteri resi sterili, e dalle nubi era stato lanciato il frastornante verso dell’aquila. Costei aveva rivelato il Proverbio, che era irripetibile. Tourgo, ripensandoci, si sentì mancare.

La santità era scomparsa da un giorno all’altro come uno specchio rotto, i maschi erano stati bestemmiati, gli uteri resi sterili, e dalle nubi era stato lanciato il frastornante verso dell’aquila.

Diede rapide occhiate alla città. Cominciava a trarre giovamento dalla fuga, la sua mente non era più confusa. Si sedette per riposare, perché gli doleva la muscolatura.
Nel cielo apparvero delle enormi narici, che soffiarono sul suo torace. Poi venne la Madre e gli gettò addosso delle Ombre. Lo guardava imperturbabile. La sua figura sovrastava la città.
– Sei tu la Madre? – le domandò.
– Io sono la forza che tiene Duat – rispose. Si esprimeva attraverso la combinazione di suoni e colori, emanandoli da sé sorridendo.
– Duat è il Proverbio?
– Di tuo padre sono figlia e sorella, e sua moglie. Dalla sua bocca partorisco questa bocca.
– Io non ricordo il senso! – gridò Tourgo.
– Il ricordo è la lapide di ciò che dovette essere, scolpita prima e dopo, contemporaneamente. La lapide fu distrutta ma ne rimane il ricordo.
– Chi sei tu?
– Io sono l’abisso. Tu sei la colpa.
Le Ombre si attorcigliarono attorno a Tourgo, impedendo al sole di scaldarlo. Il terrore lo paralizzò come un veleno di rettili.
Moriva. Le Ombre gli divorarono la carne. Rimasero le ossa.
A ventiquattro chilometri da lì, in direzione nord-ovest, sulla strada era comparsa una porta chiusa in legno di noce. Non aveva alcuna funzione, poiché era possibile aggirarla con pochi passi. Stava lì, in mezzo alla via, senza serrature, assolutamente inutile.

Opera di Arnold Böcklin
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Giovanni Schiavone

Autore italiano nato a Torino il 29 gennaio 1983. Il romanzo "il dio osceno" (novembre 2013, Pequod) è la sua prima opera. Nitrisce.

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